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Dei rapporti di musica e poesia, p. 1. — II. Dante e la musicalità della sua poesia, p. 24. — 1II. Il ritmo in funzione dell’idea nella poesia dantesca, p. 61. — IV. Alcune osservazioni sulla rima dan- tesca, p. 102. — V. Storia ed estetica nella dieresi e nella sine- resi dantesca, p. 118. Dei rapporti di musica e poesia. Quantunque l'impronta di caratteri comuni sia dato facil- mente ravvisare in tutte le arti belle, pure non è dubbio che un più stretto grado di affinità esista fra quelle che sono dive- nute quasi termini concordi di un binomio, dall'uno dei quali il pensiero ricorre senza volerlo all’altro: pittura e scultura, musica e poesia. Dei legami che uniscono le due ultime arti, e di cui ci proponiamo trattare, una prima fondamentale individuazione è nell’osservazione del Lessing, che di toni articolati nel tempo si valgono così la musica come la poesia, a differenza delle arti figurative, svolgentisi entro rapporti di spazio; d’altra parte, la fusione originaria della poesia col canto e con la musica, divinizzata in Apollo e adombrata nel mito di Orfeo, trova la sua conferma storica nell'evoluzione parallela di quelle arti nella Grecia antica. Un’unica legge governa lo spirito umano, nella sua duplice tendenza, a coordinare i suoni ad effetto d’armonia nella musica e ad infondere nell'ispirazione poetica, sua rivelazione sovrana, tutta l'espressione musicale di cui la parola è capace. . 1 — Giornale storico - Suppl. n° 24. 2 S. FRASCINO Poichè, per quanto sia canone elementare della critica moderna che l’essenza della poesia consista nel pensiero, e non, a quello che un poeta vero pensava, secondo una poetica falsa, nella finzione retorica di cui essa s'involge e nel coordinamento delle parole in schemi metrici (1), pure è certo che ogni popolo cercò di accrescere la dolcezza dei suoi canti, disciplinando gli elementi musicali della parola; ricerca in origine non certo meditata o comunque voluta, ma inconsapevole alla volontà e legata soltanto all’orecchio ed allo spirito, nella loro evolu- zione tutt’affatto empirica. Di questo naturale fenomeno, per cui lo spirito precorre in ogni trovato la mente, la quale assai più tardi arriva a scoprirvi dei rapporti e delle leggi, già chiara intuizione ebbe quel gran maestro d’arte che fu Quintiliano, scrivendo: « poema nemo dubitaverit imperito «quodam initio fusum et aurium mensura et similiter decur- «rentium spatiorum observatione esse generatum, mox in eo « repertos pedes » (2). Come lo studio della grammatica presso i Greci cominciò a farsi strada quando l’arte dello scrivere aveva toccato le vette dell'eccellenza, e come presso i Romani ancora Cicerone, sfoggiando il suo talento oratorio, non aveva una nozione grammaticale precisa di tutte le parti del discorso, così è ovvio che di metrica si cominciasse a parlare quando il senso della quantità sillabica, spiccata -caratteristica dei popoli protoariani, aveva naturalmente dato luogo alle for- mule regolanti la poesia, a questa conferendo quel maggiore gradimento all'orecchio che si risolve in una maggiore efficacia sullo spirito. « Nihil intrare potest in affectus, quod in aure, « velut quodam vestibulo, statim offendit; deinde quod natura «ducimur ad modos ». Questa sentenza, anch'essa di Quinti- (1) DANTE, De vulgari eloquentia (II, 4, 2): « Si poesim recte con- « sideremus, que nichil aliud est quam fietio rethorica musicaque « posita », ossia una finzione retorica « per legame musaico armoniìiz- «zata », per adoperare le stesse parole sue (C'onr., EL, 7). (2‘ Inst. or., IN, 4, 114. SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 3 liano (1), semplice come la verità, e valevole per tutti gli idiomi, doveva riformulare, quasi con le stesse parole, il dittatore della poesia francese del secolo d’oro: Ie vers le mieux rempli, la plus noble pensée Ne peut plaire à l’esprit, quand l’oreille est blessée (2). Nello sceverare i rapporti tra musica e poesia, ci sarà mo- mentaneamente necessario prescindere da quanto in questa cè di pensiero, per cercare di stabilire il diverso carattere che nelle due arti sorelle informa gli elementi che esse hanno in comune, il ritmo, ed il suono; e solo attraverso una disamina, sia pure sommaria, della musicalità inerente alla poesia clas- sica ci sarà dato giungere ad un’adeguata valutazione del- l'armonia del verso romanzo. Non senza fondamento è stato affermato che il ritmo della musica si trova in più stretti rapporti con il ritmo dell’antica, che non della moderna poesia. A quello che nella poesia quantitativa sappiamo essere il piede, che nella regolata successione, segnata dall’ictus, genera il ritmo (torna opportuno considerare, per semplicità, l’esa- metro, in cui si ha l’eguaglianza del piede col metro), è stata additata nella musica la corrispondenza della battuta, la quale, pure abbracciando in sè note di vario valore, conserva nel complesso inalterata la misura del tempo. E come il piede del verso quantitativo troverebbe un equivalente nella bat- tuta musicale, al verso stesso è stato raccostato il Kkolon della musica, caratterizzato anch'esso dalla cesura e dall’or- dinamento in istrofe. Così, per quel che riguarda la misura del tempo sono state studiate le corrispondenze, giungendosi a stabilire, per i ritmi fondamentali della musica, binario e ternario, cui gli altri tutti si possono ridurre, i riscontri della poesia quantitativa. (1) Inst. or., 1X, 4, 10. (2) BorLEAU, Art poetique, 1, 111. 4 9. FRASCINO - Ora, quanto istruttivo è notare simili conformità, altret- tanto pericoloso ci sembra scambiarle per rispondenze asso- lute. Basti l'osservazione del fatto che, pur facendosi dagli antichi distinguere nei versi metrici, la durata delle varie sillabe, secondo che fossero di una o due more, la percezione dell'eguale intervallo di tempo segnato da ogni piede, per il continuo gioco delle pause e degli acceleramenti della recita- zione, rimaneva affidata a quel particolare sentimento della quantità che era prodotto esclusivo dell'educazione del- l'orecchio fin dall'infanzia e non dono di natura, laddove nella musica, la spartizione del tempo, molto più estesa e discipli- nata con rigore matematico, ritiene un carattere quasi mecca- nico, sì che a comprenderne il ritmo è sufficiente ogni orecchio atto da natura a percepire le divisioni del tempo (1). Tale modesto dono di natura rende possibile, ad esempio, la percezione d’un qualsiasi ritmo segnato da un qualsivoglia tamburo, ma non restituisce a nessuno quel sentimento della quantità, perduto una volta per sempre, su cui si fondava l'armonia del verso latino. Noi che dallo studio della prosodia e della metrica latina apprendiamo l'uso di lunghe e di brevi, seguendo l'esempio umanistico potremo, nel migliore dei casì, produrre sulla carta degli impeccabili versi latini, ma invano tenteremo di coglierne la vera armonia. Col sostituire all’arsi l'accento, secondo il metodo in uso nella lettura ritmica dei versi latini e che, anche fuori della lingua latina, trovò appli- cazione nei tentativi di riprodurre i metri classici nella poesia tedesca come nella nostra, con procedimenti diversi, dall’Al- berti al Chiabrera, dal Tolomei al Carducci, ci si rende col- pevoli di un non imperdonabile arbitrio e si giunge fatal. (1) È nota la teenica del ritmo musicale: due note, di cui ciascuna abbia metà del valore di una terza, debbono rigorosamente entrare in un intervallo di tempo usmale a questa, essendo la misura del tempo regolata da una vera gerarchia di valori di cui ciascuno è doppio di quello immediatamente inferiore e metà di quello immedia- tamente superiore. con rapporto di 1 a 128 tra il primo e l'ultimo. SUONO K PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 9) mente ad un'armonia che potrà essere, in sè considerata, un'ottima armonia, ma che di certo non renderà lo spirito di quella antica (1). AI riscontro più estrinseco che intrinseco che nella poesia quantitativa trova la regolata cadenza che contrassegna il ritmo musicale, non corrisponde un più stretto rapporto di questo col ritmo accentuale romanzo, di cui- nella poesia quantitativa è pur da ricercare la prima traccia. Della doppia armonia che potesse ingenerare il verso latino, secondo che in esso le sillabe venissero considerate per la loro durata o per il rapporto di successione degli accenti, chiara menzione si riscontra in un passo di Varrone (2): «lon- «gitudo verborum duabus in rebus est, tempore et syllabis. «Tempus ad rythmicos pertinet, syllabae ad metricos. Inter «Tythmicos et metricos dissensio nonnulla est, quod ryth- «mici in versu longitudine vocis tempora metiuntur, et huius «mensurae modulum faciunt tempus brevissimum (-). Me- «trici autem versuum mensuram syllabis comprehendunt. «Itaque rythmici temporibus syllabas, metrici tempora syl- “«labis finiunt ». Qui, come in un altro luogo di Quintiliano (3), sono distinti i caratteri di quel duplice ritmo: il primo e prin- {) Contro queste contaminazioni metriche levò ben alta la voce il Foscolo, rimproverando al Fantoni la riproduzione dei metri ora- ziani nella nostra lingua («barbari si dovrebbero a ragione chiamar e pure coloro che a dispetto della natura volessero, per esempio, ri- :durre l’italiana [lingua] in esametri, la francese in verso sciolto, la ‘spagnola in alessandrini e l'inglese in sdruccioli e commettere altre «simili scelleratezze poetiche ». Opere, X, 373. Lo scellerato fu poi il Carducci, il quale prese il toro per le corna battezzando barbare le sue odi...; ma il critico zantiotto non volle o non seppe rendersi conto del tramonto definitivo del sentimento della quantità sillabica. Cfr. ibid., p. 268. (2) De latina lingua, 217. 53) « Ned transeamus ad numeros: oninis struetura ac dimensio “et copulatio vocum constat aut numeris (numeros dr9uod; accipi * volo) aut ustgors, id est dimensione quadam: quod etiamsi constat ‘utrumque pecibus, habet tamen non simplicem differentiam; nam 6 S. FRASCINO cipale, quello quantitativo (1) segnato dall’ictus e ingenerato mediante la definizione delle sillabe con valori di tempo («temporibus syllabas... finiunt »); l’altro, secondario, segnato dall’accento tonico-ritmico, ricorrente ad intervalli definiti dalla successione sillabica («tempora syllabis finiunt »). A grado a grado che, con l’evoluzione, il sentimento della quan- tità e in conseguenza del ritmo ad essa inerente andava affie- volendosi, cominciò a spiccare sempre più il ritmo sillabico accentuale, già coesistente accanto all’altro, e che, di vassallo divenuto signore, dopo le oscillazioni dell’alto medio evo, finì per assurgere a regolatore esclusivo dell'armonia ritmica del verso nella rifioritura poetica romanza. Di ciò non può essere che una conferma l’origine latina della nuova versificazione (2) «rvthmi, id est numeri, spatio temporum constant; metra etiam «ordine; ideoque alterum esse quantitatis videtur, alterum quali- « tatis ». Inst. or., IN, 4, 45 sgg. (1) È certamente questo primo ritmo, che determina la conci- tazione di tanti versi latini, come di quello virgiliano, composto di tutti dattili (.1en., VIII, 596): Quadrupedante putrem sonitu quatit ungula campum o dell'altro, che è una varietà del primo (IX, 875); Quadrupedumque putrem cursu quatit ungula campum. A! movimento dattilico di questi versi si può riportare, anche per la corrispondenza negli effetti estetici, quello anapestico del foscoliano (Sep., 210): E un incalzar di cuvalli accorrenti. Si contrappone a questi effetti, com'è noto, la pesantezza propria del ritmo spondaico. (2) « Come son nati i soliti versi italiani? Apnunto da versi latini «letti nel medio evo senza più badare alla quantità nè alle arsi, con « gli accenti propri d'ogni parola; e che si seguitarono a comporre «ad orecchio: da chi con lo serupolo di mettere al debito posto le «lunghe e le brevi secondo la prosodia classica, da chi senza sceru- « polo, guardando solo agli accenti e al numero delle sillabe, fisso in «alcuni versi, come i saffici, variabile entro certi confini in altri, come « gli esametri. La poesia quantitativa. ove il ritmo era collegato al «metro, degenerata così in poesia merament» ritmica, era poi ser- SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 7 in cui l'accento, lungi dall’essere obbligato all’eguale inter- vallo delle sillabe, ciò che genererebbe monotonia, è, in ultima analisi, divenuto l’arbitro del loro movimento, col libero gioco sulle parole tronche, piane, sdrucciole, bisdrucciole. Così, nel verso dantesco (1) Folgoreggiando scendere da un lato il ritardo dell’accento ritmico principale, di sesta, su cui gravi- tano ben cinque sillabe appena rattenute da un accento secon- dario di quarta; lo sdrucciolo « folgore » che a un buon orecchio non sfugge, nel maestoso pentesillabo iniziale e che imprime al primo emistichio un movimento di discesa precipitosa; il secondo sdrucciolo «scendere », che sotto l'accento ritmico travolge il verso di un rapido finale, sono tutti elementi che generano la propulsione violenta del ritmo: mentre nella terzina (2) Vedea Briareo, fitto dal telo Celestial, giacer dall'altra parte, Grave alla terra per lo morta] gelo, “vita, quando si cominciò a poetare in volgare, di modello o modulo ‘alla poesia volgare ». F. D’OviIbpro, Versificazione italiana ed arte portica medioevale, Milano, 1910. p. 327. Dopo il D’Oviprio, il CoccHIa (L'armonia fondamentale del verso latino, Napoli, 1920, pp. 406 sgg.) scexe in lizza a combattere la teoria della confluenza nella metrica romanza di influssi esotici, special- mente per quello che riguarda il nostro endecasillabo, propaggine, secondo l'affermazione del Rajna, del decasillabo francese; che a sua volta avrebbe derivato ritmo e rima dai canti popolari gallici. Prima di passare all'esame spicciolo della derivazione di varî metri romanzi dai classici, egli espone la dottrina del Thurneysen e del Becker che rovesciarono l'ipotesi dello Zevss, col sostenere ehe dalla metrica classica prende le mosse non solo la romanza, ma anche quella cel- tica, e finisce per condividere l'ulteriore elaborazione che di questa tesi fece Kuno Meyer. secondo cui i Celti adattarono le forme poe- tiche che già avevano, ai modi dell'innologia latina, irradiatasi da Roma coi principî della nuova fede. e che. a partire dal quarto secolo adotta il principio della rima. (1) Purg., XII, 27. (2) Purg., XII, 28 sec. n 8 8. FRASCINO anche a prescindere dai frequenti iati, che, agglutinando l'un suono all’altro, impacciano ogni movimento (1), spiccano in ogni verso non meno di quattro accenti ritmici, che col com- passato martellamento ne inchiodano quasi i varìî membri, distaccandoli l'uno dall’altro, sì da costringere a continue e faticose riprese di voce, ed il ritmo che si chiude riceve l’ultima scossa. dal cozzo di due accenti consecutivi, di nona e di de- cima (« mortal gelo »). Nella sua grande libertà di atteggiamenti, il ritmo della nuova poesia, in cui l'intervallo musicale può discordare, come l’ordinario discorda, dall’intervallo sillabico, variando inoltre da verso a verso anche il numero e l’intensità degli accenti, differisce adunque nei suoi caratteri fondamentali e da quello della musica e da quello dell’antica poesia quanti- tativa. Esso, lungi dal potersi segnare col metronomo, come nella musica, è avvertibile solo al nostro spirito, nell’infinitaà varietà di sfumature di cui si colora. Onde il voler attribuire dei valori musicali di tempo a tutti i metri del sistema accen- (1) A conferma di quel che abbiamo rilevato sull'origine del ritmo accentuale, che cioè le tendenze ritmiche trionfate nelle lingue ro- manze erano già parzialmente e come in potenza sentite nella poesia latina. si potrebbe qui addurre l’ufficio di esprimere la celerità che già nella lingua latina avevano i nostri sdruccioli. Così nell'esempio oraziano (Zp., II, 35): Pavidumve leporem et advenam laqueo gruem Captat iucunda pracmia. Analogamente si può osservare che, con criterî non diversi da quelli di oggigiorno, Quintiliano rilevava (Znsf. or., TX, 4. 33) gli effetti dell'iato, « vocalinum concursus qui, cum accidit, hiat et intersistit «et quasi laborat oratio ». Proprio in Dante trova il Foscolo appagato il suo gusto romantico per l'abbondanza degli jati, el'egli loda come propria dei poeti pri- mitivi (Discorso sul testo, pp. 478-9); jati che il Boileau si preoccupò bene di bandire dalla poetica classicheggiante, dove non è posto aleuno per il primitivismo dell’arte (Art poetique, I, pp. 107 ag.): Giardez qu'une vovelle è courir trop hatée Ne seit d'une vovelle en son chemin blessée, SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 9 tuale, come pure è stato tentato (1), risulta opera incerta e vana: in essi le singole sillabe non rappresentano dei valori di tempo definiti o definibili. Considerati i rapporti del ritmo fra musica e poesia, a chi prenda in esame i rapporti che nelle due arti sorelle presenta il secondo elemento comune, il suono, la prima osservazione la quale vien fatta di stabilire è che, dovendosi nel linguaggio riconoscere la più antica espressione e, nello stesso tempo, impressione melodica dell’uomo, l’ufficio della musica di muo- vere i sentimenti dell’animo colla sola virtù dei suoni, trova ragione in una delle leggi costitutive dell’'umana favella, quella per cui in origine molte parole si vennero conceretando in virtù di una funzione prevalentemente fonica: « neque enim «aliter eveniret ut illi quoque organorum soni, quamquam «verba non exprimunt, in alios tamen atque alios motus «ducerent auditorem » (2). Lo stesso termine « onomatopea » etimologicamente significa proprio « formazione delle parole » quasi i Greci volessero significare che la legge per eccellenza | di tal formazione avesse il suo fondamento nella corrispondenza del pensiero al suono; ed a tacere delle opinioni dei: filosofi greci primitivi, come Pitagora, Eraclito, Democrito, i quali esplorarono solo superficialmente il problema del linguaggio, non va dimenticato che già Platone, proponendosi nel Cratilo il quesito se il linguaggio si sia venuto costituendo per natura (puo) 0 per convenzione (dé0e:), esprime il pensiero che nel suono sì debba riconoscere l'essenza dei nomi, che i nomi per natura siano nelle cose e che positore di nomi debba essere solamente colui che abbia la capacità di porre la specie di essi nelle lettere e nelle sillabe. Potremo rimanere scettici al parere del filosofo greco che esclude la convenzione come processo formativo del linguaggio, parere che non può non essere messo alla stregua del suo sistema — — ——- — —-—— ‘ (1) A. GALLI, Estetica della musici, Torino, 1900, pp. 152 seg. (2) QUINTIL., ZInst. or., IN, 4, 10. 10 8. FRASCINO trascendentale, e potremo, anche osservando il fenomeno mi- rabile dell’accordo di tutte le lingue europee nell’esprimere lo stesso concetto di « andare » mediante la vocale radicale i, non ravvisare nelle radici quel quid divinum che vi scopriva Federico Schlegel, troppo sospetto per le sue tendenze roman- tiche; ma non potremo comunque scemare il peso dell’opi- nione di Max Miiller, il quale, pure attenuando l’importanza dell’onomatopea, riconosce che «le quattro, fino a cinque- «cento radici, che come ultimi residui restano nelle varie « famiglie linguistiche, sono tipi fonetici fondamentali, prodotti «da una forza innata alla umana natura. Essi esistono, come « direbbe Platone, per natura; sebbene con Platone potremmo «aggiungere che, dicendo per natura, intendiamo, per opera « divina » (1). Del resto, pel nostro assunto è di secondaria importanza la questione dell’origine convenzionale, naturale, o divina del linguaggio; assai più c’importa sottolineare il fatto che quel- l’onomatopea, che Max Miiller non esiterebbe a mettere alla porta nella formazione delle radici, la vediamo far capolino dalla finestra, col suo incontestabile intervento, nell’evolu- zione delle radici in parole. La connessione, nella parola, del pensiero col suono, par- rebbe sanzionare la legittimità dell'opinione, secondo cui la prima idea della musica fu suggerita dall’imitazione della melodia sgorgante dall'umana favella modulata a canto. E molto vicino al canto dovè essere in origine il linguaggio, quando la voce si modulava assai variamente in altezza, siccome (se ad infanzia quella prima età può paragonarsi) ancor oggi si può riscontrare nella facilità con cui i bambini mettono in azione le loro corde vocali su di una estensione assai più grande che gli adulti non sogliono fare. Di guisa che, come si suole dire che il primo linguaggio dell'esaltata fantasia umana fu ——___T——________—— LS (1) Max Micter, Vorlesungen iiber die Wissenschaft der Sprache, Tipsia, 1863, IL p. 331. = - SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 11 poesia, si p«trebbe aggiungere che quella poesia fosse canto, e che il canto assumesse la compostezza del parlare comune, come col tempo quella poesia si ridusse a prosa. Del canto, inteso nel senso proprio della parola e in genere della musica, è l’aver disciplinato i suoni in modo ancor esso tutt’affatto empirico, in. gradazioni di altezza, secondo che alla combinazione di essi risultava maggiore melodia (1), gradazione che, assai dopo, si vide essere regolata, nel numero delle vibrazioni, da rapporti che si ripetevano inalterati dopo ogni serie di sette note, costituenti, nella loro ininterrotta continuità, la cosidetta gamma musicale. La varia relazione dell'altezza fra due note, così stabilita con rigorosità matematica in base all’intensità delle vibrazioni e denominata con parola tecnica « intervallo », trova rapporto di affinità coll’accento musicale della lingua e della poesia latina, accento consistente in un’elevazione di voce che ricor- reva su determinate sillabe, rispetto al tono normale delle altre. «Sit lectio poetarum non quidem prosae similis, quia «et carmen est et se poetae canere testantur », avverte Quin- tiliano (2), riferendosi a tale accento. Questo sentimento della musicalità nella lingua e nella poesia latina è da riguardare, secondo le ultime conclu- (1) Che l'altezza dei suoni sia in rapporto diretto con l'intensità delle vibrazioni è un fatto notato fin da Boezio (Harmon., IV, cap. I): « quoniam acutae voces spissioribus et velociorihus motibus « incitantur, quam vero tardioribus ac raris, liquet additione motuum «ex gravitate acumen intendi, detractione vero motuum laxari ex «acumine gravitatem ». Dante, che con termine scolastico chiama forma l'altezza del suono, si sarà reso conto di tale fenomeno, s’egli osservò così propriamente che essa dipende dalla lunghezza della corda o della colonna d'aria in vibrazione (Par, XX, 21): E come suono al collo della cetra Prende sua forma, e sì comal pertugio »- De la sampogna vento che penetra... Cfr. R. VALENSISE, La forma del suono secondo PA., Napoli, 1900. (2) Inst. or., T., 8. 2. 12 8. FRASCINO sionì (1), come strettamente connesso con quello della quan- tità; opinione avvalorata dalle osservazioni fatte nello slavo, unica lingua ariana che ancora conservi integra la coscienza musicale, intesa in tale senso, accanto a quella quantitativa. Ma anche in questo campo, il processo evolutivo diede luogo a modificazioni profonde ed il prevalere nell’accento della forza del tono sulla sua altezza (2), segna nella nuova poesia e nelle nuove lingue romanze un notevole discostamento dalle tendenze della poesia classica, la quale, cosa già notata per il ritmo, inclinava, ancor sotto questo rispetto, a maggiore affinità con la musica. Cominciandosi a distinguere nella vo- cale breve o lunga latina non più la sua durata, ma il suo timbro, così come tramontava il sentimento della musicalità inerente all’altezza del suono, veniva acquistando campo quello nuovo, basato sul diverso grado di colorazione. Parallelamente alla nuova tendenza che nella bassa latinità portò alla trasfor- mazione del ritmo, comincia a delinearsi questo nuovo senti- mento musicale del suono in sè considerato e non in rapporto alla suna altezza; e a misura che si va affievolendo il senso della quantità, comincia a spiccare, in inizio specialmente nei canti chiesastici e nei versi leonini (3), la tendenza all’allit- terazione, all'assonanza, alla consonanza, tendenza che culmina nella rima, la quale può dirsi che denoti la maturità del nuovo sentimento che si ebbe del suono nella parola, con la consa- crazione a pregio di quella concordanza fonetica ch'era prima non già sconosciuta, ma schivata come difetto (4). (1) EF. Coccuma, L'armonia fondamentale del verso latino, Napoli, 1920, pp. 1585 seg. (2) «Il passaggio dal latino alle lingue romanze data dal momento «in cui l'accento latino mutò il suo carattere, non il suo posto e la « forza del tono prevalse sulla sua altezza, fino a sostituirla ». BERN Tex. TRINK, Dauer und Klang, Strassburg, 1879, p. 2. (3) « Inter hexametros antiquos et leoninos id discrimen est, ut «in illis homoteleuton numero ocenltetur, in his numerus homote- «leuto ». Fantert, De Rhomoteleuti natura et indole, p. 25. (4) « Ila quoque vitia sunt... si cadentia similiter et similiter desi- SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 13 Questo nuovo sentimento è dunque da considerare frutto della ricerca, puramente evolutiva, d’una nuova coscienza musicale del linguaggio, come si andava offuscando quella che già se ne aveva: coscienza che diciamo musicale in quanto che, come quella inerente alla poesia classica aveva di base un principio essenziale nella musica, il principio dell’altezza dei suoni, così anche questa della nuova poesia s'imposta sur un fondamento comune all'arte sorella, quello della loro colo- razione. I suoni acuti destano naturalmente, nella musica come nella poesia, l’idea della gaiezza, della soavità e della serenità dei sentimenti, mentre i suoni cupi echeggiano la nota mesta e lugubre dell’anima umana: l’appellativo di suoni chiari dato agli acuti e di suoni oscuri ai bassi, con espressioni rap- portate alla luce del giorno, foriera di gioia, ed alle tenebre della notte, nunzie di malinconia, dimostra ancora una volta, se bisogno ve ne fosse, come il nostro spirito sia la vera unità di misura cui esso riduce tutto il mondo esteriore. Abbiamo notato che, subordinatamente al ritmo quantita- «nentia ct codem modo declinata jungantur ». QUINTIL., Inst. or., IX, 4. 42. — W. GRIM che si propose di rintracciare le rime in cui incorsero i poeti latini (Zur Geschichte des Reims, Berlin, 1852) ne trova ottanta nel solo primo libro di Lucrezio; ma lasciando da parte le rime dette leonine, o concordanze desinenziali monosillabiche (« fecundas » e « glebas », «omnem » e «materiem ») ricorrenti per lo più fra la pausa ritmica dopo la cesura e la pausa finale del verso, il numero delle rime vere e proprie, che son quelle che presentano l'identitîr fonetica dopo l'accento tonico, resta assai assottigliato in quel poeta (p. 112), diventa quasi nullo in Virgilio (p. 121), tenue in Orazio (p. 125), meno scarso in Ovidio (p. 131), scarsissimo in Marziale e Giovenale. La tendenza alla rima è più in diminuzione che in aumento in Grazio Falisco, Manilio, Calpurnio, Persio, Lueano, Valerio, Silio, Stazio; come nei poeti del secolo seguente Sereno, Nemesiano, Lattanzio, Ausonio, Claudiano, Aviano, Prudenzio: in quelli del quinto Sedulio, Morobaude, Prospero Aquitano; e del sesto, Prisciano, Venanzio Fortunato (p. 134). i Come testimonianza antichissima della rima Jeonina si considera ordinariamente l’iscrizione trovata in una chiesa eretta in Roma da Belisario, iscrizione resa nota dal Baronio (a. 538). 14 8. FRASCINO tivo, già nella poesia latina era avvertito quello sillabico accentuale poi trionfato nella poesia romanza: così, anche a proposito del suono, dobbiamo osservare che già nella poesia latina, subordinatamente all’accento musicale, era avvertito nella parola l’effetto della varia colorazione e del vario timbro dei suoni che la costituivano. Interpretando la nota lugubre del lamento con la più oscura delle vocali Lamentis, gemituque et feminco ululatu Tecta fremunt... il massimo dei poeti latini (1) sembra anticipare l’onomatopea foscoliana Ma di veltri continuo «lulato... dì un luogo delle Grazie (2) e scrivendo « e planior littera est, «è angustior est », Quintiliano par stabilire con la teoria quel principio che seguirà in pratica l’Ariosto, raccomandando la nota della gentilezza muliebre al più chiaro dei suoni, su cui solo insiste l’accento ritmico d’un verso: La verginella è simile alla rosa Che in bel giardìn sulla nativa spina... È ovvio che la nuova coscienza musicale della parola non simposta esclusivamente sul diverso grado di colorazione delle vocali. Come fisiologicamente le ossa non sono scisse dalla carne, così le consonanti, formando un tutto indissolu- bile con le vocali, entrano anch'esse per gran parte nel nuovo sentimento musicale (3), più o meno avvalorate nei loro effetti (1) MAen., VI, 667. (2) I. v. 103. i (3) Delle consonanti, nella lingua latina, era foneticamente, sentita più la funzione negativa che la positiva: « Ceterum consonantes « quoque, earumque praecipue quae sunt asperiores, in commissura « verborum rixantur, ut si s ultima cum x proxima confligat. quarum « tristior etiam, si binae collidantur, stridor est ». QUINTILIANO, Inst.. IN, 4, 37. SUONO RK PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 15 dal ritmo e dalla rima. A questa, com'è facile comprendere, spetta una parte capitale nell’assecondamento che dal suono riceve il pensiero. Chi non sente che sottile come la voce di un bimbo è la rima del verso (1) | Ed anche per le vocì puerili e larga come un’ondata nell’altro (2) Ed in altrui vostra pioggia repluo avrà sacrificato non poco della loro efficacia. Quale orecchio e quale spirito resterà insensibile alla sonorità di una rima in omba? Sulla quale è facile spiegarsi l’accordo dei poeti, quando vogliono esprimere il fragore. Dante mette quella rima in servigio della cascata di Flegetonte Già era in loco ove s’udia il rimbombo Dell’acqua che cadea nell’altro giro, Simile a quel che l’arnie fanno, rombo; Inf., XVI, 1 sgg. e della tromba apocalittica | Di qua dal suon dell’angelica tromba, Quando verrà lor nimica podesta... Udirà quel che in eterno rimbomba... Inf., VI, 95 sge. per lo stesso istinto d’arte per cui il Poliziano ne trae il fragore delle cateratte del Nilo e lo squillo della tromba di Megera: Con tal tumulto, onde la gente assorda, Dall’alte cateratte il Nìl rimbomba; Con tal orror del latin sangue ingorda Sonò Megera la tartarea tromba... Stanze, I, 28 (1) DANTE, Par., XXXII, 47. (2) Ibid., XXV, 78. 16 S. PRASCINO per cui Lucrezio le affida, in posizione, se non in funzione di rima, il compito di propagare il suono del corno: Quum tuba depresso graviter sub murmure mugit, Aut reboant rauca retrocita cornua bombum. De rer. nat., IV, 543 sg. Ed ecco come il Tasso, nel dettare una sua ottava non si scosta dall’esempio del Poliziano, che a sua volta aveva avuto presente un luogo di Virgilio (1): | Chiama gli abitator dell’ombre eterne Il rauco suon della tartarea tromba: Treman le spaziose atre caverne E l’aer cieco a quel rumor rimbomba... Ger. lib., IV, 66. Sensibilissimo alla musica della parola, il poeta sorrentino si lasciò specialmente adescare dal fascino della parola tar- tarea, che, collegata a tromba, riproduce con mirabile ono- matopea il suono di questa, ben altrimenti che nell'infelice tentativo enniano: i At tuba terribili sonitu taratantara dixit... Si sa che alla musica è dato sfruttare in tutti i suoi effetti il fenomeno della varia colorazione dei suoni. Con la parola. da cui prescinde la musica, ha invece da fare i conti la poesia e la parola è soprattutto pensiero, come la poesia, a quel che abbiamo detto, è soprattutto pensiero. Ma come la poesia. assurgendo a suprema interprete dell’anima umana, induce e sforza la parola ai limiti estremi della sua potenza espressiva. così ne avvalora tutto ciò che vi trova di musicale, sia pure in senso relativo. Non è la musica che si vale di un linguaggio (1) Dove il poeta descrive il segnale che, per istigazione di (*u- none letto da della mischia fra Troiani e Latini (Aen., VII, 513 sg.). Pastorale canit signum, cornuque recurvo Tartarcam intendit vocem... SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 17 unico ed a tutti comprensibile, esprimendo in maniera gene- rica il sentimento e quasi a stento rispecchiando l’indole de- vari popoli fra i quali è prodotta, sibbene è musicalità streti tamente aderente al pensiero e fondata principalmente sul- l’onomatopea; musicalità così ricca di sfumature che ad essere debitamente gustata, richiede non solo conoscenza intima della lingua, ma naturale finezza di gusto, perfezionata col- l’educazione; musicalità intesa «non nel senso che un fo- « nema vocalico o consonantico debba poter dire questo o « questo, ma nel senso che quel minimum di virtù espressiva « dei fonemi resta allo stato neutro nella parola e nella frase, « fino a che l’idea non offra con tali fonemi alcun rapporto, « sia pure lontano. Solo codesto può autorizzare l’opinione che « l’î e lu si prestino naturalmente all’espressione dei suoni « stridenti e penetranti, che l’erre includa in sè un’espressione « di fremito, l’esse di sibilo, e l’elle sia investita di quella deli- « catezza e liquidità che le assegnano la signoria di versi me- « ravigliosi » (1). Sono queste le stesse conclusioni cui pervenne più di recente un altro studioso (2), le uniche cui possa ragionevolmente per- venire ogni cultore di questa materia. Esse ci spiegano perchè nei versi del Petrarca Le donne lagrimose, e ’1 vulgo inerme De la tenera etate, e i vecchi stanchi (1) C. De Lotrtis in Victorhughiana, La Cultura, 1912, p. 696. (2) « En somme, tous les sons du langage, voyelles ou consonness « peuvent prendre une valeur expressive, lorsque le sens du mot « dans lequel il se trouve, s'y préte; si le sens n'est pas susceptible a de les mettre en valeur, ils restent inexpressifs. Il est évident que « de mèéme dans un vers s'il v a accumulation de certains fonèmes, « ces fonèmes deviendront expressifs ou resteront inertes selon l’idée « exprimée. Le mème son peut servir ou concourir è exprimer « des idses assez différentes lune de l'autre, sans qu'il puisse tou- « tefois sortir d’un certain cerele où l'enferme sa nature propre ». M. GRAMMONT, Le rers fruncais, ses. moyens d'erpression. son har- monte, Paris, 1913, p. 206. 9 — Giornale storico — Suppl. n° 24 18 S. FRASCINO C’hanno sè in odio e la soverchia vita, E i neri fraticelli e i bigi e i bianchi, Con l'altre schiere travagliate e inferme Gridan: O Signor nostro, gita, aita! Canz. « Spirto Gentil », 57 segg. le ultime parole, sebbene in rima, non hanno avuto celebrato il loro valore onomatopeico come nel passo pariniano dove la « vergine cuccia » ..i gemiti alzando: aita, aita Parea dicesse e dalle aurate volte A lei la impietosita Eco rispose Mezzog., 527 segg. (da notare che la parola « impietosita » riecheggia con un effi- cacissimo rimalmezzo la parola « aita »); e ci persuadono anche dell’impossibilità di classificare gl’infiniti effetti cui uno stesso fonema si può prestare, e la cui efficacia non può essere rile- vata ehe caso per caso. Il fremito della erre può servire a Dante per rendere il tremolìo delle fronde d’una foresta Per cuì le fronde, tremolando pronte, Purg., XXVIII, 10 all'Ariosto per ritrarre la rabbia canina Come soglion talor dui can mordenti O per invidia o per altr’odio mossi, Avvicinarsi digrignando i denti Con occhi bieci e più che bracia rossi; Indi a' morsi venir, di rabbia ardenti, Con aspri rinthi e rabuffati dossi... Orl. Fur., II. 5 ailo Shakespeare per rendere il ruggito del leone When lion rough in wildest rage doth roar... Midsummernights Dream, 5, 1 come lo stesso colore può prestarsi a molteplici effetti in cento sfumature diverse. SUONO E PENSIERUO NELLA POESIA DANTESCA 19 E quantunque sia una bizzarria, non deve far ridere il caso di un poeta francese, il quale trovando la parola flotter ina- deguata foneticamente al concetto che esprime, ebbe il co- raggio di farne un floflotter! Se anche nella moderna poesia si volesse ravvisare una musicalità inerente all'altezza dei suoni, si finirebbe col voler definire delle sfumature variamente avvertite da chi legge e che in tanto possono avere un valore, in quanto come tali sono considerate. Un tentativo di voler attribuire valore di altezza musicale alle sillabe nel verso si ha nell’opera testè citata (1); ma quando ciò sì sia fatto, nè se ne avrà della bella musica, nè si sarà contribuito a meglio gustare il verso. Onde la poca fruttuosità di questi conati. Dall'esame in cui finora ci siamo indugiati, degli elementi musicali della poesia, emerge la conclusione che essi, per quanto, nei varî momenti, siano stati avvalorati in un senso più che in un altro, hanno però sempre fatto capo alle immu- tabili leggi dell'armonia, quali sono state raccolte e compen- diate nella musica. Questa tende alla definizione rigorosa di tutti gli elementi che concorrono a costituirla; ma quegli stessi elementi sì possono cogliere sparsi e meno determinatamente distinti nella poesia. Nelle identificazioni e nei raccostamenti cui con troppa facilità si è indotti, spesso più s'aguzza l'occhio e meno si discerne ed in cose che il nostro spirito intuisce vici- nissime, alla nostra indagine appare separazione di lungo in- tervallo. Onde meglio è lasciare che il nostro spirito senta la musicalità della poesia nella poesia, senza volergliela tradurre in musica; esso sa operare il miracolo di cogliere rapporti ben più lontani e sfumature più lievi; ad esso è dato intuire ta musicalità perfino in un paesaggio o nei colori d'un quadro, (1) GRAMMONT, p. Ss seg. Cir. anche PF. Zampanpi, Il ritmo dei versi latini, Torino, 1874, pp. 56 sgg m*' 20 8. FRASCINU e lo spirito unificatore di Dante può traslatare l’armonia di sentimento musicale in un concetto ben più remoto: Diverse voci fan giù dolci note: Così diversi scanni in nostra vita Rendon dolce armonia tra queste rote! (1) Par., VI, v. 124 agg. Quanto all’opinione, infine, che non possa essere poeta chi non sente profondamente la musica, essa non è minimamente attendibile. E sorprende come in ciò molti si siano lasciati indurre in errore per il semplice fatto che alcuni dei più celebri passi poetici hanno ispirato composizioni a valenti musicisti! Sarebbe come attribuire un sentimento profondo della poesia ad un musicista, solo perchè ha incontrato la ventura di avere, malgrado qualche secolo dopo la sua morte, spronato colla sua musica l’estro d’un poeta! Vanto del poeta può essere di sfruttare della parola tutto l'elemento musicale, ma altra cosa è, a quel che abbiam visto, la melodia della musica, altra quella della poesia (2). Che Dante amasse e sentisse la musica c’induce a crederlo non il fatto che alcuni suoi episodî hanno ispirato il Rossinì, mm — —T To (1) A questa terzina può servire di commento un passo del Con- vivio (T, V, 13). (2) «La poesia è parola e la musicalità della parola è essenzial- «mente ritmo... La storia della letteratura è piena d’esempi di poeti «che non sentivano la musica, quantunque molti dicessero di amarla. «To conosco il più musicale, forse, dei poeti viventi, ed egli ama con «estasi la musica; ma è incapace di solfeggiare senza stonature atroci «anche l'arietta la più facile, nè s'avvede delle stonature altrui; senza «la percezione degli intervalli, non può esserci percezione della me- «lodia; è evidente dunque che è solo il ritmo che in questo caso è «colto e gustato. E credo che. psicologicamente, non sia difficile «spiegarsi come un cervello essenzialmente fatto per la poesia € «adatto a percepire ogni sfumatura e delicatezza ritmica, sia poi «inerte alle impressioni melodiche; l’acutezza e la ricchezza di perce- «zione nell’una parte di ciò che forma la musica è a detrimento « dell'altra ». Queste ultime parole d'uno scritto di A. ResTORI (Bull. I = er TT pre TTT SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 21 il Donizetti, il Verdi, per limitarci agl’Italiani; ma la testi- monianza del Boccaccio (1), riconfermata dal Bruni (2), da Benvenuto da Imola (3), da Giannozzo Manetti (4), da Giovan Mario Filelfo, il quale, invero, abbellisce la tradizione con i ricami della sua fantasia (5), e dal Pucci, che ingenuamente svolse nel suo Centiloquio la Cronica del Villani (6); oltre gli N. S., X, p. 411), che giustamente corregge le divagazioni cui, par- lando di Dante, si lascia andare uno scrittore francese, vanno forse oltre il vero, poichè la natura può esser prodiga di tutti i doni ai suoi favoriti, come, nel caso nostro, lo fu al Wagner; per il resto i termini della questione sono bene individuati e precisati. (1) Secondo essa, Dante «sommamente si dilettò in suoni e in * canti nella sua giovinezza, e a ciascuno che a quei tempi era ottimo :cantatore o suonatore fu amico, ed ebbe sua usanza; e assai cose, ada questo diletto tirato, compose, le quali di piacevole e maestre- ‘vole nota a questi cotali facea rivestire ». P. 37 delle Vite di Dante, Petrarca e Boccaccio, curate dal SOLERTI, ed. Vallardi. (2) « Dilettosi di musica e di suoni ». Vite di Dante, cit., p. 104. (3) « Ipse enim nimium delectatus ab ipsa iuventute sonis et ‘cantibus musicus fuit, amicus omnibus optiniis musicis et citha- *«raedis sui temporis, et praesertim isti C'asellae, qui intonavit multos asonos eius ». Ercerpta historica er Commentariis Benvenuti de Imola in ('omoediam Dantiz in MURATORI, cAntig. ital., I. (4) «In adolescentia vero sonis cantibusque usque adeo oblecta- «batur ut cum eius temporis peritioribus artis musicae magistris «frequentius conversaretur, quorum nimium summa quadam volu- «ptate allectus atque exhilaratus, Florentino idiomate et soluta «oratione et carmine multa egregie composuit ». Vite di Dante, cit., p. 140. (5) « Canebat suavissime, voceni habebat apertissimam, organa «citharamque callebat pulchberrim:e ac personabat, quibus. solebat «suam senectutem in solitudine delectare sacpenumero ». Vite di Dante, cit.. p. 184. (6) Così si esprime, fra le sette scienze, la Musica, piangendo sulla bara di Dante (v. 88 agg.): Or chi avrà pietà del mio torinento Poichè ho perduto Tallegrezza e il canto? E dico che non fu giammuini stormento AI mondo con sì dolce melodia Né che facesse ogni uditor contento Come la tua solenne Comedia Chè accordò si le corde al suono umano Che il pregio di Boezio s'andòo via! 22 S. FRASCINO episodi, anche troppo significativi, di Casella e di Belacqua, e, last not least, il grande onore che alla terza delle arti del qua- drivio è sempre reso nel poema, in particolare nelle due ultime cantiche, che ci compensano delle « dolenti note » della prima. A Calliope, la musa dalla bella voce, sale l’invocazione proe- miale del Purgatorio, nei cui gironi «s’entra per canti», e al canto sacro echeggiante sulla distesa dell’oceano, ed innal- zantesi, come una lieta barcarola, dalla bocca degli spiriti con- dotti dall’angelo nocchiero, segue quello sgorgante dalle labbra di Casella, mentre le anime purganti cantano in coro le loro penitenze ed inneggiano, giubilando, col Gloria alle assunzioni celesti. Nel Paradiso la musica non è più solo vocale, come nel Purgatorio, ma mista e confusa colla strumentale, sì che più che mai propria risulta l’invocazione proemiale della terza ‘antica ad Apollo citaredo, cantore e suonatore nello stesso tempo. Ad inondare di musica l’ultimo regno, Dante accoglie la tradizione pitagorica dell'armonia della rota celeste e l’ac- coppia alla dottrina cristiana dei cori angelici (in cui nient'altro è da ravvisare che la trasformazione dell’antica tradizione), cimentando l'estrema possa del suo verso nel rendere gli accordi divini che si diffondono, coi concenti dell’arpa, dalla croce di Marte, o scaturiscono, come da magico flauto, dal collo dell’aquila, nel cielo di Giove, o accompagnano, di volta in volta, i canti e le danze dei beati. Tutto questo è più che bastante per testimoniarci il culto che Dante ebbe per la musica, al cuì effetti con tanto calore ritratti (cla musica trae a sé gli spiriti umani, che sono quasi « principalmente vapori del cuore (1), sicchè quasi cessano «da ogni operazione: si è l’anima intera quando l’ode, e la (1) Questi vapori del cuore sono messi in relazione nientemeno che con i vapori che s'addensano intorno a Marte, nella serie delle corrì- spondenze che il poeta istituisce fra il cielo di quel pianeta e la mu- sica (Conr., II, 14). | SUUNO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 23 « virtù di tutti quasi corre allo spirito sensibile che riceve il «suono ») egli ci dimostra tutt’altro che ottusa la sua sensi- bilità nell’episodio di Casella, dove la dolcezza del canto si sposa a quella della poesia: Noi eravam tutti fissi ed attenti Alle sue note... Che, d’altro canto, la stessa poesia Dante giudicasse quasi una composizione musiczle intessuta di parole, chiaramente si rileva dal passo dove rimpiange la dolcezza di suono, che nella traduzione delle opere più insigni era andata, secondo lui, irreparabilmente perduta: « E però sappia ciascuno che nulla * cosa per legame musaico armonizzata si può dalla sua loquela «in altra trasmutare, senza guastare tutta sua dolcezza ed «armonia. E questa è la ragione per cuì Omero non sì mutò «di greco in latino, come l’altre scritture che avemo da loro: «e questa è la ragione per che i versi del Psaltero sono senza «dolcezza di musica e d’armonia; che essi furono trasmutati «d’ebreo in greco e di greco in latino e nella prima trasmuta- «zione tutta quella dolcezza venne meno » (1). Questa presa di posizione, che pone l’Alighieri contro la folta schiera dei suoi futuri traduttori, è un omaggio reso o un diritto riconosciuto alla musicalità della poesia, che egli non dissiunge nel suo pensiero dall'arte dei suoni, anche altrove, indugiandosi a descriverne gli effetti « nelle parole armonizzate «e nelli canti, dei quali tanto più dolce armonia risulta, quanto « più la relazione è bella, perchè massimamente in essa s'in- ‘tende » (2). Ma quello che per noi più importa rilevare è che se Dante ebbe un adeguato concetto della musicalità della poesia in genere, ebbe della musicalità della sua poesia in specie una coscienza straordinariamente chiara e precisa. Onde l'opportunità di rendersi conto di quanto TLautore (1) Cone., T, 7. (2) Conr., II, 14. 24 S. FRASCINO pensasse e volesse, prima di passare all'esame degli elementi musicali che non costituiscono il pregio ultimo della sua poesia, ed ammirato non da oggi, se l’Anonimo scriveva di non voler «mandare in oblivione la suavissima musica e piena di sen- « suale dilettazione la quale per tutta l’opera è contenuta per cle joconde e limate rime con mirabile arte composte et «eziandio per la proporzione dei versi con giusta e debita « misura ». 4 Dante e la musicalità della sua poesia. Tutto preso dall'idea della perfezione ad ogni costo, in tutti i campi dove applicò la sua mente, allo stesso modo come nella politica si foggiò lideale di un imperatore che «tutto «avendo e più desiderare non possendo » dovesse necessaria- mente riuscire l'incarnazione della giustizia, così, anche nel campo della poesia, Dante concentrò tutta la sua attenzione e rivolse tutte le sue simpatie su di un componimento che «tutto avendo e più desiderare non possendo », riuscisse ll non plus ultra di quello che dalla poesia ci si possa attendere. Questo beniamino della sua predilezione letteraria fu la can- zone! E poichè la perfezione di questo componimento in sè considerato non poteva risultare se non dalla perfezione di tutti gli elementi che concorrono a costituirlo, così assottigliò il suo ingegno per escogitare i mezzi che lo rendessero in ogni singolo aspetto superiore ad ogni confronto, in concreto ed in astratto. La sua prima preoceupazione fu quella di delimitare l’'argo- mento della canzone, compito ch'egli assolve prima d’ogni altro, nel De Vilgari Eloquentia, basandosi su un fondamento filosofico. Triplice è la facoltà dell'anima umana: la vegeta- tiva, comune alle piante, che sprona luomo all’utile e con l'utile alla propria conservazione e salvezza; la animale, co- mune ai bruti, che sprona l'uomo al piacere e col piacere al- SUONU E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA - 20 l'amore; la razionale « fatta per propria dell'umana spece » che sprona l’uomo all’onesto e con l’onesto alla virtù. Il valore guerriero, il sentimento amoroso e la virtù morale, cardini dell'umana natura, debbono essere in conseguenza gli argo- menti della canzone. Reputando già in maniera illustre celebrato da Bertran de Born il valore delle armi, da Arnaldo Daniello e Cino da Pistoia il sentimento dell'amore, da Giraldo de Borneilh e da se stesso la virtù della rettitudine, Dante non fa che svelare la pratica da cui ha ricavata la teoria. Peccato che l’Italia non possa vantare ancora un cantore delle armi, come la Provenza! Questo è il primo e l’ultimo pensiero che Dante si dia di quello che riguarda la sostanza del suo componimento; le ‘ preoccupazioni che più lo travaglieranno sono, com'è facile attendersi, per quel che riguarda la forma. Ed è a questo fine che egli non si risparmia di moltiplicare le distinzioni e le sottodistinzioni. Della canzone non gli riesce difficile dimo- strare la superiorità sui sonetti, sulle ballate e su ogni altro componimento (II, 3). Giudica l’endecasillabo « superbissimum «carmen » « tam temporis occupatione quam capacitate sen- «tentiae, constructionis et vocabulorum »; ma poichè nella canzone ricorre frequente anche il settenario, così egli in omaggio al suo ideale deve riconoscere che l’effetto dell’ende- casillabo si accresce in unione con l'altro metro, che è quello cui spetta il secondo grado di nobiltà: «et licet hoc quod ‘dictum est celeberrimum carmen. ut dienum est, videatur “omnium aliorum, si eptasillabi aliqualem societatem assumat, ‘“dummodo principatum optineat, clarius magisque sursum ‘superbìire videtur » (II, 5, 5). Il riconoscimento della eccellenza di questi due metri, si noti, entrambi dispari, è assecondato poi a meraviglia da un altro suo pregiudizio, che cioè « simplicissima quantitas, quod ‘est unum, in impari numero redolet magis quam in pari » (1, 16, 5): tutto par cospirare, nella sua mente, alla perfezione della canzone! 26 S. FRASCINO Trattando dello stile, Dante lo tripartisce in tragico, comico ed elegiaco: si sa che alla canzone non può spettare che il più nobile grado di questa trinità: il tragico (II, 4). Passando alla costruzione, dalla insipida, sale alla sapida; dalla sapida alla sapida e venusta ed eccelsa (Fiecta marima parte florum de sinu tuo, Florentia, nequicquam Trinacriam Totila secundus adirit è il tronfio esempio che ne adduce), che naturalmente è riservata alla canzone. « Questa è la costruzione » esclama giubilante, « propria delle canzoni illustri, e questa seguirono « Giraldo, rolchetto di Marsiglia, Amerigo di Belnui, Amerigo «di Peculhan, il re di Navarra, Guido Guinizelli, il giudice di « Messina, Guido Cavalcanti, Cino da Fistoia e il suo amico!» (TI, 6). L'ideale poetico di Dante è dunque soprattutto un ideale di forma; ma come attingere quella « suprema constractio : che teneva la cima della sua mente? La via la conosceva ben egli che l'aveva con tanta perseveranza percorsa: solo dalla confidenza con gli antichi può risultare l'eccellenza fra i mo- derni e Dante non risponde per ambagi a quel quesito, ma con latino che non potrebbe essere più chiaro. « Et fortassis uti- «lissimum foret ad illam (supremam constructionem) habi- «“tuandam regulatos vidisse poetas, Virgilium videlicet, Ovi- « dinum Metamorfoseos, Statium atque Lucanum, nec non alios «qui usi sunt altissimas prosas, ut Titum Livium, Plinium. « Frontinum, Paulum Orosium et multos alios quos amica «solitudo nos visitare invitat » (II, 6, 7). In queste parole c'è, se non l’umanista, chè troppo ritiene ancora Dante della scoria medievale, il precursore degli umanisti, che si propone nel campo letterario moderno un ideale di forma che crede dover ricavare dallo studio dei classici. È qui che recitano veramente la loro parte le « grandi ombre » che nel Limbo faranno una comparsa soprattutto teatrale. Un riflesso della irraggiungibile perfezione classica e del suo «lucidus ordo » Dante vedeva nella «suprema constructio della canzone, esponente sommo «della perfezione poetica vol. SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 27 gare. Egli ci addita in questo campo i migliori modelli, offer- tigli specialmente dalla poesia provenzale, poesia di testa ove lo studio dell'elaborazione e di forma e di pensiero si sovrappone ad ogni freschezza d’ispirazione, quella freschezza cui Dante protesta, è vero, di ubbidire («io mi son un che “quando... ») ma che pur si compiace di vedere tradotta in linguaggio illustre ‘nella più sottile eccellenza di forma. Ed accanto a quel che di meglio gli offrivano i canzonieri proven- zali, come modelli di bello stile o di volgare eloquenza, Dante colloca la sua canzone « Amor che nella mente mi ragiona » (II. 6); accanto a Giraldo Daniello, Dante non esita a collo- carsì in schiera, come non esita a proclamarsi altrove « sesto » fra le aquile del classicismo « tragico ». Gli è che alla medesima tendenza dell'altezza di forma e di dettato che caratterizza la scuola classica, si uniformava l'alta lirica occitanica; quella nel racconto delle gesta eroiche o nell’illustrazione dei racconti mitici o nella lirica soggettività, questa nell’elevazione della materia d'amore ad un campo squisitamente spirituale, se pure convenzionalmente ideologico; ma a quel punto le due correnti confluiscono ed è così che Dante Alighieri può assi- dersi fra Virgilio Marone ed Arnaldo Daniello. Proprio su queste idee, che inseguono l’ideale della forma per farlo prigioniero del più nobile dei componimenti, si fonda la ripartizione che Dante si induce a fare della lingua, a se- conda degli argomenti da trattare. « Optimis conceptionibus “optima loquela conveniet » (II, 1, 8) egli asserisce, trovandosi in ciò d'accordo con i tardi coditicatori delle leggi della poesia %citanica, i quali dando la definizione della canzone nelle Leys d'amor non mancarono di avvertire che « nella canzone “Non si deve inserire alcuna volgare parola o alcun termine ‘ villano e sconveniente ». Per lo stile tragico, ci vuole il vol- gare illustre! Dove trovarlo? È così che Dante si trasforma in cacciatore che nella selva fitta degl'idiomi italici dovunque fiuta l'odore ma in nessuna parte riesce a scoprire il giaciglio della bella pantera che implacabilmente insegne e che starebbe 28 ° S. FRASCINO così bene ingabbiata nelle stanze della canzone! Il desiderio della preda lo portò a quella cernita dei vari dialetti italici che interessa direttamente il nostro assunto per i criteri con cui è fatta. Chi infatti prenda in esame tale rassegna, non tarderà a notare che il canone secondo cui Dante giudica sì fonda pre- valentemente su una ragione fonetica. Ragione che confina, in certi termini, con l’arbitrio, perchè il giudizio emesso volta a volta suì suoni finisce per riflettere un’impressione, la quale non può essere che soggettiva. Il nostro poeta sentenzia sui singoli dialetti in base ad alcune locuzioni tipiche di essi, locuzioni che egli giudica secondo i due elementi in cui riposa il valore musicale della parola: le combinazioni fonetiche in sc e l'accento come regolatore di esse. I dialetti istriano ed aquileiese, ad esempio, li riprova perchè gli offende l’orecchio la sgarbatezza degli accenti: « Ces fastu? crudeliter accentuando «eructant ». E per una ragione analoga, in cui c'entra un po anche la sua vanità di cittadino, stigmatizza tutte le loquele rusticane e montanine, « quae semper mediastinis civibus ac- «centus enormitate dissonare videntur » (I, 11, 6). Nè degno di preferenza gli pare il vernacolo siciliano, chè in esso gli offende l'orecchio la pesantezza di alcune parole « quia non «sine quodam tempore profertur, ut puta ibi: Tragemi d'este « focora ». Il termine sottinteso di tali confronti è, all’ingrosso, il toscano, ove le due parole ricorrenti nell’ultima formula, tra- gemi, focora, trovano corrispondenza nei bisillabi piani frammi. fuochi; ma il poeta nulla ci dice di questa occulta pietra di paragone, cul egli ricorre senza avvedersene. Così ancora l’ac- cento congiura a procurare la riprovazione di Dante al bresciano «vocabulis accentibusque irsutum et ispidum » ed ai dialetti con esso affini, come il veronese, il vicentino ed il padovano. In quanto ai suoni, che costituiscono l’altro elemento su cui sì fondano i suoi giudizi, è nota la poca simpatia con cui Dante guarda la zeta «quae quidem littera non sine multa « rigiditate profertur », tanto che a proposito dei genovesi, - A io n sz nei i Pon SUONO E PENSIERO NELLA POKRSIA DANTESCA 29 nel cui dialetto quel suono tagliente tanto spesseggia, egli non esita di dire, a mo’ di celia, che se essi per dimenticanza perdessero quella lettera, o dovrebbero ammutolire affatto, o procacciarsi una nuova loquela. Una ragione opposta motiva la condanna di altri due gruppi di dialetti: il romagnolo, ed in particolare il forlivese, che per la mollezza dei vocaboli e della pronunzia fanno parer donna l’uomo che lo parli; ed il bre- sciano, che alla stessa guisa del veronese, del vicentino e del padovano, per l’asprezza degli accenti e dei suoni non solo toglie ogni grazia alla donna che lo parli, quanto la fa parere uomo! (I, 14). Nel bolognese sembra a Dante che confluiscano caratteri linguistici propri delle città vicine, ciò che conferisce a quel dialetto, per il giusto contemperamento che ne consegue di elementi vari ed opposti, un titolo di superiorità sugli altri dialetti della penisola. Può meritare, anzi, la palma fra tutti; ma ciò non significa poter essere reputato degno di incarnare senz'altro l’ideale del volgare illustre, poichè, se così fosse, Guido Guinizelli e gli altri che perseguirono questo ideale linguistico, non si sarebbero scostati da esso, come invece fecero. La ragione di questa preminenza relativa del dialetto bolognese Dante la fonda, al solito, su una questione di suono: ‘Accipiunt etenim praefati cives ab Ymolensibus lenitatem ‘atque mollitudinem, a Ferrariensibus vero et Mutinensibus “aliqualem garrulitatem, quae proprie Lombardorum est ». Da questa molteplicità e contrarietà di suoni nasce quella “concordia discors » o « concordantia dissonans » che come, in altri campi, era ambizione degli uomini del medioevo poter giustificare col metodo scolastico, così suscita la soddisfazione di Dante poter ritrovare nel campo linguistico. « Si ergo Bo- ‘nonienses utrinque accipiunt, ut dictum est, rationabile : videtur esse quod eorum locutio per commistionem oppo- ‘“sitorum ad laudabilem suavitatem remaneat temperata ». Quest'ideale del contemperamento degli opposti induce Dante anche all'approvazione di suoni per cui ha la più profonda 30 S. FRASCINO antipatia, com’è il suono gutturale ch’egli non senza ragione ritiene importato in Italia dai Longobardi! Ad esso egli sbarra le porte del volgare aulico, giungendo ad asserire che la ragione della mancanza di poeti ferraresi, modenesi e reggiani è da ravvisarsi nel fatto che la gutturalità del linguaggio loro vieta il volgare aulico! Che una lingua riesca più dolce e possa dirsi più musicale d'un’altra quanto più sia scevra di elementi duri ed aspri ed abbondi invece di elementi vocalici, è un fatto ovvio, che ha anche resa possibile una classificazione musicale, in tal senso, degl'idiomi. Ma questa può aver valore solo oggettivamente considerata, nel confronto, cioè, fra lingua e lingua, e non lo ha più rispetto ad una lingua soggettivamente considerata in chi la parla fin da bambino: chè ogni popolo trova armoniosa la propria loquela e musicali i versi dei suoi poeti, i quali eventualmente ad uno straniero ignaro di essa possono anche apparire come un accozzo di suoni eterocliti! Nell’emanare la sua sentenza sui dialetti summenzionati, Dante giudicava secondo un punto di vista a suo modo oggettivo, e tutto preso dell'ideale di una poesia che per essere nazionale doveva essere aulica o curiale, non prendeva in seria considerazione la possì- bilità di una grande poesia dialettale, perchè, secondo lui, con- dannata necessariamente a rimanere regionale! È noto che, non riuscendo ad irretire la pantera reale, il nostro cacciatore non si sgomenta e se ne finge una ideale, ch'egli può addomesticare a suo talento e che, in fin dei conti, corrisponde meglio ai suoi desideri: come l’ideale è fatto ap- punto per far risaltare l'inadeguatezza del reale, così il vol- gare illustre è fatto apposta perchè al suo confronto risulti l'inferiorità delle parlate vive. Questo volgare ideale, cui siano tributari del loro fior fiore i singoli dialetti della penisola, sarà quello riservato allo stile tragico, proprio della canzone. Ma neppure questo privilegio appaga il nostro poeta, per- seguitato dalla manìa delle distinzioni. Egli deve dimo- strare che non tutto il volgare illustre può essere considerato SUONO FE PENSIERO NELLA PUFSIA DANTESCA 81 patrimonio della canzone, ma solo una parte di esso, poichè « grandiosa modo vocabula » possono entrare nella più sublime delle costruzioni: quella che egli ha chiamata « sapida e ve- «nusta ed eccelsa » e che è propria della canzone. Dopo la cernita dei dialetti, riprovati tutti, l'un dopo l’altro, nel loro concorso alla rappresentanza del volgare illustre, abbiamo così una classificazione delle parole di questo volgare illustre, di questa pantera che somiglia tanto ad una chimera; classi- ficazione che Dante fa con criterio misto, in base al loro signi- ficato e, quel che più conta per noi, in base al loro suono. Per l’esperienza che aveva ricavata dalla lirica occitanica, egli comprendeva bene che la nobiltà di stile della canzone non poteva essere mantenuta se non a condizione dell’arista- craticità del lessico, aristocraticità la quale costringeva ad una genericità di espressione che schivasse l’urto di ogni minuto particolare, «come di ogni parola rozza e plebea. Così sarà, presso a poco, anche del lessico della canzone amorosa fog- giato dal Petrarca, al quale il Gioberti potrà con ragione muo- vere il rimprovero di avere impoverito la nostra lingua, in un periodo in cui la reazione puristica, riportandosi alle tradi- zioni del buon secolo, tendeva tutt’altro che ad arricchirla, per la preoccupazione di purgarla di tutte le scorie galliche introdottevi dalla teoria e dalla pratica dei redattori del Caffe. Ad impoverire, col fine di nobilitare, il lessico della canzone, provvide bene Dante, con la sua mania delle distinzioni! (1). (1) Diamo qui una rappresentazione schematica della divisione dei « vocabula » fatta da Dante: A) Puerilia (1) ‘ B\ Muliebria (2) | Silvestria (3) C) Virilia \ lubrica et reburra (4) Urbana | pexa (5) et irsuta (6). (1) mate e pate, mamma e bebbo — (2) doleiada e piacevole — (3) grcggia e cetra — (4) femmina e corpo — (5) amore, donna, disio, vertute, donare, letizia, salute, securitate, defesa — (6) terra, honore, speronza, gqravitate, alleviato, tmpossibilità, iinpossibilitate, henarrentruratissimo, inantmnatissimanmente, disacventuratissi memente, sorvramagnificentissimamente. 32 S. FRASCINU Delle tre prime grandi classificazioni ch’egli fa delle parole in « puerili » (come mamma e babbo, mate e pate), « muliebri » (come dolciada e piacevole) e « virili », egli comincia senz'altro col riprovare le due prime, rispettivamente per la loro sem- plicità e per la loro mollezza, e della rimanente terza classe quanto assegna egli alla canzone ? Solo, ed in secondo giudizio, la metà della metà, ossia la quarta parte! Distinti infatti ì «vocabula virilia » in « silvestria » (come greggia e cetra) ed «urbana » ed esclusi dal lessico amoroso i primi, per la loro austerità, il nostro poeta suddivide ancora i secondi in « lu- « brica » e « reburra » (come femmina e corpo), che anche con- danna, e « pexa » ed «irsuta », cui finalmente concede la sua approvazione. Ma che razza di vocaboli sono questi « urbana pexa » ed «urbana irsuta » che han dovuto fare una così lunga coda prima di ottenere la tessera d’ingresso, soli fra tutti, nel sacro recinto della canzone? « Chiamiamo pera quelli che trisillabi o vicinissimi alle tre sillabe, senza aspirazione, senza accento acuto o circonflesso, senza le doppie 2 o x, senza raddoppia- mento di (due) liquide o posizione immediatamente dopo una muta, appianatìi quasi, lasciano il parlante con una certa soavità, come amore, donna, disto, vertute, donare, letizia, salute, « securitate, defesa ». | Soltanto queste le parole che, nell’ideale di Dante, sono veramente degne del più nobile dei componimenti, la can- zone e — quel ch’è più notevole — esse ottengono la sua approvazione entusiastica in base alla loro virtù musiczle, non al loro significato! Sennonchè, di distinzione in distinzione e di riprovazione in riprovazione, il nostro giudice sarebbe arrivato alla canzone con un bagaglio linguistico così allegge- rito, che il poeta che dovesse in realtà solo di esso servirsi, correrebbe il rischio di non potere addirittura aprir bocca! A_soccorrerlo, almeno per quel ch'è ancora possibile, arriva in buon punto il suo preconcetto che gli fa giustificare per una ragione d'armonia quelle stesse parole ch’egli ha ripro- SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 38 vate per una ragione di melodia, con il riconoscimento del dritto d'ammissione nel lessico della canzone di tutti i ter- mini che agli ultimi, così schifiltosamente definiti, si oppon- gono come il nero al bianco, e che appunto perciò hanno la virtù di fare con essi ottima lega! Sarebbero questi i « voca- «bula irsuta ornativa » oltre quelli « necessaria »: anche qui le sottodistinzioni! «Chiamiamo « vocabula irsuta » quelle « parole, oltre a queste, che sembrano essere o necessarie 0 «ornatite del volgare illustre. E diciamo necessarie quelle che «non possiamo evitare, a guisa di alcuni monosillabi come sì, «no, me, te, se, le interiezioni a, e, î, 0, « e molte altre. Diciamo ‘ornative tutte quelle parole che, miste con i « vocabula pexa » «rendono bella l’armonia dell’insieme, sebbene abbiano asprezza «di aspirazione e di accento e di doppie e di liquide e di prolis- «sità, come terra, honore, speranza, gravitate, alleviato, impos- ‘sibilità, impossibilitate, benavventuratissimo, inanimatissima- «mente, disavventuratissimamente, sovramagnificentissimamente, «che è endecasillabo ». Sicchè, tirate le somme, del volgare illustre o cardinale o aulico o curiale che Dante riserva alla canzone, come al più nobile dei componimenti, fanno parte tutte le parole che egli giudica musicali positivamente (pettinate) o negativamente (arruffate), comprese in queste ultime quelle richieste dall necessità. Il perchè di questo modo di vedere l'abbiamo rile- vato più sopra, a proposito del dialetto bolognese: per un uomo come Dante che ha tutte le preoccupazioni scolastiche della sua età, anche nel campo del linguaggio la concordia del composto non può risultare che dalla discordia dei compo- nenti! A generare l’armonia non bastano i suoni melodici, occorrono anche quelli dissonanti: quel che Dante rifinta sono l suoni, per così dire, medii, le parole che non sono nè petti- n:ite, nè arruffate. Proprio così! Dante aborre l’ignavia anche nel suono della parola ! | Stabilita questa osservazione, non ci meraviglieremo che egli voglia regolata la combinazione delle rime secondo un 3 - Giornale storico — Suppl. n° 24. 34 S$. FRASCINO criterio corrispondente a quello con cui vuole regolata la combinazione delle parole: le rime non debbono essere nè tutte dolci, nè tutte aspre, ma debbono intrecciarsi secondo un giusto contemperamento, «nam lenium asperorumque rithi- «morum mixtura ipsa ,tragoedia nitescit » (II, 13, 12). La canzone, così concepita essenzialmente sotto un rispetto musicale come una « fabricatio verborum armonizatorum » po- teva nella maniera più opportuna sposarsi alla « modulatio » del musicista e questo costituiva per essa un altro titolo di superiorità sugli altri componimenti, i quali non potevano contare sul privilegio di essere musicati (1). Questa concezione (1) « Cantiones per se totum quod debent etticiunt, quod ballatae «non faciunt (indigent enim plausoribus, ad quos editae sunt)». A questa asserzione del De V. FI. (II. 3) si può mettere a riscontro una terzina del poema: E come a buon cantor buon citarista Fa seguitar lo guizzo della corda In che più di piacer lo canto acquista... Par., XX, 142 seg. Quale poi fosse il genere della musica riservata alla canzone lo dice assai chiaramente l'episodio di Casella, che anche in Purgatorio > non nega a Dante l’amoroso canto Che già solea quetar tutte sue voglie... Si tratta della muxsiea monodica, secondo la maniera trobadorica, che «contrappone ad ogni sillaba o una nota o un solo gruppo di «note (neuma)», e che «trascura il tempo misurato... perchè essa «misura non pareva (e non è in realtà) necessaria se non alla musica « polifonica » (A. RESTORI in’ Riv. Musie. ital., 1895, pp. 1-22). Ri- cordiamo a questo proposito che da un cenno del Crescimbeni (Storia della volgar poesia, libro V, classe 18, n. 65) si rileva che un tale Sco- chetto musicò la ballata Deh nuvoletta che in ombra d’amore... Dante stesso ci fornisce lindizio «he un altro suo componimento fosse musicato: Amore, consigliandogli in sogno di scrivere per rima a Beatrice come sia da lui signoreggiato, non trascura un ultimo ammo- nimento: « falle adornare di soave armonia, ne la quale io sarò tutte “le volte che sarà mestiere » (V. ., NIIT. 8). Né il servo d'amore dimentica avvertimento, anzi da esso prende lo spunto della prima strofe. SUONO E PENSIRRO NELLA POESIA DANTESCA 35 portò l’Alighieri a considerare come divise da un baluardo insormontabile le sue liriche d’amore (a parte le rime petrose), cui egli riserva lo stile tragico, ed il suo poema dall’altra, dove egli adottò lo stile comico, per cui non trascurò dì avver- tire: «quandoque mediocre, quandoque humile vulgare su- «matur », senza peraltro giungere alla distinzione di queste due maniere, che si era proposta per il libro quarto del suo trattato. Ed ha ragione il Croce di scrivere, a proposito delle liriche d'amore: « In questo sorpassare col suono le parole, in questa ‘ virtù poetica che non ricava da sè le sue particolari denomi- «nazioni, ma le prende dalla letteratura e le circonfonde d’ar- «monia, c’è dell’incompiutezza... » (1). La sua poesia giovanile Dante la concepisce e la attua come una musica soave. Egli non fa che insistere sulla dolcezza dei suoi versi: dolci, si sa, per la materia trattata, ma dolci soprattutto per la maniera con cui quella materia è trattata. Né quella maniera si limita alle liriche giovanili. Il mesto «ldio con cui s’inizia l’ultima canzone del Concvirio Le dolci rime d'amor, elio solia Cercar ne’ miei pensieri Convien ch'io lasci... ci illumina abbastanza sul posto che nella mente dell'autore oxcupavano le due precedenti composizioni per cui egli, spro- nato dall’ambizione al titolo di poeta della rettitudine, si vide costretto a moralizzare, sotto il manto della filosotia, versi composti con ben altra intenzione. Alla stessa induzione siamo spinti anche per altre consi- derazioni. Abbiamo osservato che nelle sue distinzioni, VAlighieri guarda una prima volta la canzone sotto il rispetto del con- —__— Tm (1) B. CROCE, La poesia di Dante, Bari, Laterza, 1921, p. 38. 86 S. FRASCINU tenuto, citando a modello (De Vulg. El., II, 2) quel suo com- ponimento Doglia mi reca nello core ardire dove, a precorrere quasi il Leopardi, muove dalla premessa che la beltà fu concessa alla donna come premio alle virtù dell’uomo, per giungere alla conseguenza che, in mancanza d’uomini virtuosi, anche le donne dovrebbero celare le loro bellezze. Una seconda volta, egli guarda la canzone special- mente sotto il rispetto della forma, proponendoci ad esemplare l’altra sua composizione (II, 6) Amor che nella mente mi ragiona. Ora, che l’ideale di forma della canzone l’Alighieri lo conce- pisse, a quel che siamo venuti vedendo, sotto un rapporto eminentemente musicale, ha una chiara riprova nel fatto che in poche delle altre liriche dantesche il nostro spirito è cullato, come in questa, dalla morbidezza del suono, che, scansando dissonanze ed asprezze, sentiamo diffondersi in un tenue ondeg- giamento ritmico, mirabilmente rispondente al velato misti- ctsmo, riflesso nei soliti motivi della gentilezza, della vere- condia, dello smarrimento in presenza dell’amata. In questa canzone, accomunata, nel mesto addio alle « dolci rime », alla consorella che la precede, nella cui penultima strofe ha ancora il discorso « uno spiritel d’amor gentile », risuona anche troppo distinta la nota dominante di quell’amore dei fioriti tempi giovanili, d'illibata candidezza e di squisita soavità, che agli occhi della nostra fantasia appare spoglio di ogni materialità, più pittorico che plastico, più musicale che pittorico. L'amore giovanile di Dante, che si traduce in una lirica tutta soavità di suoni e di accenti, cui a ragione possiamo ascrivere anche le due prime canzoni del Contvirio, è tutt'altra cosa dell'onda impetuosa, della passione concupiscente per la donna della pietra, che apportando la plasticità delle immagini, materializzerà anche il suono, immettendovi, per la prima volta, aspro ed il chioccio. Parole come spezzi, spresza, scorza, 3U0NO E FENSIERO NELLA POESIA DANTESCA Oi mezzo, rezzo, ferza e simili, con cui il poeta non esita a foggiare le nuove rime, suonavano, al suo orecchio, schiavo di tanti scrupoli, tutt'altro che carezzosamente! Ma della sua volontà di mutar stile rimane una testimonianza diretta! La protesta, con cui si apre una canzone: Così nel mio parlar voglio esser aspro Com'è negli atti questa bella pietra I.a quale ognora impetra Maggior durezza e più natura cruda... non può lasciar dubbi sulla coscienza che Dante ebbe della funzione del suono nella poesia; a meglio illuminare la quale, nessuna parola è più adatta di quella con cui egli stesso com- menta alcuni versi del Convivio (III, vv. 12-14): E dirò del valore Per lo qual veramente è l’uom gentile Con rima aspra e sottile. Scrive egli adunque: « E prometto trattare di questa materia con rima sottile ed aspra. Perchè saper si conviene che rima si può doppiamente considerare, cioè largamente e stretta- mente. Strettamente s'intende per quella concordanza che nell’ultima e penultima sillaba far si suole; largamente s’in- tende per tutto quello parlare che in numeri e tempo regolato, in rimate consonanze cade; e così in questo proemio intendere si vuole. E però dico aspra quanto al suono del det- «tato, che a tanta materia non conviene essere «leno» (Conv., IV, 2). Ecco, in queste parole semplicissime, il canone fondamen- tale dell’estetica dantesca del suono, consistente nella stretta corrispondenza di esso al pensiero. E che cosa predicava la precettistica tradizionale, nelle vacue formule retoriche ? Sen- tiamolo da Marciano Capella, dal retore della decadenza, che, celebrando le nozze di Mercurio con la Filologia, diede in re- taggio al medioevo la prima classificazione delle arti del trivio e del quadrivio: « Compositionis vitiuam maximum est, hiulcas 38 8. FRASCINO «et asperas, frenos etiam, iotacismos, mvtacismos, homoeo- « prophora, disprophora et polisvgma non vitare, vel cuiuslibet « litterae assiduitatem in odium repetitam » (1). Sani precetti, quando la razione artistica li richieda; vacui ammonimenti al poeta che per principio intrinseco della sua arte non vincola il pensiero al suono, ma condiziona, fin dove @ possibile, il suono al pensiero. Questo è il caso di Dante, salvo quei luoghi dove il bisticcio e l'ingegnosità, che dai suoi contemporanei avevan lode, non lo adescarono (2). Nella Commedia entrerà lo spirito ed entrerà la materia: entrerà quindi il linguaggio in tutta la sua vastità lessicale ed in tutta la sua potenza musicale. È sintomatico che Dante in essa qua e là accolga la parola latina, o alemanna, o pro- venzale, od ebraica, senza sdegnare nemmeno quella vernacola. e pare che ci tenza a farci rivelare da Adamo qualche nota del suo primitivo linguazgio, e dare da Nembrotte un saggio della confusione babelica ! La Divina Commedia è il grande sirventese in cui entrano, senza ehiedere permesso, come in casa loro, quei « vocabula « puerilia propter sui simplicitatem, ut mamma e babbo (3)... «muliebria propter sui mollitiem... urbana, lubrica et reburra, «ut femmina e corpo » e peggio. E chi aveva creduto neces- sario fornire di uno speciale salvacondotto per l’ingresso nella ‘anzone, parole come greggia e corpo « vocabula silvestria « propter asperitatem », ed aveva appena ammesso i « voca- «bula irsuta » a patto che fossero « urbana », ed i « vocabula « pexa », pure così schifiltosamente definiti, si lagnerà di non avere suoni più aspri e più chiocci di quelli che adopera (Inf. (1) Phet., 33. (2) Vedi quello che di questa labe dantesca dice il Carducci, rac- cogliendo gli esempi più caratteristici (Opere, VIII, pp. 39-40). (3) Cfr., nemmanco a farlo apposta, il verso Nè da lingna che chiami mamma e babbo. Inf. NXXII, 9. SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 89 XXXII, 1) per poter spremere più pienamente il sugo del suo concetto! E quasi a mostrare che se di quei suoni scabri la dolce ma- terna favella non lo sodisfa, sa all’uopo anche trascenderne la cerchia, egli, poche terzine più sotto, ricorrendo a parole esotiche, non si perita di introdurre una rima in -îechi: Non fece al corso suo sì grosso velo Di verno la Danoia in Osterlicchi, Né Tanai là, sotto il freddo cielo, Com'era quivi; che se Tambernicchi Vi fosse su caduto, o Pietrapiana, Non avria pur da l’orlo fatto cricchi. Inf., XXXII, 25 age. Osservazione giusta, ma insufficiente, è quella del Cesareo, che guarda l'elemento musicale della Commedia più sotto il rispetto quantitativo, che quello qualitativo (1). Collocando a riscontro le parti vive ed immortali delle tre cantiche, senza la preoccupazione del difetto di esso nelle aride disquisizioni teologiche e filosofiche, le quali affiorano nel Purgatorio ed abbondano nel Paradiso, se ne indurrà non l’attenuarsi del- l'elemento musicale, ma la sua graduale trasformazione, a mano a mano che la materia si evolve e si eleva, in perfetta armonia con la trasformazione del pensiero. L’Inferno è il trionfo della materia ed è ancora il trionfo della materialità dei suoni; la musica della parola non è qui carezza al nostro spirito, ma tormento, destinata ad accrescere l'impressione di orrore che suscita la visione di tante miserie. Già una fosca prolusione è nel suono di alcuni fra i primi versi: Questa selva selvaggia ed aspra e forte Che nel pensier rinnova la paura... (1) In Saggi critici, Ancona, 1884. p. 81: « E non ci meraviglicremo, ‘prima di tutto, se L'elemento musicale nel Paradiso è più scarso ‘che nel Purgatorio e nel Purgatorio più scarso che nell'Inferno ». 40 S. FRASCINO ove ad una forte allitterazione (1) ed allo scoppio degli aspri nodi consonantici del primo verso succede nel secondo il cozzo di due erre, sì che l’una dura fatica a districarsi dall’altra. E se il secondo canto, per l’intonazione generale e per la mu- sicalità che si effonde piena di dolcezza in alcuni passi (« Lo « giorno se n’andava e l’aer bruno »; « Lucevan gli occhi suoi « più che la stella »; «Quale i fioretti dal notturno gelo ») fu detto un lembo di paradiso nell’inferno, sì pensi che ancora non siamo nell’orrore delle tenebre, ma alla carezza del sole; quando questa mancherà, «nella valle d’abisso dolorosa », nessuna soavità d’accento più molcerà la nostra anima. La lamentosa nota della rima in aî, che appare la prima volta a proposito delle gru (22) F come i gru van cantando lor lai echeggia mestamente per la valle d’abisso: Quivi sospiri, pianti, ed alti gquui... Che tuono accoglie d’infiniti guai... e ci rende, in una sua variante, la monotona querimonia dei tre fiorentini gementi sotto la pioggia di fuoco: Ricominciar, come noi ristemmo, ei L'antico verso... (3) (1) Posteriore a Dante è il conio di questa parola. introdotta la prima volta, secondo l’Adelung, dal Pontano nel dialogo Actius. La stessa figura sì soleva prima designare col nome greco di parho- moeon o di hRomoeoprophoron. (2) Questa rima onomatopeica, che in Dante riproduce il lagno delle gru, nell’Ariosto rifà il verso della gazza, la quale Vedendo ed ascoltando gridò: Guai! (Sat., III, 144). (3) L'onomatopea del lamento s'arricchirà di una nuova nota nel Purgatorio, in bocca di Marco Lombardo (XVI, 64): Alto sospir, che il dluolo strinse in hui accanto all'altra già usata (TN, 13 sgg.): Nell'ora che comincia i tristi lai La rondinella presso alla mattina Forse a memoria dei suoi primi guai. SUONU E PENSIERO NELLA PUESIA DANTESCA 41 Nel secondo cerchio l’impressione delle tenebre infernali ci è suscitata dall’insistenza delle vocali oscure fo venni in loco d’ogni luce muto cui subito dopo è affidata l’eco del cupo rumore, all’inizio ed alla chiusa di due versi consecutivi: Che mugghia come fa mar per tempesta Se da contrari venti è combattuto (1). Come in un immondo canile si entra nel terzo cerchio infernale. Qui echeggia lungamente nel cuore di un verso Con tre gole caninamente latra la voce del demonio Cerbero, ‘alla cui figura Dante conferisce qualche tratto umano (la barba unta ed atra; unghiate le mani;lefacce lorde), per la stessa ragione per cui dà ai dannati qualcosa del canino, non foss’altro che la voce (Urlar li fa la pioggia come cani), quasi ad accrescere la sozza mistura del Inogo. Un cane sopra altri cani! Anche il paragone che qui occorre in un verso pieno zeppo di a: Quale quel cane che abbaiando agugna non può riferirsi che all'idea fondamentale, cui il « ventre largo » di Cerbero è ottimo commento, richiamandoci alla natura della pena riservata a coloro che fecero capanna del loro ventre, ai golosi in quantità, più che in qualità di cibo. Alle più difficili prove cimenta Dante la musica della parola nel canto settimo dell’Inferno, ove, dopo le oscure ed eteroclite parole di Pluto, dipinge al vivo la ridda di prodighi ed avari. Accenti ora forzati dal suono, ora che il suono stesso costrin- gono vigorosamente, imprimendogli la velocità della folgore (Tal cadde a terra la fiera crudele), risonanza multiforme di allitterazioni, groviglio di suoni inviluppati, che si risolvono n _—_y_—_ 1) Cfr.il virgiliano: « semitrenemes omne remewgit » (4er., NIT, 722). g (a 42 S. FRASCINO in aspro cicaleccio di rime. Basti dare uno sguardo a queste, quali sì presentano non a chi le vada distinguendo, ma a chi le consideri nella loro successione: eppe, occia, abbia, upo, ele, acca, ipa, îddi, oppa, urli, etro, unto, ostra, erci. Nella palude stigia, Filippo Argenti si accanisce sulle proprie carni, come l'accento si accanisce su una stessa vocale, nel Verso | In sé medèsmo si volgèa coi dénti. L’insistenza delle allitterazioni, il profluvio delle fricative sorde, le spire ritmiche dei frequenti enjambements, contribui- scono a dare non so qual fosco presagio della città di Dite: Ed io: Maestro, già le sue meschite Là entro certo nella valle cerno Vermiglie, come se di foco uscite Fossero. Ed ei mi disse: il foco eterno Ch'entro le affoca, le dimostra rosse Come tu vedi, in questo basso inferno... Le mura mi parean che ferro fosse. Con la violenza dell’uragano il ritmo travolge le terzine che annunziano l’arrivo del messo celeste E già venia su per le torbid'onde Un fracasso d’un suon pien di spavento Per cui tremavan ambedue le sponde... e balzella irrequieto negli otto monosillabi ritraenti il salta. beccare del Minotauro Che gir non sa, ma qua e là saltella. Come smorto è il colore della selva dei suicidi, inviluppatì e sordi sono i suoni che la ritraggono: Non han sì aspri sterpi nè sì folti... Con quanta efficacia insiste la spirante labiale nel rendere lo sprigionarsi del vento da un tizzo verde E cigola per vento che ra via SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 43 la sibilante ritrae, nel girone dei suicidi, lo sprizzare del sangue con la parola dalle punte di un virgulto Soffi col sangue doloroso sermo o il fischio del serpente Che stati fossimo anime di serpi (1) e le fricative seguite da vocale oscura esprimono, nella bolgia deì consiglieri fraudolenti, il soffio sordo della fiamma, che stenta ad articolarsi nella parola Per un confuso suon che fuor n’uscia. La condizione dei violenti contro Dio, nella landa infocata, è ritratta, non meno che dalle parole, dal ritmo della terzina Supin giaceva in terra alcuna gente; Alcuna si sedea tutta raccolta, E altra andava continuamente Inf., XIV, 22 sgg. dove al primo verso, percosso da cinque accenti, si contrappone il terzo, cui il lungo avverbio di sei sillabe non concede più di due accenti, assoggettandolo alla stessa instabilità cui sono condannati i peccatori. Nell’episodio di Ulisse, dei versi Cominciò a crollarsi mormorando Pur come quella cui vento affatica il primo rende col suono quel mormorìo ed il secondo Vagitarsi della fiamma, con la fatica del ritmo. Così il timpano di nes- suno è sordo al chiasso che fanno i gerundî, nel ritrarre lo scomposto agitarsi della fiamma che imprigiona lo spirito di Guido da Montefeltro: La fiamma dolorando si partio Torcendo e dibattendo il corno acuto. (1) Cfr. il raciniano (Androm., V, 5): Pour qui sont ces serpents qui sitHent sur vos tétes? 44 9. FRASCINO Al suono aspro della zeta, tenuto a battesimo dal diavolo, nella rassegna della bolgia dei barattieri «Tratti avanti, Alichino e Calcabrina » Cominciò egli a dire «e tu Cagnazzo E Barbariccia guidi la decina. Libicocco vegna oltre a Draghignazzo, Ciriatto sannuto e Graffiacane E Farfarello e Rubicante pazzo Inf., XXI, 118 sgg. ricorre Dante per rendere, con la pena degli scismatici, il modo della nona bolgia sozzo. I suoni cupi e strani delle rime che accentuano qui la volgarità delle immagini, aggirantisi nell’èàmbito della cantina e del macello rià veggia, per mezzùl perdere o lulla Com’io vidi un, così non si pertugia, Rotto dal mento infin dove si trulla: Tra le gambe pendevan le minugia; La corata pareva e il tristo sacco Che merda fa di quel che si trangugia Inf., XXVIII, 22 sgg. hanno degna corrispondenza in quelli che assecondano 1 ter- minì di confronto che la pena dei falsatori di metalli trova nella cucina o nella stalla Io vidi due sedere a sè poggiati, Com'a scaldar sì poggia tegghia a tegghia, Dal capo al piè di schianze maculati; E non vidi giammai menare stregghia A ragazzo aspettato dal signorso O a colui che mal volentier vegghia, . Come ciascun menava spesso il morso Dell'unghie sovra sé, per la gran rabbia Del pizzicor che non ha più soccorso, Inf., NXIX, 73 agg. SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 45 E non so che di scaglioso v’è nei versi successivi, per l’acca- vallarsi di aspre allitterazioni E sì traevan giù l’unghie la scabbia Come cortel di scardova le scaglie. Il continuo commovimento dell’aria si sente, già al primo entrare nel Limbo, nel fremito che percorre il verso Che l’aura eterna facevan tremare per la vibrazione delle quattro erre, di cui due implicate nel nesso consonantico. Anzi qui l'efficacia della parola « eterna », che, così, nel cuore del verso, sembra animare d’un vivace colorito tutta l’immagine, è, più che altro, un fenomeno ope- rato per virtù di suono: chè non meno eterna dell’aura infer- nale, eterno è «l’aer dolce che dal Sol s’allegra » e quell’epi- teto, quasi soverchio, perderebbe ogni effetto, se questo non avesse raccomandato ad intrinseche virtù di suono. Ravvalorando l’azione espressa dallo stesso verbo, anche altrove la stessa parola rifà capolino a sostenere colla sua vi- brazione l’accento ritmico: E mentre che andavamo in ver lo mezzo Al quale ogni gravezza si rauna Ed io tremavo nell’eterno rezzo ” Inf., XXXIII, 73 seg. mentre il suono tagliente della zeta, che, oltre la rima, invade anche il corpo della terzina, ci avverte che siamo nel fondo cupo dell'universo. Insieme con la carezza del sole si farà sentire l’incantata dolcezza della parola, come il nostro spirito potrà allegrarzi di aere più sereno. E sotto il cielo azzurro del Purgatorio la Musica della parola risuona in tutta la sua gaia serenità (I, 13 sgg.): Dolce color d’oriental zafliro Che s’accoglieva nel sereno aspetto Dell’aer puro infino al primo giro... 46 S. FRASCINO Questa terzina, ove predominano i suoni chiari, per le erre che vi spesseggiano è tutta perfusa di una dolce vibrazione, che prepara quasi alla visione del piano marino nella chiarità mattinale, visione che trova espressione semplice e grandiosa nel verso: Conobbi il tremolar della marina. Nell'episodio di Casella le rime, non paghe quasi del loro suono, s’inerociano in dolce consonanza, a generare una nuova armonia: « Amor che nella mente mi ragiona » Cominciò egli allor sì dolcemente Che la dolcezza ancor dentro mi suona. Lo mio maestro e io e quella gente Ch'eran con lui parevan sì contenti Come a nessun toccasse altro la mente. Noi eravam tutti fissi ed attenti Alle sue note... ben diversa dallo stridore che un simile incrocio di rime con- sonanti rende nella ghiacciaia di Cocito: . Poscia vid’io mille visi, cagnazzi Fatti per freddo; onde mi vien riprezzo, E verrà sempre, de’ gelati guazzi. E mentre che andavamo in ver lo mezzo Inf., XXXII, 70 agg. Quel senso di vaga nostalgia che pervade tutto il secondo regno dantesco, di cui potrebbe dirsi la vita essere solo ricordo e speranza, fondandosi nel passato con i dolci ricordì mon- dani, e nel futuro, per l'attesa d’un bene agognato e certo, sì concreta in uno squisito sentimento musicale, che ha un chiaro preludio nel ritmo stanco dei primi canti, e che spesso si effonde in tutta la sua dolcezza nei particolari episodi: mu- sica lecgera e tutta spirituale, raccostabile a quella delle dolci rime d'amore. Anche gli angeli del Purgatorio, meno simbolici di quelli del Paradiso, finiscono per perdere del con- cetto mistico, firurandosi nell'umano così risolutamente come SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA ° 47 Beatrice si trasfigura nel divino. Nella valletta amena, Dante li vede biondi, come poi li rappresenterà Melozzo da Forlì, Ben discerneva in lor la testa bionda Ma nelle facce l’occhio si smarria Come virtù che a troppo si confonda, Purg., VIII, v. 34 sgg. ma non ode ancora la loro voce, nè musicale si può ancor dire la rappresentazione che egli ne fa. Appresso, nel primo girone, la creatura angelica gli appare « biancovestita », come la creatura angelicata del suo amore gli era apparsa, la seconda volta che la vide, « vestita di colore bianchissimo », incorporea nella raegiera di luce che la confonde, e questa volta sì che la parola diventa melodia: x A noi venia la creatura bella Biancovestita e nella faccia quale Par, tremolando, mattutina stella. Purg., XII, 88 seg. Molta della soavità di questa terzina è dovuta al suono liquido della rima, che qui accompagna la visione dell’angelo come altrove aveva accompagnata quella di Beatrice: Lucevan gli oechi suoi più che la stella: E cominciommi a dir, soave e piana Con angelica voce, in sua favella... E bene fu avvertita, nell’episodio di Forese, «una dolcezza ineffabile di suoni, di sentimenti, di ricordi... » non so quant'io mi viva .- | Ma già non fia il tornar mio tanto tosto Ch’io non sia col voler prima alla riva dove i nove î, acuiti i più dall'accento, e due, anzi, dalla rima, inducono in questo preludio dell'addio una musicalità delicata, come quella ch’è innanzi, in una ripresa del primo colloquio: Forese, da quel dì Che tu cangiasti mondo a miglior vita Cinque anni non son scorsi infino a qui 48 8. FRASCINU ove le rime tronche, rarissime nel poema, dànno al ritmo una cadenza molle, e contribuiscono all’intonazione tenera che è già nell’emistichio: « Forese, da quel dì » (1). La musicalità nostalgica che al De Sanctis fa giudicare « pregno di malinconia » il ritmo spezzato del verso E questa sola di là m’è rimasa in bocca di papa Adriano, così può essere colta nelle parole della Pia de’ Tolomei e in quelle di Sapia, come nella mesta descrizione del giorno morente: Era già l’ora che volge il desio Ai naviganti e intenerisce il core Lo dì ch’han detto ai dolci amici addio, dove in quell’ « addio » staccato dal resto del verso si sente il dolore della separazione. Essa anzi finisce col pervadere anehe la pittura di elementi esteriori, sì che anche la natura, filtrata attraverso lo spirito di Dante, tende ad assumere lo stesso colorito musicale nello stesso ambiente, il Purgatorio. L’infernale « selva selvaggia » ha ceduto il posto alla « divina «foresta spessa e viva»; ma il carattere musicale di questa rappresentazione sì mantiene in un'aria di serenità e di calma, che confina quasi col malinconico. Il tono di soave mestizia che informa la musica del Purga- torio dantesco, subirà una trasformazione profonda nel Para- diso, dei cui tripudi di suono si può considerare un lieto preludio il motivo che accompagna la rima finale della seconda cantica: Rifatto sì come piante novelle Rinnovellate di novella fronda Puro e disposto a salire alle stelle (2). Il ritmo lento che nell’episodio di Forese culmina nella molle (1) F. D'Ovipro, Stedi sulla D. C., Milano-Palermo, 1908, pp. 218-9. (2) Notiamo che questa rin:a qui s'inerocia con una in onda ed alla fine dell'Inferno con una in ondo. BUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 49 cadenza della rima tronca in ì « Forese da quel dì », risonerà vivace come squilla d’esultanza in bocca di Beatrice (V, 122) Di’, di Sicuramente, e credi come a dii; alla dolcezza del canto delle anime della valletta amena, inter- pretata dalla musicalità del verso Quivi seder cantando anime vidi succederà la continuità del canto fluente dei cori angelici, che scorre ricca di suoni vocalici nella terzina Perpetualemente Osanna sverna In tre melode, che suonano in tree Ordini di letizia, onde s’interna; Par., XXVIII, 118 sgg. e l'armonia imitativa diventerà intenzionale, nel rendere il suono tinnulo dell’orologio Tin tin sonando con sì dolce nota o i concenti divini dei beati di Marte E come giga od arpa, in tempra tesa Di molte corde, fa dolce tintinno A tal da cui la nota non è intesa, Così dei lumi che lì m’apparinno S'accogliea per la croce una melode Che mì rapiva senza intender l'inno... Par., XIV, 118 seo. o ì misteriosi gorgheggi dell’aquila, nel cielo di Giove Poscia che i chiari e lucidi lapilli Ond'’io vidi ingemmato il sesto lume Poser silenzio agli angelici squilli, Udir mi parve un mormorar di fiume Che scende chiaro giù di pietra in pietra Mostrando l’ubertà del suo cacume. Par., NX, 16 «gg. 4 — Giornale storico — Suppl. n° 24. 50 S. FRASCINO Così la musica dolce che nel Purgatorio accompagna l’incanto d’una notte serena Di sopra fiammeggiava il bello arnese Più chiaro assai che luna per sereno Di mezza notte nel suo mezzo mese, Purg., XXIX, 52 sgg. si trasformerà nel Paradiso in musica estasiata, capace di soverchiare la stessa poesia Quale nei plenilunii sereni Trivia ride fra le ninfe eterne Che dipingono il ciel per tutti i seni (1), Par., XXIII, 25 sgg. da una nota chiara, addolcita dal suono labiale che la pre- cede, in un rapido succedersi di acuti, culminando nella squilla di due i, che non si seguono, ma s’incalzano; da un verso me- ravigliosamente ondulato, per effetto del pentasillabo cen- trale, ove particolare risalto acquista la cupezza della vocale tonica fra la nota gaia delle vocali chiare che quasi simmetrica- mente la fiancheggiano, levandosi ancora nel verso seguente in un delirio dì acuti, che penetrano dolcemente l’anima come i trilli d'un violino, per poi non spegnersi, ma illanguidirsìi e discendere quasi contenta dell'ultima dolcezza. E questo non è che un preludio: preludio gaio, atto a di- sporre l’animo alla sinfonia che accompagnerà l’incoronamento della Vergine. L'immagine delicata fiorisce accompagnata da una melodia leggera, che acquista tono e s'invigorisce a mano a mano Come a raggio di Sol, che puro mei Per fratta nube, già prato di fiori Vider, coperti d'ombra, gli occhi miei, (}) «Chi s'è mai ricordato e si ricorda... che... letteralmente inter- « pretando, sha un povero quadro di pretta imitazione mitologica, «tipo Reni o Lebrun: una dea in mezzo ad un corteo di ninfe? L'in- SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 51 Vid'io così più turbe di splendori Folgorati di su da raggi ardenti Senza veder principio di fulgori... Par., XXIII, 79 sgg. e che poi, riprendendo dopo una pausa, si effonde ininterrotta in una lunga serie di terzine: E come ambo le luci mi dipinse Il quale e il quanto della viva stella Che lassù vince, come quaggiù vinse, Per entro il cielo scese una facella Formata in cerchio a guisa di corona E cinsela e girossi intorno ad ella. Qualunque melodia più dolce suona Quaggiù e più a sè l’anima tira Parrebbe nube che squarciata tuona Comparata al sonar di quella lira Onde si coronava il bel zaffiro Del quale il ciel più chiaro s'inzattira. «Io sono amore angelico, che giro L'alta letizia che spira dal ventre Che fu albergo del nortro desiro; FE girerommi, Donna del ciel, mentre Che seguirai tuo figlio e farai dia Più la spera suprema, perchè gli entre ». Così la circulata melodia Si sigillava e tutti gli altri lumi Facean sonar lo nome di Maria. Par., XXIII, 91 sug. La rima in doppia liquida (ella), quel che di sonante e di sfumato c'è in quella in inse, Vabbondanza delle vocali chiare (n un verso la signoria è della vocale e: « Per èntro il cielo ‘Canto musicale paralizza in tutto e per tutto la visione del quadro «miziale ». C. DE LoLLIS in Victorhughiana, La Cultura, Roma, 1912, dp. 661. 52 S. FRASCINO scèse una facèlla ») e delle palatali sonore, conferiscono parti- colare efficacia alle due prime terzine. Nelle altre che seguono è notevole avvertire che tutto l’effetto riposa su un vero profluvio di un suono delicato e gentile, ira, che s’incrocia in rima con l’altro îro e che trova eco nell’interno del verso nei suoni affini ore, aro. Si noti: Comparata al sonar di quella lira Onde si coronava il bel zaffiro Del quale il ciel più chiaro s’inzaffira: Io sono amore angelico che giro L’alta letizia che spira dal ventre # Che fu albergo del nostro desiro. È una vera nota dominante che risuona in queste due ter- zine, soverchiando ogni altra, un suono che diffonde con insì- stenza la sua dolcezza fra le note gaie che ingenerano letizia. Spontaneamente all’atto della creazione, l'orecchio e la mente dell’artista concordano sopra un motivo fondamentale, onde il concetto appare fuso in un’unica anima con il suono, sì che non sai più discernere se è il pensiero a determinare il suono o se questo trascina a sè il pensiero, tanto profonda- mente, nel reciproco influsso, l’uno finisce per essere compe- netrato e completato nell’altro. È Un esame sommario di alcuni elementi di suono su cui posa la musicalità di parecchi fra i più noti luoghi danteschi, ci potrà riuscire molto istruttivo al proposito e ci condurrà a curiose constatazioni. Esaminiamo brevemente in quanti di tali luoghi entrino i suoni îro, ero, aro, ore e simili, ove il tre- molìo dell’erre si soffonde dolcemente fra le due vocali che la fiancheggiano; e specialmente, s’intende, nella rima, la quale è capace di valorizzare quei suoni in tutti i loro effetti. Notiamo, anzitutto, che il primo sonetto della Vita nova s'in- fiora, nel primo verso, di una tale rima A ciascun’'alma presa e gentil core che riappare, in dolce consonanza con quella del secondo verso, SUONU È PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 53 all'inizio della canzone dove la lingua di Dante parlò « per «se stessa mossa »: Donne ch’avete intelletto d’amore Io vo’ con voi della mia donna dire... Consideriamo quindi con quanta frequenza tale rima si ripre- senti nei passi più musicali della Commedia. In un luogo già citato: Dolce color d’oriental zaffiro Che s'accoglieva nel sereno aspetto Dell’aer puro infino al primo giro... Nella descrizione della sera: Era già l’ora che volge il desio A’ naviganti e intenerisce il core... In una delicata immagine del Purgatorio: E quale, annunziatrice degli albori, L’aura di maggio movesi ed olezza, Tutta impregnata dell’erbe e de’ fiori... Purg., XXIV, 145 sgg. E per le legioni trionfanti degli spiriti celesti, nel passo già preso in esame: Vid'io così più turbe di splendori Folgorati di su da raggi ardenti Senza veder principio di fulgori. Par., NXIIT, 82 sur. Ed ancora, con un certo valore onomatopeico, per l’idea espressa di canto o di suono « Salve regina » in su l'erbe e sui fiori Quivi seder cantando anime vidi Che per la valle non parean di fuort... Purg., VIT, 82 sug. E quei ch'hanno a giustizia lor disiro Detto n’avea beati e le sue voci Con « sitiunt » senz'altro ciò forniro Purq., NXIT, 4 sgg. S. FRASCINO Ella sì tacque, e gli angeli cantaro Di subito « In te, Domine, sperati » Ma oltre « pedes meos » non passaro... Purg., XXX, 82 agg. Così fui senza lagrime e sospiri Anzi il cantar di quei che notan sempre Dietro alle note degli eterni giri... Purg., XXX, 91 sgg. Io non lo intesi, nè qui non si canta L’inno che quella gente allor cantaro Nè la nota soffersi tutta quanta. S’io potessi ritrar come assonnaro... Purg., XXXII, 61 sgg. E dentro a quei che più innanzi appariro Sonava Osanna sì che unque poi Di riudir non fui senza disiro... Par., VIII, 28 sgg. Silenzio pose a quella dolce lira E fece quietar le dolci corde Che la destra del cielo allenta e tira... Par., XV, 4 sgg. Così un sol calor di molte brage Si fa sentir, come di molti amori Usciva solo un suon di quella image. Perch’io a loro: O perpetui fiori... Par., XIX, 19 sgg. Se mo sonasser tutte quelle lingue Che Polimnia con le suore fero Del latte lor dolcissimo più pingue, Per aiutarini, al millesmo del vero... Par., XXIII, 55 sgg. A questa voce l’infiammato giro Si quietò con esso il dolce mischio Che si facea del suon del Trino Spiro... Par., XXV, 130 sgg. SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 55 Così vid'io lo schiarato splendore Venire ai due che si volgeano a rota Qual conveniasi al loro ardente amore. Misesi lì nel canto e nella nota... Par., XXV, 106 sog. Io sentiva osannar di coro in coro Al punto fisso che li tiene all'ubi E terrà sempre, nel qual sempre foro... Par., XXVIII, 94 sge. Ma l’altra, che volando vede e canta La gloria di colui che la innamora E la virtù che la fece cotanta, Sì come schiera d'api che s'infiora Una fiata, ed una si ritorna Là dove suo lavoro s’insapora. Par., XXXI, 4 «pg. Passiamo ora a studiare gli effetti musicali, in parte già no- ‘ati, di un altro suono, iva, ive, con gli altri affini. Nell’episodio di Forese, analizzato dal d’Ovidio: ..Non so quant’io mi vira Ma già non fia il tornar mio tanto tosto Ch’io non sia col voler prima alla rica... Nella descrizione del paradiso terrestre Vago già di cercar dentro e dintorno La divina foresta spessa e viva Che agli occhi temperava il noro giorno Senza più aspettar lasciai la rira Prendendo la campagna lento lento Su per lo suol che d'ogni parte oliva... Purg., NNVIII, 1 seg. Lo stesso suono ci si ripresenta con un certo valore onomato- Pelco, congiunto all’idea di canto: F tre fiate intorno di Beatrice Si volse con un canto tanto viro 56 8. FRASCINO Che la mia fantasia nol mì ridice; Però salta la penna e non lo scrivo... Par., XXIV, 23 sgg. Così parlommi, e poi cominciò: « A ve Maria » cantando e cantando vanio Come per acqua cupa cosa grave... Par., III, 121 sgg. Fuor della fiamma stava in sulla riva E cantava « Beati mundo corde » In voce, assai più che la nostra, viva... Purg., XXVII, 7 sgg. ove si noti nel primo verso la consonanza stava-riva. Quando fui presso alla beata riva « Asperges me » sì dolcemente udissi Ch'io nol so rimembrar, non che lo scriva Purg., XXXI, 97 sgg. Quell'Uno e Due e Tre che sempre vive E regna sempre in Tre e Due e Uno Non circoscritto e tutto circoscrive Tre volte era cantato da ciascuno... Par., XIV, 28 sgg. È evidente che questi suoni delicati e gentili dovessero nell'animo del Poeta essere sentiti in tutto il loro valore mu- sicale; che, per solo effetto del caso, non potrebbe spiegarsi una loro così insistente comparsa appena il pensiero tenda a ‘alorizzare la dolce musica della parola. E la migliore con- ferma che tale osservazione potrebbe incontrare è nel fatto che quei suoni gentili tornano associati, quando lo spirito di Dante, nella suprema altezza dei cieli, tocca il colmo del- l'ebbrezza, quasi a rendere, col loro effetto combinato, ìl sommo di quello che la parola poteva fornirgli nel campo della musicalità: E vidi lume in forma di riviera Fuleido di fulgori intra due rire Dipinte di mirabil primavera. SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 57 Di tal fiumana uscian faville vive E d’ogni parte si mettean ne’ fiori Quasi rubin che oro circonscrive. Poi come inebriate degli odori Riprofondaran sè nel miro gurge (1) E s’una entrava, un’altra n’uscia fuorî. Par., XXX, 61 sgg. Qui si direbbe che, come le faville s’inebriano degli odori, l'artista, nel raggiungere «lo stremo di sua possa » si sia folle- mente inebriato della sua stessa musica fino al delirio, e che si abbandoni all’orgia dei motivi che più impressionano la sua anima, insaziabile della voluttà suprema d’una gioia che sta per finire. Il tripudio musicale che accompagna l’incorona- mento della Vergine è dovuto, abbiam visto, al motivo fon- damentale di un suono delicato e gentile: qui è il compendio dei motivi più sentiti ed essi, oltre che signoreggiare nella rima, risuonano dolcemente anche nel corpo dei versi, quasi rineorrendosi in gioiosa esultanza. A rincalzare le constatazioni che ci è riuscito di fare in un campo così delicato quale è quello che veniamo esplorando, dobbiamo aggiungere che altre considerazioni ci forniscono per altra via, quesi la prova diretta che lo spirito del poeta doveva sentire in una funzione eminentemente musicale il suono dell’erre intervocalica. É d’un egregio studioso un’osser- vazione che per questo rispetto è di capitale importanza: Dante non adopera mai in parole come glorioso, furioso, lussu- (1) Che anche della rima in urge dovesse essere sentito da Dante tutto il valore musicale, lo dimostra la sua apparizione in un passo tutto improntato all’onomatopca: Indi, come orologio, che ne chiami Nell'ora che la sposa di Dio srrge A mattinar lo Sposo perché l’ami Che l’una parte l’altra tira ed urge Tin tin sonando con sì dolce nota Che fl ben disposto spirto d'amor turge... Per., N, v. 1.9 sor. 58 S. FRASCINO rioso, la scansione sineretica. « La sineresi in glorioso non si « potrebbe più difendere senz'altro col richiamare la sineresi «che Dante fa in fastidioso, poichè tra queste due figure fone- «tiche il poeta faceva evidentemente una grande differenza... « Pare evidente che l’r determinasse senz'altro la dieresi, « cioè che acusticamente il poeta sentisse il bisogno di consi- « derare come due sillabe le due vocali; quando, ben s'intende, «la seconda avesse l'accento grammaticale; giacchè altro è il « caso del tipo materia, memoria » (1). Questa osservazione par fatta apposta per apporre il sug- gello della verità a quello che noi siamo venuti constatando. Dante non sineresava mai parole come glorioso, lussurioso. perchè solo la dieresi gli permetteva di assaporare quel suono dell’erre intervocalico di cui era così ghiotto il suo orecchio. e che altrimenti sarebbe andato sciupato! E se ancora qualche dubbio si avesse di questa particolare predilezione dantesca, che cosa potremmo fare di più che chiamare Dante in persona a confessare questa sua debolezza di cui fu vittima illustre fin dalla sua giovinezza? Proprio all’inizio della Vita Noca (XIII, 4), egli candidamente riconosce che «lo nome d'amore «è sì dolce a udire, che impossibile mi pare che la sua propria «operazione sia ne le più cose altro che dolce, conciosiacosache «li nomi seguitino le nominate cose... ». In questo nome amore, così dolce a udire, fa capolino proprio quella benedetta erre intervocalica, che tanto seduceva l'orecchio, e con l’orecchio lo spirito di Dante! (2). (1) E. CraraRrnINI, Dieresi e sineresi nella D.C., in Rivista d'Italia, 1910, pp. 917 e 901. (2) È da ricordare ancora che la parola amore occupa il primo posto fra quelle ehe Dante cita come modelli di bel suono, nella classificazione fonetica delle parole. SUONO E PENSIERO NELLA POFSIA DANTEKSCA 59 * * %* Sorvolando su altre particolarità e tirando le somme della nostra esposizione, siamo tratti a concludere che a poche menti d’artisti, come a Dante, e specialmente se si tien conto dei tempi, si presentasse chiara la concezione dì ciò che il suono rappresenti in funzione dell’idea; e nessun’opera può vantare, come la Divina Commedia, quella ricchezza e varietà dell'elemento musicale, che è il colorito più bello della poesia. Musicalità non ristretta al lato dolce della parola, ma intesa nel più ampio significato, che, toccando i limiti estremi della gamma musicale, dalle più aspre combinazioni di suoni arrivi alle più melodiose. Lo spirito dantesco così per questo, come per altri rispetti, concepisce aspramente o dolcemente, non concepisce mai fiaccamente. Come, nell’armonico equilibrio di tutte le sue facoltà, esso ebbe una mirabile intuizione rappresentativa dovunque si converse, così ancor sotto il rispetto della funzione del suono nella parola, anche più che non vide, rappresentò il giusto. Che se egli fosse trascorso oltre, e avesse soggiogata la sua arte a preconcetti formali, egli avrebbe dato nella maniera, che alla sua poesia è sconosciuta. Dante è le mille miglia lontano dall’esagerazione morbosa del seicento italiano, del Marino e dei marinisti, per i quali la parola non è ancella dell’idea, ma è spesso ridotta ad un’espres- sione di suono, che maschera la vacuità del pensiero: lontano altresì dalla lambiccata ricerca del Parnaso ottocentesco francese, di suoni che da soli dovessero conferire al pensiero Più quasi di quel che la parola stessa non fosse atta a rappre- sentare. Signore magnifico del « fren dell’arte » come mezzo di costrizione della vita esuberante del suo poema che, nella sua molteplice tumultuarietà, d’ogni parte erompe, egli non po- teva erigere altari al suono senza impicciolire la sua poesia, al cui servigio egli invece lo piega. La vita della poesia par- Pai a: 9 60 S. FRASCINO nassiana è tutta nella forma: Victor Hugo, movendo da un principio aprioristico, va in caccia di parole esotiche e si avvale del dizionario del Moreri come di una fonte di combi- nazioni foniche, più che di dati storici, quando con la foga tor- renziale della sua fantasia non conii addirittura ad arbitrio il vocabolo che meglio reputi confarsi al caso. Per lui non l’accurata scelta che il Boiardo e l’Ariosto ed il Manzoni fanno del nome dei loro personaggi, consci di quanto ìl suono possa conferire nella formazione, tutta ideale, della figura indivi- duale di quelli nella mente del lettore; ma la caccia meditata, sistematica aì nomi peregrini e la virtuosità sfoggiata perfino nel fermare sulla carta, per particolare predilezione di suono, rime che poi inserirà nei suoi versi, con la stessa cura con cuì un artefice possa incastonare in un monile pietre preziose in precedenza scelte. E — stravagante incongruenza! — da un lato il suono portato così alla massima esaltazione della sua importanza, da un altro spesso quasi disconosciuto nella rima, ridotta a concordanza grafica e non ad identità fonetica. Ma, ahimè! Vietor Hugo, come il Marino, formano scuola e alle loro orme è tutta una falange: doveva dunque essere in loro qualcosa di eccessivo, doveva in loro affiorare la ma- nera, che la scuola non mancherà di esagerare alle estreme conseguenze. Nel poema dantesco se pure qualcosa, rispetto al suono, si può trovare d’informe, qualcosa di grottesco, qualcosa, se vogliamo, di brutto, nulla vi è di malato, e la migliore riprova si è che la canerena della maniera non ha potuto da questa banda attaccarlo attraverso i secoli, i Dimitazione dantesca non occorrono che versi isolati, e sotto questo riguardo basti osservare che il nostro massimo poema cavalleresco come il nostro massimo poema eroico ingemmano la loro fronte di due perle di ben precisabile provenienza. L'Orlando Furioso s'apre con un verso Le donne, i cavalier, Varme, eli amori Ciniecalual . L SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 61 che riprende un noto motivo dantesco Le donne, i cavalier, gli affanni e gli agi (1) e la Gerusalemme Liberata ha nella sua prima stanza Molto egli oprò col senno e con la mano ch'è una derivazione del dantesco Fece col senno assai e con la spada. E chi sa che il Petrarca, con tutta la sua noncuranza per il nostro sommo poeta, non gli debba lo spunto d’una delle sue liriche più perfette? Di pensier in pensier, di monte in monte... E Dante (Par., VII, 53): Di pensiero in pensier, dentro ad un nodo... Ma è bene non malignare contro chi forse non ha malignato! Il ritmo in funzione dell’idea nella poesia dantesca. Non si può adeguatamente valutare l’importanza che assume il ritmo nella esplicazione del pensiero del poeta, senza rile- vare l’influsso dello schema metrico adottato, oltre, s'intende, la scelta del verso. Quanto a quest’ultimo, non è dubbio che nel giudicare « superbissimum carmen... tam temporis occu- ‘patione quam capacitate sententiae et constructionis » l’en- decasillabo, Dante avesse fiutata tutta la varietà e libertà di atteggiamenti ritmici di cui esso è capace, e che non ha eguale. (1) Il binomio iniziale di questi versi appare la prima volta nel cerchio dei lussuriosi: Poscia ch'io ebbi il mio dottore udito Nomar le donne antiche e i carvalicri... Inf., V, vv. 70 sg. 62 S. FRASCINO L'alto piedistallo del giudizio che all’ « etrusco metro » in- nalzò il suo stesso « inelito padre » resta intatto ai colpi del Foscolo, che tutto preso dal fascino della versificazione clas- sica, non tralascia occasione per magnificare la maestà del- l’esametro latino, alle spese del nostro « misero semiverso »! (1). Al quale, nei confronti dell’esametro, andrebbero attribuiti i rapporti — purchè intesi secondo l’organicità, e non l’esten- sione del pensiero — che ad uno studioso parve intuire fra esso e gli altri metri principi romanzi, serivendo che «l’ales- «sandrino francese, l’endecasillabo italiano e il pentametro «inglese o blank verse indicano forse il relativo spazio neces- « sario alle tre lingue per lo stésso pensiero » (2). Riguardo poi alla scelta della terzina, derivata secondo ogni probabilità dallo schema metrico del serrentesius caudatus dei nostri trattatisti, e forse per il tramite della sestina (3), oltre che sulla sua perfetta consentaneità all’indole concisa del- l’ingegno dantesco, è da fermare l’attenzione sul magnifico svolgimento che quel metro, in mano a Dante, consente allo sviluppo del periodo ritmico, assicurando il pensiero da quegli strozzamenti contro cui, anche questa volta, è pronto a levare le strida il Foscolo (4). Metro breve, la terzina; ed è certa- mente un fatto che di Dante si odono spesso ripetere versi isolati, mentre il ricordo di un verso dell’Ariosto trascina con sé tutta un’ottava, e che d’incerto effetto riuscirebbero, nelle ampie volute di un’ottava ariostesca, quei versi così staccati che, ad esempio, nel canto di Francesca ci si ripresentano ogni tanto e ci suscitano l’impressione che siano rotti da singhiozzi (1) Op., IX, pp. 365 e 324. (2) L. CECI, Il ritmo del verso e il ritmo della prosa, nella Cultura, 1907, p. 295, dove si può vedere anche un giudizio sull’opuscolo di F. GARLANDA (Il verso di Dante, Roma, 1907), che studia l'elemento dell’allitterazione e dell’assonanza. (3) Cfr. G. Mart, La sestina d’Arnaldo, la terzina di Dante, Mi- lano, Hoepli. 1899, p. 33. (4) Op., I, 430. BUONO E PENSIERO NELLA POFSIA DANTESCA 63 (Galeotto fu il libro ecc., Quel giorno più ecc., Caina attende ece., Queste parole ecc.). Nè al discorso diretto cui, nella sua strin- gata concisione, sì largo campo è riservato nell’opera dantesca, sarebbe risultato minore impaccio da un ipotetico svolgimento in ottave (1). Ma è vero altresì che l’indisturbata continuità derivante alla terzina dalla ininterrotta concatenazione delle rime compensa all’occorrenza benissimo la brevità del suo schema metrico e presenta il minore inceppo alla naturale esplicazione del pensiero, il quale può liberamente arrestarsi o protrarsi, senza che a ciò sia di pregiudizio un ostacolo pu- ramente esteriore. ; L'ottava rappresenta invece in sè un piccolo mondo, l’orga- nismo intero d’un pensiero in un organismo ritmico compiuto: la rima baciata con cui essa si chiude è il vero suggello della sua unità. Onde un periodo ritmico può veramente considerarsi chiuso alla fine d’una di esse, chè l’inizio della seguente potrà segnarne la ripresa, ma non esserne la continuazione. Da questa specie di fermata obbligatoria cui il ritmo costringe i} pensiero — e, possiamo aggiungere, la danza, quando a questa si sposava la modulazione del componimento poetico — è derivato, secondo ogni presumibilità, il nome di stanza a quella che, grecamente, si suole denominare strofa; e ci fa sorrìdere l’ingenuo etimo affacciato da Dante, che nella sua preoccupazione d’infarcire la canzone di ogni immaginabile perfezione, definisce la «stantia» «mansio capax, sive recepta- « culum totius artis » (2). Le stesse considerazioni si potrebbero estendere ad altre (1) Vero è che l’Ariosto si abituò a pensare in ottave, come Dante in terzine. « Il metro lo ha talvolta soggiogato (Dante) a tal segno, « Che per canti interi non una pausa è trascurata, non un sol periodo e rompe la terzina: tali, ad esempio, il 25, 32, 33 del Purg., il 4, 7, « 13, 14, 18, 22, 28, 29, 30 del Paradiso ». G. Lisro, L'arte del periodo nelle opere volgari di Dante Alighieri e del secolo NIII, Bologna, Za- nichelli, 1902, p. 115. o (2) De V. EI., II, 8, 2. 64 S. FRASCINO specie di strofe, come, per limitarci ai versi adoperati da Dante (1), a quelle di settenari, quali usò il Manzoni: Ei fu. Siccome immobile La terra al nunzio sta, ove alla rima tronca con cui la strofe si chiude, con la foga d’un torrente sbarrato, il ritmo ha le gambe spezzate e non va oltre, anche se il pensiero procede: Muta pensando all’ultima... Lo sentì bene il Manzoni stesso, quando altrove fu portato a far coincidere la pausa ritmica che arresta l’irruenza del settenario, con la pausa del pensiero, interpretata a mera- viglia da quello sta: Qual masso che dal vertice Batte sul fondo e sta. Ma tali considerazioni non possono riguardare la terzina, la quale permette a Dante e la tagliente efficacia del ritmo stac- cato e il dispiegamento di esso in tutto il suo flusso sover- chiante. Quando nell’episodio di Capaneo il ritmo accompagna il pensiero in una sospensione che si protrae per ben otto versi, per poi concentrare tutto l’effetto sul nono: Se Giove stanchi il suo fabbro, da cui Crucciato prese la folgore acuta Onde l’ultimo dì percosso fui E s’egli stanchi gli altri a muta a muta In Mongibello alla fucina negra Gridando: Buon Vulcano, aiuta, aiuta! Sì, com'ei fece alla pugna di Flegra, E me sactti di tutta sua forza Non ne potrebbe aver vendetta allegra. Inf., XIV, 52 agg.; {1) Secondo i calcoli di G. Listo (op. cit., p. 90), Dante avrebbe seritto 16.542 endecasillabi, 390 settenari e 14 quinari. - din. — chè . SUONO E PENSIBRO NELLA POESIA DANTESCA 65 quando, nella sublime indignazione di San Pietro, esso ci martella l’anima per lo spazio di tre terzine, senza mostrare d’essersi esaurito: Non fu nostra intenzion che a destra mano Dei nostri successor parte sedesse Parte a sinistra, del popol cristiano; Nè che le chiavi che mi fur concesse Divenisser segnacolo in vessillo Che contro i battezzati combattesse, Nè ch’io fossi figura di sigillo Ai privilegi venduti e mendaci Ond’io sovente arrosso e disfavillo... Par., XXVII, 46 sgg. vien fatto di pensare al magnifico uso che di queste costru- zioni permetteranno di fare, cinque secoli dopo, a quel mago incantatore di Victor Hugo, i suoi battaglioni di alessandrini in cui accumulando le immagini, come in fatati castelli smar- rirà l'animo dei lettori (1). Ed ecco alle grandi ondate ritmiche che trascinano la ter- zina organizzata in serie, sostituirsi le più piccole onde del- l'endecasillabo staccato, che si accavallano verso per verso nell'àmbito di una stessa terzina, con effetto meno ampio, ma più serrato: Non dispensare o due o tre per sei, Non la fortuna di prima vacante, Non decimas, quae sunt pauperum Dei, Addimandò; ma contro al mondo errante Licenza di combatter... Par., NIT, 91 sgg. (1) «La Commedia comprende 4711 terzine, più i cento versi finali. I periodi sono 3422, di cui soltanto 208 non terminano se stessi 0 “parte intera di sè col metro. Le eccezioni son ripartite così: 101 al- ‘l'Inferno, 63 al Purgatorio, 44 al Paradiso. I periodi di una terzina “sono 2152; di due terzine 774; di tre, 174; di quattro, 36; di cinque, 11; ‘ di sei, 5; di sette, 2; di otto, 1: di nove, 1. Di un verso ce ne sono 84, ‘ di due, 84; di frazioni, o di più versi 129 ». Listo, op. cit., p. 114 nota. 5 — Giurnale storico — Suppl. n° 24. 66 i s. FRASCINO La sospensione che, imperniandosi su quell’ « addimandò », vediamo quì tutta gravitare su un concetto, può altrove, ca- gionata da un inciso, con non diminuita efficacia gravitare su una parola, che il poeta ha quasi ritegno di metter fuori: Fu, quando Grecia fu di maschi vota Sì che a pena rimaser per le cune, Augure... Inf., XX, 108 sgr. Se, come della sospensione, volessimo qui indugiarci sugli effetti che Dante sa ricavare dall’inversione, non ci sembre- rebbe forse illegittimo considerare tolti dal grande armadio dell’Alighieri ì farmachi con cui il Parini ed il Foscolo corro- boreranno la struttura dell’endecasillabo, quando si preoccu- peranno di guarire quel verso dal languore arcadico! s'e Giustamente nota il Lisio (1) che «perchè l’armonia d’un verso vada sperduta o soltanto dileguata, conviene sia rotto fortemente a mezzo, o vero che la sua fine si attacchi così strettamente al principio seguente, da non permettere con la pausa ritmica la più lieve pausa del senso; o vero che gli capitino luna cosa e l’altra ». E i suoi dati statistici (2) 2 questo proposito riescono assai opportuni a confermare il perfetto accordo nelle opere dantesche tra ritmo e suono, in stretto servigio dell'idea. La soavità musicale delle «dolci «rime d'amore » è accompagnata dal minor numero di tali disaccordi, ed uno solo ne ha la canzone « Amor che nella (1) Op. cit., p. 92. (2) « Di tuttii versi danteschi, approssimativamente, l’ottava parte «non concorda con la pausa grammaticale; e proporzionatamente «nel Canzoniere una 168 parte, nella Commedia una 78. Anche in « questa si va progredendo di libertà, dai primi canti a quelli di mezzo, cagli ultimi; la differenza riesce anzi sorprendente » (p. 96). SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 67 «mente mi ragiona » di fronte al gruppo delle filosofiche più tarde che, «in quattro, conta più di 45 versi rotti... Le canzoni «2 dirittura sensuali Così nel mio parlar voglio esser aspro e «Io son venuto al punto della rota in due formano 25 ecce- « zioni » (1). Quanto alla Commedia, ci spiegheremo l’ineguaglianza che il Lisio dice sorprendente fra la prima e le altre due cantiche (2) col fatto, altra volta rilevato, che in queste compare la ten- denza a raziocinare ed a filosofare, ed abbiamo testè visto nelle canzoni filosofiche la bilancia tendere al tracollo. Non è privo d’interesse considerare nella Commedia i casì più notevoli in cui il pensiero porta con sè, quasi necessaria- mente, questo disappunto fra il ritmo ed il senso, che i francesi soglion denotare col nome di enjambement. Esso accompagna assai efficacemente le incertezze dell’animo, lo smarrimento in senso sia spirituale che materiale: - ond’io lasciai la cima Cadere e stetti come l’uom che teme Inf., XIII, 44 sg. La turba che rimase lì, selvaggia Parea del loco... Purg., II, 52 sg. Quivi perdei la vista e la parola Nel nome di Maria finii e quivi Caddi e rimase la mia carne sola. Purg., V. 100 sgg. Io stancato ed ambedue incerti Di nostra via... Purg., X. 19 sg. (1) Lisro, Op. cit., p. 94. (2) « Nell’Inferno, da un minimo di 4 versi per ogni canto, si sale «ad un massimo di 20; nel Purgatorio da 10 a 41; nel Paradiso si «oscilla fra 16 e 38. Proporzionatamente un 15° dei versi dell'Inferno « non è finito di suono e di senso; nelle altre due cantiche, poco meno “d’un 59». Op. cit., p. 96, nota. 68 8. FRASCINO e dipinge molto efficacemente lo smarrimento di Dante alla perdita della sua dolce guida: Ma Virgilio n'’avea lasciati scemi Di sè, Virgilio, dolcissimo padre... Purg., XXX, 49 sg. Così sen va e quivi m’abbandona Lo dolce padre... Inf., VIII, 109 sg. Può esso anche essere un portato della vaga indeterminatezza propria dei sogni, quando è la mente nostra peregrina Più dalla carne e men dai pensier presa... In sogno mi parea veder sospesa Un’aquila del ciel... Ed esser mi parea là dove foro Abbandonati i suoi da Ganimede... Purg., IX, 16, 19, 22 agg. Quivi mi parve in una visione Estatica di subito esser tratto... Purg., XV, 85 sg. Mi venne in sogno una femmina balba Jo la mirava: e come il sol conforta Le fredde membra che la notte aggrava Così lo sguardo mio le facea scorta La lingua... Purg., XX, 7, 10 sgg. Giovane e bella in sogno mi parea Donna vedere andar per una landa Cogliendo fiori... Purg., XXVII, 97 sge. In altri casì esso è un portato dell'idea di stanchezza e di len- tezza e ne rende tutta l’impressione: SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA — 69 E vidi gente per lo vallon tondo Venir, tacendo e lagrimando, al passo Che fanno le letane in questo mondo Inf., XX, 7 sgg. Che giva intorno assai con lenti passi Piangendo e nel sembiante stanca e vinta Inf., XXIII, 59 sg. In picciol corso mi pareano stanchi Lo padre e i figli Inf., XXXIII, 34 sg. Da man sinistra n’apparì una gente D’anime che moveano i piè ver noi: E non pareva sì venivan lente! Purg., III, 58 agg. Nell'esempio: E dietro le venia sì lunga tratta Di gente, ch'io non avrei mai creduto Che morte tanta n’avesse disfatta... Inf., III. 55 sgg. 3 questo artifizio favorisce lo spiegarsi alla nostra vista ideale d'un corteo interminabile; nelle parole di Ulisse Quando m’apparve una montagna brun:: Per la distanza... Inf., XXVI, 133 sg. ci dà la sensazione della lontananza che separava gli arditi navigatori dalla mole giganteggiante nell'Oceano. Altrove, aprendo quasi un abisso fra il nome e l'aggettivo Sì ch'io vedea di là da Gade il varco Folle d’Ulisse Par., NNVII, 82 sg. o fra il verbo e il sostantivo «Adima Il viso e guarda come tu se’ volto » Par., XXVII, 77 sg. 70 S. FRASOINO, desta l’impressione dell’infinito, quella stessa impressione che questo stesso mezzo tanto contribuisce ad originare in un famoso idillio leopardiano (1). Nè tale brusca interruzione del ritmo nella stretta continuità del pensiero riesce meno efficace in alcuni casi singolari Qui distorse la bocca e di fuor trasse La lingua come bue che il naso lecchi * Inf., XVII, 74 sg. Volgendo ad ora ad or la testa e il dosso Leccando come bestia che sì liscia Purg., VIII, 101 sg. Ecco quattro casi analoghi dove la nota dell’affetto è racco- mandata non meno alla parola, che a questa particolarità ritmica: Lo duca a me si volse con quel piglio Dolce ch'io vidi prima a piè del monte... Inf., XXIV, 20 sg. Ed una donna, in su l’entrar, con atto Dolce di madre dicer: Figliuol mio... o Purg., XV, 88 sg. Quivi soavemente spose il carco Soave per lo scoglio sconcio ed erto... Inf., XIX, 130 sg. Quand’io odo nomar se stesso il padre Mio e degli altri miei miglior... Purg., XXVI, 97 sg. Ma di tutti i casi in cui simile artifizio riesce a conseguire bello effetto, il più delicato è per avventura in una delle gioie (1) Numerosi infatti gli enjambements nell'Infinito del Leopardi: Ma sedendo e mirando interminati Spazi di là da quella e sovrumani Kilenzi... ... Così in questa Immenvità s'annega il pensier mio. SUONO E PENSIRRO NELLA PUESIA DANTESCA 71 più care che ingemmano il Paradiso dantesco, vogliamo dire nei soavi versi della lodoletta: Quale allodetta che in aere si spazia Prima cantando e poi tace, contenta Dell’ultima dolcezza che la sazia Par., XX, 73 sgg. ove l’ultima parola del secondo verso riattaccandosi stretta- mente all’inizio del seguente, costringe dopo «tace» ad una pausa che s’accorda con il concetto espresso da quella parola ed è una sfumatura deliziosissima. * * * Considerando i rapporti che, nel corpo dei singoli versi, il ritmo presenta con l’idea, sono da ricordare anzitutto i ser- vigi resi dalle parole sdrucciole e tronche. Ricorrendo al loro gioco, Dante ora infonde. al verso una leggerezza alata, nella sua continuità Ed agevolemente omai si sale ove tutto l’effetto è raccomandato all’avverbio, che si scom- pone al nostro orecchio in due parti (agevole-mente) di cui la prima sdrucciola (1); ora lo frantuma in pezzi minuti sotto il ——.r (1) Altrettanto si potrà ripetere pel verso SÌ l’agevolerò per la sua via. E giustamente nota G. FRACCAROLI (una teoria razionale di me- rica italiana, Torino, Loescher, 1887, a p. 15) che «le parole com- ‘poste nelle quali ciascun elemento componente sia inalterato e ‘soprattutto gli avverbi in -mente possono benissimo conservare ‘l'accento, senza indebolirlo in grave, anche nella prima parte, a ‘Patto però di separarsi nella pronunzia; come in questi esempi: Con tre gole canina-mente latra... Cotanto glotiosa-mente accolto... Nemica naturài-mente di pace... e Dividonsi infatti senza difficoltà questi avverbi anche tra un verso € l'altro. E non manca qualche esempio anehe in Dante (efr. Par., XXIV, 16-17). 72 | 8. FRASCINO maglio degli accenti Di qua, di là, di su, di giù, lì mena (1); ora lo arresta di botto per un’azione improvvisa Quivi sparì: ed io su mi levai... Tosto così com’ei furon spariti... Quivi morì: e come tu mi vedi... Un tuon s’udì: e quelle genti degne... resa qui con il tronco nel corpo del verso, altrove significata con lo stesso mezzo alla chiusa di esso: Qual è colui che cosa innanzi a sè Subita vede... Modicum et non videbitis me... Poscia tra esse un lume si schiarì... Come il tronco è atto a denotare l’azione improvvisa, così lo sdrucciolo riproduce a meraviglia l’azione celere, tanto nel corpo del verso Dicono ed odono e poi son giù volte... Tutti si posano al sonar d’un fischio... che alla chiusa di esso Già non finìo di tal consiglio rendere Ch'’io li vidi venir con lV’ali tese... Poscia nei due penultimi tripudi Principati ed Arcangeli sì girano... (2). (1) L’Ariosto riprende non meno di due volte questo motivo dan- tesco (0rl. Fur., NNIV, 2, 5 e_14, 1): Chi su. chi giù, chi qua, chi là travia... Di qua, di là, di su, di giù discorre... (2) « Di veri sdruceioli, p. es. rimanti in -èndere, il poema non ne «ha che quattordici; come poi di versi tronchi non ne ha che sei in «lingua provenzale, quattro in latino e trentasei in italiano: un ita- «liano, però, in cui dobbiamo comprendere, nientemeno, anche «Gelboè, Al, Artù, Sion, Austerricch, cricch e Tambernicch. Il propo- «sito di attenersi il più possibile alle rime piane è evidente nella SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 78 Ma più che gli sdruccioli e ì tronchi nei casi considerati, rap- portì certi e salienti con l’idea espressa offrono nella Commedia aleuni dei principali sistemi accentuativi dell’endecasillabo, i quali si ripresentano ad assecondare col vario ritmo i vari atteggiamenti del pensiero. Notevole è l’uso che il poeta fa del verso a movimento ahapestico, accentato sulla quarta, settima e decima sillaba (a prescindere dalla prima, diventa un decasillabo manzoniano bell'e buono), come portato dall’idea di violenza, sia essa intesa in senso reale o figurato: Batte col remo qualunque s’adagia... Graffia gli spirti, gli scuoia e li squatra... Ancor del colpo che invidia le diede... Volgendo pesi per forza di poppa... Che della selva rompieno ogni rosta... E me saetti di tutta sua forza... Forte spingava con ambe le piote... Coi piè di mezzo gli avvinse la pancia... Col pugno suo, che non parve men duro... Così dicendo, il percosse un dimonio... Batteansi a palme e gridavan sì alto... Che li battean crudelmente di retro... Onde vi batte chi tutto discerne... Della giustizia che sì li pilucca... Crescendo sempre, finch’ella il percote... Da qual che parte il periglio l’assanni... ‘Commedia, come evidentemente vi era stato ancor più irremovibile ‘ nelle liriche, dove nessuna rima sdrueciola occorre e solo quattro ‘tronche si hanno in una ballata, e due rime in -izia e due in -opia ‘80n tutto il bottino che c'è riuscito di fare per Vintento nostro ». Queste induzioni del D'Ovidio (Dieresi e sineresi nella poesia ital. in Versific,, ecc., p. 41) sono confermate dal fatto che Dante non accoglie nessuna parola sdrucciola 0 tronca fra le « urbane pettinate », Ma anzi riprova gli sdruccioli del dialetto siciliano ed i tronchi del dialetto padovano. al 74 S. FRASCINO E ferì il carro di tutta sua forza... Gridando a sè pur: Martira, martira!... Anciderammi qualunque gn’apprende... Poi ver Durazzo e Farsaglia percosse... Che con la coda percote la gente... In alcun vero suo arco percote... Ch'ha ricevuto già il colpo mortale... anche se tale idea di violenza si manifesti come ira Quell’altro è Folo, che fu sì pien d'ira... Cozzaro insieme, tant’ira li vinse... (1) Perchè per ira hai voluto esser nulla... Che nella madre ebber l’ira commota... o ruina, caduta e simili Tal cadde a terra la fiera crudele... Quand’io sentii come cosa che cada... Ella ruina in sì fatta cisterna... Ahi dura terra, perchè non t’apristi?... Vassi caggendo e quant’ella più ingrossa... Tanto giù cadde, che tutti argomenti... A che vil fine convien che tu caschi!... Così s’allenta la ripa che cade Quivi ben ratta dall'altro girone... o commovimento Che laura eterna facevan tremare... Per che ci trema e di che congaudete... Siccome l'onda che fugge e s’appressa... Per mareggiare intra Sesto ed Abido... Che mena il vento e che batte la pioggia... Se non che al viso e di sotto mì venta... Questo tuo grido farà come vento... (1) L'accento di settima verrebbe attenuato, non annullato, da chi volesse calcare in questo verso l'accento di sesta, come nel pre- cedente quello di ottava. SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 75 Pur come quella cui vento affatica... Venir con vento e con nube e con igne (1). Questo ritmo tambureggiante si presta benissimo a ritrarre un'azione rapida Più lieve legno convien che ti porti... FE quel fuggì, come venne, veloce... Correndo su per lo scoglio venire... Di nere cagne bramose e correnti... Che per veder non indugia il partire... Correte al monte a spogliarvi lo scoglio... L’acqua ch'io prendo giammai non si corse... Subitamente da gente che dopo... Punse Marsilia e poi corse in Ispagna... Che fa in nube il suo fuoco veloce... Inver Farsaglia rivolse lo stuolo... Di quella vita che al termine vola... Da terra il ciel che più alto festina... Che qui è buon con la vela e coi remi... E cento miglia di corso nol sazia... Essere al Sol del suo corso rimaso... Per che a fuggir la mia vista fu ratta... un rumore Un greve tuono, sì ch'io mi riscossi... Quella suonò come fosse un tamburo... Sarebbe fronda che tuono scoscende... Tanto ch’avrebbe ogni tuon fatto fioco... un grido E quegli accorto gridò: Corri al varco!... Battevansi a palme e gridavan sì alto... Quivi le strida, il compianto e il lamento... (1) Il concetto opposto, di calma, si traduce in versi che appena sentono il tocco degli accenti: Come di neve in alpe senza vento... Già era l'aura d'ogni parte queta... 76 S. FRASCINO Così gridai colla faccia levata... Però si mosse e gridò: tu se’ giunto!... Gridando a sè pur: Martira, martira!... Mosso Palermo a gridar: Mora, mora!... Venian ver noi e ciascuna gridava... Poi gridò forte: Qual grazia m’è questa?... Questo suo grido farà come vento... Di grido in grido pur lui dando pregio... L’alto preconio che grida l’arcano... Poscia che il grido t'ha mosso cotanto... Per salir su e tal grido seconda... E due dinanzi gridavan piangendo... (1) Non mancano i casi in cui questa forte accentazione anape- stica (2) martelli insistente due endecasillabi consecutivi. Così, nell’episodio di Ciacco, essa travolge i versi Verranno al sangue e la parte selvaggia C'accerà l’altra con molta offensione... e degli altri Voce che giunse di contra dicendo: Anciderammi qualunque m’apprende fu giustamente notato che «quasi incalzandosi e rincorren- « dosi, a meraviglia ritraggono il passar velocissimo del grido « forte e angoscioso » (3). Talvolta l’efficacia di questo ritmo è (1) Ben altro è il movimento ritmico dove la violenza del grido è temperata dall'affetto! Sì forte fu l’affettuoso grido... (2) Dicendo qui accentazione anapestica, come più oltre giambica, dattilica, ecc., intendiamo naturalmente riferirci all'accezione che questi termini hanno assunto in riferimento alla nostra metrica. dove non vogliono denotare sillabe lunghe e sillabe brevi, ma 8er- vono a raggruppare colle sillabe colpite dall’accento ritmico, le altre. (3) CapETTI, in un'Appendice sull'onomatopea mella D. C. annessa alle Osservazioni sul Paradiso dantesco, Venezia, 1888, p. 84. SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 77 accresciuta dal particolare rilievo che alla prima parola del verso dà l’accento sulla prima sillaba: Forte spingava con ambo le piote... Folgore par se la via attraversi... Pute la terra che questo riceve... Buio d’inferno e di notte privata... Negli ultimi due casi il verso scoppia con una labiale congiunta a vocale oscura. All’accentazione anapestica, finora’ considerata, che forza l'endecasillabo nella maniera più violenta, fa un singolare contrapposto l’accentazione giambica o trocaica che dir si voglia (1), la quale inchiodando con ben cinque accenti tutte le sillabe pari del verso, fa quasi segnare il passo all’idea. Non sorprenderà perciò di constatare come questo ritmo accom- pagni specialmente l’idea del movimento pacato, del cam- mino lento pede: Di pari come huoi che vanno a giogo... Venendo teco sì a paro a paro... A me che tutto chin con loro andava... Quant’io calcai finchè chinato givi... Che giva intorno assai con lenti passi... E piede innanzi piede appena mette... Allor si mosse ed io gli tenri dietro... Già era più per noi del monte volto... Dio sia con voi ch'io più non vegno vosco... Ma rei venuto più che mezza iega Velando gli occhi e con le gambe avvolte... E quivi fu del fosso il nostro passo... Appresso porse a me l'accorto passo... e nu (1) « Nella sua forma primitiva, l’endecasillabo corrisponderebbe ‘ad una pentapodia iambica o ad una tripodia trocaica con anacerusi, ‘che è ritmicamente identica e quando ogni sillaba pari ha l'accento, ‘nulla vieta di batterlo in cinque tempi». F. Zamparpr. Il ritmo dei versi italiani, Torino, 1874, p. 52. 78 8. FRASCINO E volse i passi suoi per via non vera... Ed ella i passi vostri in bene avanzi... Venite dunque ai nostri gradi innanzi... Questo ritmo si accompagna talora anche all'idea della caduta, ma non della caduta precipitosa o della rovina prodotta da violenza esteriore, che abbiam visto esser propria del ritmo anapestico, bensì della caduta dovuta ad esaurimento inte- riore o svenimento: E caddi com8 l’uom cui sonno piglia... F. caddi come corpo morto cade... Vid’io cascar li tre ad uno ad uno... Le braccia ch’ei menò giammai non move... Non è raro incontrare nella Commedia dei versi in cui la'tempra del pensiero costringe il ritmo a fogge forzate, ma non perciò meno efficaci. Il Cesareo rilevò l’effetto dei versi « ad accento «sdrucciolo sulla quarta sillaba, appena sostenuto da una «vocale che segua alla sesta, e l’accento piano sulla settima; «onde ne deriva una mancanza, un vacillamento, una fatica, «che accompagna assai bene gl’impedimenti del pensiero, le « titubanze dell'animo, le diversità del movimento: Mi rimanessero e chinati e scemi... Ed ecco piangere e cantar s’udio... Che quel può surgere e quel può cadere... Che non paressero impacciati e lenti... Sì che veggendola io sospesa e vaga... » (1) e forse più a proposito degli altri, il verso I quali andavano e non sapevan dove oltre l’altro restituito dalla nuova lezione critica In rimprovero del secol selvaggio ? (2) (1) G. A. CEsaRrEO, lp. cit., p. 199. (2) Prima si leggeva «rimproverio » invece di « rimprovero ». SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 79 L'accento ritardato dopo la quarta sillabe, fin sulla nona, di guisa che venga ad urtare in quello obbligato che cade sulla decima, spesso compare associato all'idea di sforzo o di peso, di salita o di discesa, idee tra cui corre più affinità di quel che a prima vista potrebbe non parere: Che furo all’osso come d’un can forti... Come fa donna che in partorir sia... Noi montavami su per gli scaglion santi... Già surto fuor della sepuleral buca... Lo scendere e salir per l’altrui scale... E progenie discende dal ciel nova... Laggiù cascherò io altresì, quando... Sovra tutto il sabbion d'un cader lento... Di quel peccato ove mo cader deggio... Che non mi meni, sì ch’io cadrò freddo... (1) Perchè a poco vento così cadi?... Dicono ed odono e poi son giù volte... Lo Sole in pria, che già nel corcar era... Come colui che l’ha di pensier carca... Grave alla terra per lo mortal gelo... E tu, figliuol, che per lo mortal pondo... In questi due ultimi versi è interessante avvertire la medesima posizione della médesima parola « mortal » (2). e (1) Rime, LXVIII, 22. (2) In riferimento a qualche anomalia ritmica, dobbiamo notare che pur essendo non pochi in Dante gli endecasillabi che presentano delle durezze nella recitazione, come quello (Purg., V, 9) Pur me, pur me ce il lume ch'era rotto le cui spezzature non sono senza nesso con l’idea espressa, rarissimi sono i versi sordi all’armonia. Uno di questi (Rime, 72, 9) Vestito di novo d’un drappo nero la un ritmo così piatto che si stenta a crederlo uscito dalla penna di Dante. All’altro, assai noto, Che diedi al re giovane i mai consigli 80 S. FRASCINO «a Esaminato il rapporto che, nei singoli versi danteschi, sì può spesso ravvisare fra il ritmo ed il pensiero, per cui questo appare come il vero regolatore e propulsore del loro movi- mento, non riuscirà difficile rendersi conto delle più estese con- formità ritmiche cui può dar luogo l’affinità del pensiero. Come ognuno ha, senz’avvedersene, un conforme atteggia- . mento dell’espressione in rapporto alle idee affini o agli stessì moti dell'animo, per cui le sue manifestazioni d’ira, di dolore, di commozione, di gioia, finiscono per essere contraddistinte da un accento particolare, che le differenzia da quelle di ogni altro, pure collegandole fra loro; come nell’apparente disor- dine della gesticolazione con cui molte persone sogliono accom- pagnare i loro discorsi un osservatore potrà rinvenire l’ordine, che vi fu chi propose di correggere in Che diedi al regio Vanni i mai consigli e che, di aberrazione in aberrazione, il Ranieri volle leggere, con uno spostamento d’accento Che diedi al re giovàne i mai consigli — attribuendo, ed erratamente, come mostrò lo Zingarelli (Parole e forme nella D. C. aliene dal dialetto fiorentino, in Studi di Filologia romanza, Roma, 1894, p. 125), a Dante l’intenzione di riprodurre la pronunzia di Beltramo nella sua espressione lo reys jores — mi è venuto fatto di trovare nella Vita Nova (27, 10) il riscontro di un verso dal ntmo perfettamente eguale: Che fa li miei spiriti gir parlando. Ne in quello è consigliabile, come propongono alcuni, la cesura dopo re, nè in questo lo sarebbe la cesura dopo miei. Bisogna contentarsi di quel ritmo saltellante, ma non poi tanto spiacevole! Un verso che invece può riuscire sgradito per colpa del lettore è (Purg., II, 23) Un non sapea che bianco e di sotto... Esso non potrà essere letto a dovere se non facendo una forte pausa dopo la parola che. SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTEKSCA 81 che fa corrispondere quei gesti a quei dati movimenti del pensiero; così nella pressochè infinita multiformità di sfuma- ture di cui il ritmo si può colorare, è dato spesso cogliere delle conformità caratteristiche, spiegabili solo per l’affinità dell’idea o del sentimento espresso. E non è dubbio che questi riscontri si lasceranno cogliere con più frequenza nei poeti di più di- stinta individualità, come quellìi che ci presentano natura più schietta e forte, a giudicarne almeno da Dante, in cui può dirsi davvero sorprendente il numero di tali ricorsi ritmici. Ma è anche da tener presente che, come pensieri affini, che tenderebbero ad assumere la stessa intonazione ritmica, fini- scono, per l'adattamento con la parola, con cui sì trovano a dover fare i conti, col colorirsi di sfumature diverse o col dif- ferenziarsi tutt’affatto, così qualche volta conformità di ritmo possono essere determinate da ragioni puramente estrinseche. Pur lasciando un certo campo a queste eventualità, l’impor- tanza di tali riscontri non ne verrà scemata. Essi ci possono confermare che, come la natura fenomenica esteriore tende ad . assumere, nella nostra percezione, il colorito del nostro spirito, per cui ciò che più parrebbe oggettivo, la descrizione d'un paesaggio, finisce per rivelare, per l’animo che vi è trasfuso, Il poeta; un’eguale tendenza porta il nostro spirito a rivestire d'una veste musicale affine, pensieri simili. Fin nelle prime canzoni giovanili di Dante è dato sorpren- dere motivi di cui l’eco si riscontra nel poema. Il Cesareo ha ben rilevato che il verso Vienì a veder nostra donna che giace..., il quale occorre nella canzone centrale della Vita nora « Donna ‘pietosa e di novella etate » (v. 64), è coniato con lo stesso caleo dell’altro: Vieni a veder la tua Roma che piagne... Della stessa canzone è il verso (15) Era la voce mia sì dolorosa 6 - Giornale storico — Suppl. n° 24 $2 S. FRASCINO il cui gemello è (Purg., XXXI, 7) Fra la mia virtù tanto confusa. Così un sonetto delle Rime amorose s’apre con un’invoca- zione: O dolci rime che parlando andate Della donna gentil... che arieggia a quella con cui Virgilio apostrofa il Sole (Purg., XIII, 16): O dolce lume a cui fidanza io entro Per lo novo cammin... Frequenti gli emistichi, che, insieme col ritmo, alcuni versi della Commedia riecheggiano dal Canzoniere . Ed esser mì parea non so in qual loco... Ed esser mì parea là dove foro... V. N., 23, 46: Purg., IX, 22. Convenemi parlar, traendo guai... Così vid’io venir, traendo guai... V. N., 31, 6; Inf., V, 48. Per lo suo mezzo la città dolente... Per me si va nella città dolente... Cinge dintorno la città dolente... V. N., 40, 6; Inf., IIT, 1; IX, 32 dove nel primo caso la città dolente è Firenze, nel secondo è l'Inferno, nel terzo è Dite. 1L.a vide in parte che il tacere è bello... Parlando cose che il tacere è bello... Rime, 104, 28; Inf., IV, 104. Per la freddura che di fuor la serra... Dove Cocito la freddura serra... Rime, 100, 61; Inf., XXXI, 123. L'inizio della celebre ballata Deh violetta che in ombra d’amore... SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 83 somiglia all’invito di Dante a Matelda Deh bella donna che ai raggi d’amore. Al verso (1) Che se la vista mia non è fallace corrispondono nella Commedia gli altrì: Che se l’antiveder qui non m’inganna... Che se l’antiveder qui non è vano. © Non c'è che dire! Dante giovane profetizza come Dante maturo! Poichè a scoprire l’indovino vero, il quale si nasconde dietro i vari personaggi che nella Commedia si lasciano inva- dere da spirito profetico od apocalittico, basterà considerare le note comuni nell’intonazione di quei vaticini. Quando Bea- trice fa la sua oscura divinazione Ma tosto fian li fatti le naiade Che solveranno questo enigma forte... Purg., XXXIII, 49 «gp. dà nello stesso accento con cui Cunizza annunzierà l’immi- nente sciagura della sua terra: Ma tosto fia che Padova al Palude Cangerà l’acqua che Vicenza bagna... Par., IX, 46 seg. e lo spunto della predizione è lo stesso così sulla bocca di Bonaventura da Bagnorea che predice la punizione del suo ordine Ma tosto si vedrà della ricolta... come su quella di Farinata che predice a Dante Vesilio Ma non cinquanta volte fia raccesa... come su quella di Forese che allude alla sciagura del fratello Non hanno molto a volger quelle rote... ST ti a (1) V. 12 del sonetto Deh piangi meco tu dogliosa pietra 84 ° $. FRASCINO Si sa che, mutando il motivo spirituale, muterà anche quello musicale; così san Bonaventura, che va d’accordo con Beatrice, Cunizza, Farinata e Forese quando fa il profeta, in una terzina che si può dire di presentazione del santo da lui magnificato: Domenico fu detto ed io ne parlo Siccome dell’agricola che Cristo Elesse all’orto suo per aiutarlo... Par., XII, 70 sgg. incappa, senz’avvedersene, nello stesso accento che ricorre nelle parole di Sordello, quando, fra la verzura della valletta amena, parla del re di Boemia: - Ottacchero ebbe nome e nelle fasce Fu meglio assai che Venceslao suo figlio Barbuto cui lussuria ed ozio pasce... Purg., VII, 100 sgg. L’unica perturbazione all’identità del motivo lo apporta nel secondo verso di questa terzina quel lungo nome Venceslao che ritarda l’accento sull’ottava sillaba. Per un’eguale ragione, Ugo Capeto, nel rivelarsi capostipite dell’infame dinastia da lui denominata Io fui radice della mala pianta C'he la terra cristiana tutta aduggia Sì che buon frutto rado se ne schianta... Purg., XX, 43 sgg. parla lo stesso linguaggio di San Tommaso, agno d’una santa greugla: Io fui degli agni della santa greggia Che Domenico mena per cammino U' hen s’impingua, se non si vaneggia. Par., X, 94 sgg. Fra tali personaggi, assai distanti nel poema, non corre nessun rapporto ideale; eppure, essi tradiscono, al timbro della voce, una ben stretta parentela, sol perchè si rivelano entrambi per bocca di Dante! SUONO E PENSIERO NELLA PUESIA DANTESCA ‘© 85 Il comando di non tacere ai mortali il frutto dell’esperienza dei tre regni, così esplicito in bocca di Cacciaguida, come di San Pietro, per cui Dante, scrivendo la Commedia, assolve una missione sacrosanta, finisce per fondersi in un’unica maniera: Ma nondimen, rimossa ogni menzogna, Tutta tua vision fa manifesta E lascia pur grattar dov’è la rogna! Par., XVII, 127 sgg. E tu figliuol, che per lo mortal pondo Ancor giù tornerai, apri la bocca E non asconder quel ch’io non ascondo! Par., XXVII, 64 sgg. In queste due terzine vi ha perfetto parallelismo, nelle cesure; il verso « E lascia pur grattar dov'è la rogna » di bruta, ma vigorosa efficacia, è bilanciato negli accenti dall’ « E non «asconder quel ch’io non ascondo », per cui si direbbe quasi che a ricalcare con più energia un comando già espresso tra- scini il compimento del ritmo; nel secondo verso di ciascuna terzina, dopo una forte cesura, spicca l'accento imperativo (fa, apri). Ecco come sono egualmente musicati questi due stati d'animo di Dante, o ch’egli sia nella bolgia dei simoniaci Presso Niccolò III, o nel cielo di Saturno, in presenza di San Benedetto: To stava come il frate che confessa Lo perfido assassin, che poi ch'è fitto Richiama lui, per che la morte cessa... Iuf., XIX, 49 reo. Io stava come quei che in sè ripreme La punta del desio e non s'attenta Del domandar, sì del troppo si teme... Par., XXIII, 25 seg. Se considereremo alcune tra le forme più comuni in cui 86 S. FRASCINO suole atteggiarsi il pensiero, come la domanda, l’esclamazione, l’invocazione, saremo non meno sorpresi dalle conformità ritmiche che dalle conformità di espressione in esse ricorrenti: Dimmi perchè quel popolo è sì empio... Dimmi se alcun Tatino è tra costoro... Dimmi se i Romagnoli han pace o guerra... Dimmi dov’è Terenzio nostro antico... Dimmi il perchè, diss’io, per ta] convegno... Dimmi ove sono e fa ch’io li conosca... Dimmi se son dannati ed in qual vico... Dimmi com'è che fai di te parete... Ditemi chi voi siete e di che genti... Ma dimmi, se tu sai, a che verranno... Ma dimmi, se tu sai, perchè tai crolli... Ma dimmi, se tu sai, dov'è Piccarda... Ma dimmi chi tu se’ che in sì dolente... Ma dimmi della gente che precede... ‘Ma dimmi il ver di te e chi son quelle... Ma dimmi la cagion che non ti guardi... Ma dimmi e come amico mi perdona... Ma dimmi quel che tu da te ne pensi... Ma dimmi se tu l’hai nella tua borsa... Ma dimmi voi che siete quei felici... L'inclinazione ad intonare in una stessa maniera questi spunti interrogativi, fa capo alla stessa natura del Poeta e può tra- dursi in assai più notevoli corrispondenze. Un motivo d’inter- rotazione, sia che suoni biasimo acerbo in bocca di Beatrice, sia che esprima il colmo dell’ammirazione di Dante per le meraviglie dell'empireo, si atteggia con la stessa enfasi, mar- ‘ata dall’accento di settima sul secondo verso: E se il sommo piacer sì ti fallio Per la mia morte, qual cosa mortale Dovea poi trarre te nel suo disio ? Purg., NXNI, 52 sgg. SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 8 E se l’infimo grado in sè raccoglie Sì grande lume, quant'è la larghezza Di questa rosa nell’estreme foglie ? Par., XXX, 115 sog. Così al tono della domanda di Marco Lombardo Or chi tu se’ che il nostro fummo fendi E di noi parli pur come se tue Partissi ancor lo tempo per calendi ? Purg., XVI, 25 sgg. si può riportare l’altra dell'aquila, nel cielo di Giove, a pro- posito dell’inscrutabilità della giustizia divina: Or tu chi se’ che vuoi sedere a scranna E giudicar da lungi mille miglia Con la veduta corta d’una spanna ? non meno che quella di Bocca degli Abati, percosso in piena faccia dal piede di Dante Or chi tu se’ che vai per l’Antenora Percotendo, rispose, altrui le gote Sì che, se vivo fossi, troppo fora ? Inf. XXXII, 88 spe. o di Maometto che vuole aver contezza dello strano visitatore d’Inferno Ma tu chi se’ che in sullo seoglio muse Forse per indugiar d'ire alla pena Ch’è giudicata in sulle tue accuse? Inf., XXVIII, 43 see. o di Sapia, cui gli occhi cuciti come a sparviero selvaggio non consentono di affisare lo strano pellegrino Ma tu chi se’ che nostre condizioni Vai dimandando e porti gli occhi sciolti Sì come io credo e spirando ragioni ? Purg., NITTI, 130 sgg. 88 S. FRASCINO Come del tono interrogativo, notevole è la costanza del tono | esclamativo (1). Ahi quanto a dir qual era è cosa dura... Ahi quanto mi parea pien di disdegno... Ahi quanto cauti gli uomini esser denno... Ali quanto son diverse quelle foci... Ahi quanto nella mente mi commossi... Ahi anime ingannate e fatture empie... O quanto fora meglio esser vicine... O quanto mi pareva sbigottito... O quanto parve a me gran meraviglia... In questa categoria, rientra, per lo spunto, l’invettiva che prorompe nei famosi versi: Ahi Pisa, vituperio delle genti Del bel paese là dove il sì suona, Poi che i vicini a te punir son lenti Muovansi la Capraia e la Gorgona... Inf., XXXIII, 79 sgg. versi, i quali, salva qualche lieve differenza, vanno con gli altri: Ahi gente, che dovresti esser devota E lasciar seder Cesare in la sella, Se bene intendi ciò che Dio ti nota, Guarda coniesta fera è fatta fella... Purg., VI, 91 sgg. Caratteristico soprattutto l’eguale slancio dei capoversi delle seconde terzine, fortemente accentati sulla prima sillaba (muòvansi, guàrda). (1) Il Mariorti (Dante e la statistica delle lingue, Firenze, 1880) annoverò nell'intero poema 45 periodi esclamativi; di cui 26 nell’In- ferno. I Listo (Op. cit., p. 191) trovò che i periodi interrogativi pu- ramente retorici non sommano in tutta la Commedia ad una ventina. SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 89 Così, la corrispondente mossa iniziale ci spiega se la sor- presa di Dante per la pena di Curio Oh quanto mi pareva sbigottito Con la lingua tagliata nella strozza... Inf., XXVIII, 100 e sg. arieggia la meraviglia in lui suscitata dalla mostruosità di Lucifero Oh quanto parve a me gran meraviglia Quand’io vidi tre facce alla sua testa... Inf., XXXIV, 37 sg. A concretarsi nello stesso ritmo dell’esclamativo tende il tono invocativo dolce padre mio, se tu m'’ascolte... cara piota mia, che sì t’insusi... santa suora mia, che sì ne preghe... frate mio, ciascuna è cittadina... frate, disse, questi ch’io ti cerno... Jacopo, dicea, da Sant'Andrea... anima che vai per esser lieta... anima che sei laggiù nascosta... anima che tanto ben favelle... -HoeieHeHeieHeieHele anima, diss’io, che par sì vaga... Nè mancano i casì in cui la conformità ritmica si estende oltre il primo verso. Così, l’affettuosa invocazione di Dante a Vir- gilio, sulla soglia dell’Inferno, O anima cortese mantovana Di cui la fama ancor nel mondo dura E durerà quanto il mondo lontana ritmata non diversamente da quella in cui egli grida ricono- scenza e prega protezione sulla soglia della città di Dite: ” O caro duca mio, che più di sette Volte m'hai sicurtà renduta e tratto D’alto periglio che incontro mi stette Inf., VIII, 97 seg. 90 S. FRASCINO trova una terza corrispondenza, rilevata dalla costanza del- l'accento di settima del verso di chiusa della terzina, nello slancio affettuoso del mantovano Sordello verso il suo grande concittadino: O gloria dei Latin, disse, per cui Mostrò ciò che potea la lingua nostra, O pregio eterno del loco ond'’io fui... Purg., VII, 16 seg. Le variazioni accentuative rispetto al tipi considerati sono, assai spesso, un portato di particolari atteggiamenti del pen- siero. L’accento sulla settima sillaba avvalora l’efficacia del- l'interrogazione: | Che t’è giovato di me fare schernio ? Ahi dura terra, perchè non t’apristi? Deh perchè vai, deh perchè non t’arresti ? Però m'’arresto; ma tu perchè vai! O dolce padre, che voci son queste? e ritardato sulla ottava, conferisce una gravità pacata all’in- vocazione O voi che avete gl’intelletti sani... O voi che siete in piccioletta barca... come all’esclamazione Ahi serva Italia, di dolore ostello... Ahi quanto egli era nell'aspetto fiero! Tale motivo interpreta il rimpianto per il primo fatale retaggio della Chiesa Ahi Costantin, di quanto mal fu matre... riportabile a quello per la prima iattura fiorentina Ahi Buondelmonte, quanto mal fuggisti... con la simmetrica corrispondenza, nei due versi, delle parole «quanto mal »; e tale motivo consacra l'efficacia del verso Oh in eterno faticoso manto SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA Al che procede a stento e in virtù dell’iato iniziale e del ritmo che scinde le parole e, agli effetti del pensiero, per opera del- l'iperbato. È uno dei versi più faticosi che s’incontrino nella Commedia, come faticoso è il muover passo degl’ipocriti sotto le gravi cappe di piombo, e ad esso cede, malgrado la corri- spondenza degli accenti e una simile fatica dell’iato, l’altro notissimo: Venendo qui è affannata tanto! (1) Non minore costanza degli altri fin qui considerati presenta quello che potrebbe chiamarsi il tono comparativo. Le diffe- renziazioni si vanno determinando nello sviluppo della terzina, ma tende alla concordanza il motivo iniziale: E come a gracidar si sta la rana... E come a lume acuto si dissonna... E come augelli surti di riviera... E come clivo in acqua di suo imo... E come donna onesta che permane... E come giga od arpa in tempra tesa... E come l’alma dentro a vostra polve... F. come per sentir più dilettanza... E come quei ch’adopera ed istima... E come suono al collo della cetra... Per impulso di un tale spunto, talora anche idee di lontano rapporto si fondono nell’animo del poeta in una stessa dispo- sizione musicale. L’ansiosa attesa di nuove che spinge la gente a far ressa intorno al ramoscello d’olivo d’un messaggero: E come a messagger che porta olivo Tragge la gente per udir novelle E di calcar nessun si mostra schivo... Purg., II, 70 spe. (1) Curiosa caratteristica, quella delle parole ardo, arda, finali di verso, le quali si direbbe debbono per necessità produrre un iato: Vedi che non incresce a me e ardo... Rispondi a me che in farne e in sete ardo... Fatta come un secchion che tutto arda.., 92 S. FRASCINO sì traduce nello stesso motivo che il naturale impulso, il quale | fa protendere le braccia al bambino, nel desiderio di ricon- giungersi al seno materno: | E come il fantolin che inver la mamma Tende le braccia, poichè il latte prese, Per l’anima che infin di fuor s’infiamma... Par., XXIII, 121 sgg. La delicata immagine di questo paragone non è senza rapporti nè di pensiero nè di ritmo con un’altra non meno gentile, dove lo stesso istinto che acuisce il desiderio d’una tenera creaturina verso un tentativo agognato, deve ancora rasse- gnarsi nel timore del pericolo: E quale il cicognin che leva l’ala Per voglia di volare, e non s’attenta D’abbandonar lo nido e giù la cala... Purqa., XXV. 10 sge. Quell’ «e giù la cala» così staccato nel ritmo, rende tutto il dolore d’una rinunzia forzata e ci richiama un egual verso della Vita nova con la visione di quel candido amore «in « abito legger di pellegrino », che Dante incontra nel mezzo della vita, quando « pensoso venia », Per non veder la gente, a capo chino! C'è lo stesso sconforto! Forse più che l’eguale movenza comparativa, l’affinità del- l’idea spiega la conformità ritmica iniziale che associa anche due fra le più delicate ed umane similitudini, quella delle co- lombe, nel canto di Francesca, e quella dell’augello che « con ardente affetto » aspetta il sorgere del sole, come Beatrice intende lo sguardo verso quella plaga del cielo, ove dovranno apparire Cristo e le legioni degli spiriti trionfanti: Come colombe dal disio chiamate Con l'ali aperte e ferme al dolce nido... Inf., V, 82 sgg. SUONO E PENSIERO NKLLA POESIA DANTESCA 03 Come l’augello intra l’amate fronde Posato al nido dei suoi dolci nati... Par., XXIII, 1 sgg. Li, si potrebbe dire che l’andatura del verso abbia un po’ del compassato, svolgendosi l’accento per bisillabi, con tono più marcato sulla parola « ferme » quasi a ricalcarne l’idea (1); quì l'accento di sesta manca ed il rilievo va tutto sulla parola «dolci», che ritorna, allo stesso posto che nell’altro verso, nè un nesso consonantico involuto turba la delicatezza dei suoni. La pecorella che esce dal chiuso somiglia alla navicella che esce dalla rada: Come le pecorelle escon dal chiuso Ad una a due a tre... Purg., III 79 sg. Come la navicella esce di loco In dietro in dietro sì... Inf., XVII, 100 sg. Nel tragico racconto che il conte Ugolino fa della sua misera fine, la nota terzina: ; Come un poco di lume si fu messo Nel doloroso carcere, ed io scorsi Per quattro visi il mio aspetto istesso... Inf., XXXII, 55 sg u sorprende per la sua somiglianza con quest'altra: Come al nome di Tisbe aperse il ciglio Piramo sulla morte e riguardolla Allor che il gelso diventò vermiglio... Purg., NNVII, 37 «ge. (1) Ecco come, in altri due versi che con questo hanno comune l primo emistichio, l'accento imprima al ritmo tutt'altro movimento, ln servigio dell’opposta idea da esprimere: Con l’ali aperte e sovra i piè leggero... Con l’ali aperte ed a calare intesa... 94 * 8. FRASCINO E carattere unico ha l’orrore che ispira le due scene, più che bastevole a spiegarci la conformità del colorito musicale ch’esse assumono. Lo sconforto disperato che invade l’animo del conte, fino a fargli dare dei denti nelle sue stesse mani, quando, dopo il terribile sogno e dopo aver sentito « chiavar « l’uscio » intravvede nei quattro visi quell’aspetto ch'è come lo spettro della fame che s’avvicina e che quel « poco di lume » circonfonde ancora della paura delle ombre; è come l'orrore che si diffonde all’ultimo ed incerto raggio d’un occhio che Sta per spegnersi, dopo una tragica scena, orrore che tocca anche l’albero nel mutato colore delle sue foglie. A generare particolari conformità di ritmo, concorrono talora cause del tutto accidentali. Così alla terzina Come quando la nebbia si dissipa Lo sguardo a poco a poco raftigura Ciò che cela il vapor che l’aere stipa... Inf., XXXI, 34 sgg. segue, tre canti appresso, quest'altra: Come quando una grossa nebbia spira O quando l’emisperio nostro annotta Par da lunge un mulin, che il vento gira. Inf., XXXIV, 4 sg. Non è dubbio che sulla loro simile intonazione, oltre che cause intrinseche, come lo spunto comparativo e la comune imma- gine della nebbia, abbia influito la ragione della loro vicinanza, per cui il poeta, la seconda volta, aveva ancora recente al l'orecchio un motivo adoperato poco innanzi. Contrariamente, in altre due terzine, le quali s’incontrano ad intervallo di poche decine di versi, sebbene non nello stesso canto, e dove la comparazione occorre al secondo verso Noi andavam per lo solingo piano Com'uom che torna alla perduta strada Che infino ad essa gli par ire invano... Purg., I, 118 sgg. SUONO KE PENSIERO NALLA PUESIA DANTESCA 95 Noi eravam lunghesso il mare ancora Come gente che pensa a suo cammino Che va col cuore e col corpo dimora... Pura., II, 10 sgg. quantunque l’ispirazione generale appaia assai affine, divario d’accentazione vi è così nel secondo come nel terzo verso. Più rilevante è la conformità del ritmo, la quale persiste anche quando cessa l’affinità iniziale del pensiero, fra la prima delle due ultime terzine e la seguente: Noi salivam per entro il sasso rotto E d'ogni parte ne stringea lo stremo E piedi e man voleva il suol di sotto... Purg., IV, 31 sgg. Riscontri ritmici simili a quelli cui dà luogo il tono compa- rativo, possono essere generati dal tono narrativo. Malgrado qualche differenza nei particolari, manifesta è la tendenza a concordare nelle seguenti terzine, che muovono tutte da un consimile spunto Nel tempo che il buon Tito, con l’aiuto Del sommo rege, vendicò le fora Onde uscì il sangue per Giuda venduto... Purg., XXI, 82 sgg. Nel tempo che Giunone era erucciata Per Semelè contro il sangue tebano Come mostrò una ed altra fiata... Inf., XXX, 1 sog. Nell'ora che non può il color diurno Intepidar lo freddo della Iuna Vinto da Giove e talor da Saturno... Purg., NIX, 1 seg. Nell'ora che comincia i tristi lai La rondinella presso alla mattina, Forse a memoria dei suoi primi guai... Purg., IX, 13 sgg. 96 S. FRASCINO Notevole soprattutto l’accento di settima nella chiusa delle prime tre terzine. Ma non tutte le conformità e non tutte le corrispondenze ritmiche è dato riportare a dei toni fondamentali; qualche volta sì fermano a volo riscontri caratteristici, limitati magari ad un verso, ma che non perciò meno sollecitano il nostro inte- resse. Quando l’aquila del cielo di Giove, parlando di Costan- tino, dice Sotto buona intenzion, che fe’ mal frutto a chi non vien fatto di associare questo verso all’altro Non la tua conversion, ma quella dote pronunziato da Dante a proposito dello stesso Costantino nella bolgia dei simoniaci? [Nessuno potrà mai penetrare il processo che attraversano le idee all’atto della loro concezione, nè misurarne le associazioni, tanto più che l’influsso di certe reminiscenze agisce in uno stato di subcoscienza; e nessuno potrà mai definire la genesi di quel secondo verso nel cervello e nello spirito di Dante, quantunque il riscontro sia agli occhi di tutti. Così il verso riferito a Farinata Dalla cintola in su tutto il vedrai che non è a dire quanto, per la voce che si concentra sulla parola « tutto » dopo la forte cesura alla sesta sillaba, sollevi agli occhi della nostra fantasia la figura dell’eroe fiorentino, sì sarà prodotto, nella mente di Dante, per lo stesso processo dell'altro: E per le coste giù ambo ie braccia che dà tutta Vimpressione della smisuratezza della mole dei giganti, cui si riferisce, per l'accento ritmico che si abbatte sulla parola « ambo » dopo aver colpita la parola « giù », proprio come nel caso predetto (su-tutto). L'impressione di orrore o di terrore, dopo la pausa d’una cesura alla quarta sillaba, scoppia d’un tratto come tuono SUONO E PENSIRRO NELLA POESIA DANTESCA 97 nella doppia erre d’un pentasillabo, nel cuore di due versi a tempra eguale: Stavvi Minos orribilmente e ringhia... Non sonò sì terribilmente Orlando... L'incertezza di due amanti al primo bacio: Che conosceste i dubbiosi disiri richiama l’incertezza di Dante nel porre i suoi quesiti a Beatrice: Dalli miei dubbi d'un modo sospinto. La placida intonazione con cui s’inizia il racconto, che Vir- gilio fa, della fondazione del suo luogo natio, tutta infusa nel verso, così ricco di soavi accenti Suso in Italia bella giace un laco... è nelle parole di Catone Questa isoletta intorno ad imo ad imo... Nè, ove il poeta distende la mano a colorare, è difficile co- gliere i rapporti nelle sue tinte: Siede la terra dove nata fui... . Siede Peschiera bello e forte arnese... o altrove: Intra Siestri e Chiaveri s’adima... Intra Tupino e l’acqua che discende... (1) Ecco lo stesso avverbio che si spinge fino alla punta del verso, ad interpretare il grido dell’iracondia, erompa dal petto di Flegiàs o della turba che martira Santo Stefano: Non senza prima far grande aggirata Venimmo in parte ove il nocchier forte « Usciteci » gridò « qui è l'entrata!» Inf., VIII, 81 seg. Gini (1) Si sa che molte volte è la parola che si trascina dietro il ritmo; ne ciò è da considerare come un fatto meccanico, poichè se è vero che la parola è soprattutto pensiero, non è men vero che, specie per 7 — Giornale storico — Suppl. n° 24. 98 | 8. FRASCINO Poi vedea genti accese in foco d’ira Con pietre un giovanetto ancider, forte Gridando a sè pur: Martira, martira! Purg.. XV, 107 agg. un poeta, è pensiero indissociahilmente compenetrato di musica. Ecco come la parola iniziale modella il verso su un medesimo stampo Ricorditi, dicea, de’ maledetti... Ricorditi, lettor, se mai nell'alpe... che vince anche l’ostacolo Aci nomi propri: Ricorditi di me che son la Pia... Ricorditi di Pier da Medicina... La conformità del ritmo asseconda più o meno la conformità delle parole in tanti altri casi: Luogo è in Inferno detto Malebolge... Luogo è laggiù da Belzebù remoto... Luogo è laggiù non ttisto da marti.i... Inf., XVIII, 1; XXXIV, 127; Purg., VII, 28. Chè quando fui sì presso di lor giunto... Ma quando fui sì presso di lor fatto... Pura., NIII, 55; XXIX, 46. Gridando: questi è desso e non favella... Ed io: Costui ch'è meco e non fa motto... Ins., XXVIII, 96; Purg., XIII, 141. Deh, perchè vai. deh perchè non t’arresti?... Però m'’arresto: ma tu perchò vai?... Purg., V, 51; TI, 90. Non fece al corso suo sì grosso velo... Non tece al viso mio sì grosso velo... Inf., XXXII, 25; Purg., XVI, 4. Tanto staremo immobili e distesi... Noì istavamo immobili e sospesi... Purg., XIX, 126; XX, 139. Pensa, lettor. s’io mi disconfortai Nel suon delle parole maledette... Pensa, lettor, s'0 mi meravigliava Quando vedea la cosa in sè star queta... Inf., VIII, 94 sg.; Purg., XXXI, 124. Molte fiate già pianser li figli... Molte tiate già, frate, auddivenne... P'ar., VI, 109: IV, 100. To non so sei più disse o g'ei si tacque. Tant'era già di là da noi trascorso... Io non so s’io mi fui qui troppo folle Chio pur risposi lui per questo metro... Purg., XVIII, 27 sg.; Znf., XIX, 88 sg. Ed io mirava ancora all'alto nmro... Ed ei mirava suso intorno al sasso... Inf., NNNXNILI, 10; #°ura., III, 57. SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 99 Ecco un gerundio che circostanze simili chiamano allo stesso posto Gli occhi lucenti, lagrimando, volse... ...ha fatto alla guancia Della sua palma, sospirando, letto... L'enjambement della stessa parola in chiusa di verso, si tira appresso lo stesso ritmo del verso seguente: Quando Mi dipartii da Circe che sottrasse... Inf., XXVI, 90 sg. Quando Lo raggio della grazia, onde s’accende... Par., X, 82 eg. E, al pari del caso precedente, col ritmo va d’accordo anche la cesura nelle due coppie Io non so x'io mi fui qui troppo folle Ch’io pur risposi lui per questo metro... To non so s’ei più disse o R'ei si tacque Tant’era già di là da noi trascorso... Inf., XIX, 88 ag.; Purg., XVIII, 127 se. come in queste altre: Così diss'io a quella luce stessa Che pria m'avea parlato; e come volle... Così diss’io rivolto alla lumiera Che pria m'avea parlato; ond’ella fessi... Par., XVIT, 28 ag.; V, 130 sg. Degni, infine, di nota, i riscontri ritmici di eguale ubicazione, In canti diversi. Così i versi pronunziati da Giustiniano a pro- posito di Romeo, alla fine del canto sesto del Paradiso E se il mondo sapesse il enor ch'egli ebbe Mendicando sua vita a frusto a frusto... 100 S. FRASCINO trovano corrispondenza subito dopo, a breve distanza, alla fine del canto ottavo, negli altri, pronunziati da Carlo Martello: E se il mondo laggiù ponesse mente Al fondamento che natura pone... È evidente che l’orecchio del poeta doveva serbare una me- moria, per così dire, topica, della prima armonia. * a Da questi riscontri ritmici che siam venuti facendo un fatto emerge chiaro, ed è che l’Alighieri ovunque suggella la sua poesia d’una ben definita impronta musicale. E se, sotto la parola stile, intesa in senso lato, deve accogliersi anche questa caratteristica tendenza che induce ad infondere una stessa anima musicale all'espressione di pensieri affini, con ragione potremo affermare che pochi poeti come lui (1) hanno, nel- l'originalità dello stile, meglio individuata, sotto un rispetto musicale, la tempra della loro anima. Alcuni motivi ci si (1) Interessante l'osservazione raccolta in una lezione del professor V. Rossi, che la nota più forte del dolore leopardiano, o almeno quella più sentita dal poeta. la nota della vanità d'ogni cosa mondana, tenda allo stesso ritmo e alla stessa rima, la quale si traduce in assonanza nella lirica a verso sciolto: Com'’onda a gli a.tri sorta, che s'abbassa E cade in un baleno e al piap s’agguaglia E di suo levamento orma non lassa Appressani, della morte, IMI, 172 sr. E tu pur gloria, addio, chè già s’abbassa Mio tenebroso giorno c cade ormai E mia vita nel mondo orna non lassa Ibid., IV, 82 SUR. E tieramente mi si stringe fl core A pensar come tutto al n:iondo passa E quasi orma non lescia. La sera del di di festa, 28 agg. Così lo strazio della disperazione, che spingerebbe il poeta a troncare SUONO kE PENSIERO NELLA POESIA DANTESUA 101 ripresentano in così simigliante veste che, se le mille impronte del suo genio non bastassero, essi soltanto potrebbero essercì sufficienti a riconoscere l’artefice. Lo studioso di Dante può sicuramente spiare nelle vibrazioni eterne dei suoi ritmi le vibrazioni più recondite della sua anima, come ognuno può discernere la nota varia degli affetti interiori nella voce viva delle persone più care. 1 suoi giorni, tende a ritmarsi in maniera eguale, e si sente nella spez- zatura alla settima eillaba E rifugio non resta altro che il ferro La cvita solitaria, 20. il capo inerme Agli atroci del fato odi sottrarre. Ai versi di questo tipo, che il Rossi giustamente chiama endecasillabi allungati da un iato artistico, da cui muove una chiusa di esametro 2 Ly O . . . («ormà nén lassà »), il giovane Leopardi avrebbe acquistato la con- suetudine leggendo il Foscolo, che assai spesso li usa ad esprimere note di tristezza Baciò la sua petrosall itaca Ulisse... Il fior de’ tuoi gentili!lanni caduto... E di fiori odvoratallarbore amica Le ceneri di mollijl ombre consoli. Similmente, a temperare «il sentimento romantico della poesia del- l’Aleardi si presta bene la frequenza, segnalata dal DE LoLLIS (Aleardi poeta dell’arte per l’arte, in Rassegna contemporanea, Anno VII, Serie II, p. 18), di questo tipo di verso, « al quale viene una capacità abissale «dall’entrar nella sinalefe la parola su cui cade l’accento principale ». Il De Sanctis ne sentì « la maestà e il decoro »; ma lo sospettò di « am- ‘«biziosa sonorità » e ne rimproverò quindi l'abuso al Prati. Presso il sno « divino Berchet non ne avrebbe trovato, eredo, neppur uno, € «ne sarebbe stato, certo, contento ». Non possiamo chiudere questa nota senza ricordare che alla mera- vigliosa ricchezza accentuativa dell’endecasillabo dantesco non poteva mancare questo schema, di cui ci siam trovati a segnalare un esempio molto efficace nel verso Quivi seder cantando [anime vidi. 102 S. FRASCINO Alcune osservazioni sulla rima dantesca. Senza lo sprone della rima, sarebbe in complesso la Divina Commedia l’opera che è, avrebbe cioè il pensiero in essa rag- giunto quella potenza ed efficacia d’espressione che tutti cono- sciamo, sarebbero le sue immagini riuscite così scultoriamente definite e finemente colorite come ci appaiono A rispondere affermativamente 2 questo quesito non de- V'essere corrivo anche chi sappia che non una sola volta è stato intentato il processo contro la rima, e che qualche volta la sentenza è stata di morte. L’accusa partita dalla seranna d’un autorevole scrittore francese, secondo cui «la rime ne «nous donne que l’uniformité des finales, qui est ennuyeuse, «et qu'on évite dans la prose, tant elle est bien loin de flatter « l’oreille » (1), come la condanna pronunziatane da un illustre poeta della stessa nazionalità Maudit soit le premier dont la verve insensée Dans les bornes d’un vers renferma sa pensée Et donnant à ses mots une étroite prison Voulut avec la rime enchaîner la raison (2) non troveranno facile consenso in chi bene valuti le infinite risorse cui la rima si presta in mano degli eccellenti artefici, per cui, lungi dal costituire un ostacolo, essa risulta proficua alla composizione. A parte la considerazione del fatto che le parole surriportate del legislatore della poesia classica francese voglion forse più essere un’uscita di spirito contro la poesia in genere, che la manifestazione d’un’avversione particolare contro la rima, cui egli non ritiutò mai il tributo del suo vassal- laggio, v'è da tenere il debito conto delle apologie che a quelle (1) FENELON, Lettere à VAcad. frane., art. 5. (2) Borrear, Sat.. II, 53 agg. SUONO E PENSIKRO NELLA POKSIA DANTESOCA 103 accuse si possono contrapporre. Notevolissima fra tutte quella di Victor Hugo, quando in quel bando del verbo romantico che è la Préface de Cromwell, esige che il nuovo poeta sia « fidèéle sà la rime, cette esclave reine, cette supréme grace de notre «poésie, ce générateur de notre mètre » (1). Chiamandola «generatrice del nostro metro », con definizione su cui par modellata quella carducciana « del latin metro reina », l’Hugo riconosce alla rima forse più di quanto le vada dovuto, ma egli ha il merito d’individuare con chiarezza l’importanza di essa nella formazione del verso; importanza che, invero, non si limita qui, quanto, ciò che più conta, investe lo sviluppo stesso del pensiero. Poichè, se è vero che talora l’immagine si presenta alla mente dell’artista con contorni definiti, sì che subito possa essere ritratta in tutta la sua nitidezza, non é men vero che altre volte — ed è il più frequente dei casì —- essa sorge involuta e indistinta e si vien chiarificando per isforzo di elaborazione, tanto meglio quanto più la difficoltà dell'espressione acuisce la potenza riflessiva, costringendo all'estrema tensione la virtù dell’ingegno. Ognuno vede quanto in questo processo entri l’influsso della rima, la quale, aumen- tando lo sforzo elaborativo, agisce direttamente sull’efficacia del pensiero, fino al punto che quasi sempre i versi più fiacchi di pensiero e di suono vanno associati ad una rima facile, mentre alla rima scabra raramente incontra di dover acca- gionare difetti (2). ——yw—@—€————__—& P | _— (1) A questa esaltazione della rima fece eco poco dopo il Sainte- Beuve, nelle sue Poesies de Joseph Delorme (1829): Rime, qui dounes leurs sons Aux chansons, Rime, l’unique harmonie Du vers, qui sans tes accents Frémissants Serait muet au genic... (2) « Ogni spirito, come ogni pensiero, ha certe sue facoltà di «adattamento; e il sommo dell'arte non consiste nello scegliere le «forme più facili, ma nelladattare alla forma scelta il proprio pen- 104 8. FRASCINO 5 Nello stabilire la funzione che la rima ha nell’opera dan- tesca, è da rilevare anzitutto che il nostro poeta non solo non evita le difficoltà, quanto pare talora compiacersi della lotta con esse. Nè gli mancava l’esempio. Nella sua confidenza con i poeti occitanici, egli conosceva bene come questi si fossero spesso cacciati con compiacenza nei gineprai della rima, per farvi le loro prove. Torna opportuno ricordare — a mostrare quanto in essì fosse radicato il gusto di simili scabrosità— un vero modello del genere, il famoso canto di Bertran de Born Mudar non puesc un chantar non esparga, rifatto su un altro più complicato di Arnaldo Daniello Sim fos amors de joî donar tan larga e che Dante stesso cita nel De Vulgari Eloquentia (II, 2, 9), fra gli altri componimenti provenzali, anzi primo fra tutti. Nel congedo, il poeta stesso dichiara di non poter andare più oltre per le difficoltà, insuperabili, della rima! Qu’ieu non trob mais omba ni om ni esta! (1) Dante non poteva rimanere insensibile a questi precedenti; nè la sua arte seria, poteva d'altronde, accettare la rima come un balocco. E che la dottrina delle caras rimas, assai spesso seguita dai provenzali come artificiosa maniera di complicare le astrattezze di una poesia che di per se stessa non mancava di artifizi, egli l'abbia saputa subordinare al suo lucido canone « s°ero, così che l'uno e Taltra sembrino sgorgati dalla mente in un «unico getto». Queste parole, con cui il Parodi (La rima e i vocaboli in rima nella D. C., in Ball.. 1896, pp. 83-4) efficacemente ribatte laffer- mazione dello Grnoli che la rima sia un ostacolo tanto più grave « quanto «la poesia interiore sia più definita e perfetta ». riescono opportune anche per la considerazione che di poesia definita e perfetta non #ì può parlare prima che essa si sia definitamente e perfettamente tra- dotta nellespressione. (1) Mi sia lecito rimandare alla mia stessa traduzione di questo componimento m Zieista di Cultura, vol. TIT, 30 maggio 1921, pa- gine 215 sge. Non tralascio di avvertire che qualeuna delle osserva. zioni di qui Lo anticipata in un mio stuzlio vossleriano apparso sulla Cultura, 1927, pp. 114 sg. SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 105 estetico, volto a mettere il suono in stretta funzione del pen- siero, si desume chiaramente da un noto passo della Commedia: S'io avessi le rime aspre e chiocce Come si converrebbe al tristo buco Sovra il qual pontan tutte l’altre rocce Io premerei di mio concetto il suco Più pienamente... Inf., XXXII, 1 sgg. Con questa rinnovata e sicura coscienza del valore musicale della rima, Dante ‘veniva a trovare una norma sicura dove il più delle volte aveva regnato l’arbitrio e la virtuosità, così fra i provenzali, così nelle astratte complicazioni di Guittone, così e-più ancora nelle mattie dei guittoniani. Colui che in maniera semplice e bonaria aveva saputo sventare il gioco pericoloso, era stato ser Brunetto, il quale si era tappate co- razgiosamente le orecchie di fronte alla sirena del trobar clus: Ma perciò che la rima Si stringe in una lima Dì concordar parole Come la rima vuole, Sì che molte fiate Le parole rimate Ascondon la sentenza E mutan la intendenza, Quando vorrò trattare Di cose che rimare Tenesse oscuritate, Con bella brevitate Ti parlerò per prosa... Tesoretto, vv. 411 see. È notevole che Dante, pur senza rinunziare a quelle libertà che gli offriva la tradizione nostrana della rima (1), non solo e —_ —_— (1) Fra tali libertà principalissima è quella di non mantenere 106 S. FRASCINO abbia, negli adattamenti ad essa, schivato la licenza (1), ma sia giunto fino allo scrupolo di discernere la doppia zeta sorda dalla sonora (2). Pure, voler credere ciecamente a quello che candidamente affermava di suo padre Pietro da Dante, che cioè « mai rima nol trasse a dir quel ch’ei non voleva », sarebbe distinte le rime in vocale tonica chiusa da quelle in vocale tonica aperta. Forse questa sarebbe stata una preoccupazione costante della poesia italiana, come lo fu della provenzale, senza il precedente della seuola siciliana. TI suono stretto dell'e e dell'o toniche non potè mai entrare nelle orecchie dei siciliani, se non riflesso in f ed u. Essi avrebbero poetato in una lingua latinizzata nel campo della fonetica, ottenendo in base a tale pronunzia latina scolastica l'identità fonetica delle rime; identità che non potè essere mantenuta dai loro imitatori e continuatori toscani, i quali lessero le vocali toniche alla maniera loro e non alla maniera latina e per di più introdussero toscaneggia- menti nelle rime siciliane che esemplarono, per poi imitare, ingene- rando la promiscuità delle rime in vocale tonica chiusa con quelle in vocale tonica aperta. « Cest an fait que les Bonagiunta, les Guittone «n’ont pas su prononcer cette rime exacte xiculo-latine, qu@’est due «en premier lieu l'absence d'omophonie vocaliqgue rigoureuse qui « caracterise aujourd'hui Part de rimer italienne ». O. I. TALLGREN, Sur la rime italienne et les siciliens. Extrait des Memoires de la Societe néo-philologique de Helsingfors, Tome V, 1909. pp. 345 se. Questa tesi non pare contraddetta dal CESAREO, Le origini della poesia siciliana sotto gli Svevi, Palermo, 1924, nel cap. La lingua, pp. 175 sgg. (1) Far servire una parola di sua natura sdrueciola (morieno) ad una rima piana (freno. pieno), non è licenza che Dante si tolse per primo (Purg. N, 31), né per ultimo (vedi, ad es., il Tasso, Ger. lib.» NV, 12). Così non è una sua trovata il far servire alla rima due parole accoppiate (mentre in rima con almen tre, Purg., XIX, 34; vederli in rima con per lì, Purg., XX, 4, ece.); espediente che si riscontra la prima volta nei versi leonini dell'Archipoeta (sec. XII) e che trovò poi la sua più goffa avplicazione nell'Omne punctum di GOFFREDO Vox Tuhiemen, forse contemporaneo di Dante. Ecco un saggio di questo curioso componimento (GRIMM, Op. cit., p. 153): Christe, regis qui nos, in me sensus rege Quinos: Custodemque datarz vitae mihi supplico da te. Hostemn, ne see ris noceat, rex pelle suaris, Nec queat hac celuti vietor gaudere rel uti. (2) D'Ovrpro, Versif., cit., p. 82. SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 107 una stoltezza; altrettanto grave, quanto quella del voler se- guire l’affermazione dell’Algarotti, che, per effetto della rima, «di grandi licenze si prese Dante, come ognuno, in leggendo «la sua Commedia, se ne può accorgere tuttavia » (1). Se il giudizio di Pietro da Dante è frutto d’ingenuità critica più che di carità di figlio, l’altro del critico settecentesco risente troppo del partito preso contro l’uso della rima, ch'egli, in un’epoca in cui la sostanza del pensiero aveva ombra di ogni elemento ad essa estraneo, arrivò a giudicare « di natura non «molto dissimile dall’acrostico... e da simili altri barbarismi, “0 vogliam dire studiati giocolini ». Fondandosi sulla teorica del Chiabrera e di Bernardo Tasso, teorica smentita con la pratica da quegli stessi poeti, l’Algarotti dichiara la rima imme- ritevole di coronare il verso eroico, l’endecasillabo, fino 2d affermare che « non per altra ragione il maggior nostro poeta «inventò le terzine, che per nascondere quanto più poteva «essa rima », cercando questa volta un persecutore della rima nel più autorevole consacratore di essa ! Fra l’eccesso delle opposte opinioni, anche chi creda che l'Alighieri sodisfi in generale a quel postulato così opportuna- mente espresso da un filosofo tedesco, che un verso, per essere rimato bene « debba suscitare l’impressione che il pensiero ‘in esso espresso fosse già predestinato, quasi preformato «nella lingua, e che il poeta lo abbia soltanto ritrovato » (2): non menomerà l’arte di Dante nè legittimerà, anche alla lon- tana, il dubbio che a tanto poeta occorresse ricavare i pen- sieri dalle parole, riconoscendo che alle strette della rima egli debba più di quello che a prima vista non paia e che non poche volte a quelle strette il pensiero stesso abbia dovuto adattare (3). lt NO (1) Nel Saggio sulla rima, da cui son tolti anche i luoghi citati appresso. (2) SCHOPENHAUER, Die Welt ala Willc und Vorstellung, IT. p. 488. (3) « Quei molti che cb antico asseriscono come ella non trascinasse “mai Dante a nulla che non fosse giù nei suoi disegni, o, in altri ter- 108 S. FRASCINO Che meraviglia se, con la rima in onio vediamo in lui sempre far capolino la parola demonio 0 testimonio? A ciò sarebbe inevitabilmente costretto qualunque poeta si trovasse a fare i conti con essa! Che meraviglia, se, in una maniera o nel- l’altra, entra in gioco il numero mille, ogni volta che si pre- senti la rima in ile? Ammiriamo piuttosto il talento del poeta nel sapersi disimpegnare con tanta destrezza, che di questi passaggi obbligati, cui la rima costringe il pensiero, neppure ci accorgiamo nella più parte dei casi, ove la naturalezza nonché offesa, ne resta avvantaggiata. Chi s'è mai accorto che l’insi- stenza così calda della preghiera di Dante a Virgilio, nel voler parlare con la fiamma cornuta, nella bolgia dei consiglieri fraudolenti, è prodotta da una ragione accidentale ? S’ei posson dentro da quelle faville Parlar, diss'io, maestro, assai ten prego FE. riprego che il prego vaglia mille... Inf., XXVI, 64 sep. Eppure, a persuadersene, basta collocare accanto a questa terzina quella in cui Stazio fa l’esaltazione del poema virgiliano: Al mio ardor fur seme le faville Che m'allumar, della divina fiamma Onde sono allumati più di mille... Purg., XXT, 94 sgg. «mini. ebbero l'ingennità di eredere che in un’opera in rima la rima «non abbia avuto voce in capitolo, si ricrederebbero oggi comoda. «mente sol che guardassero un rimario, chè vi si ha campo a curiose « scoperte. Vi troverebbero, ad esempio, che le rime in abbia, che nella «Commedia sono in tutto quindici, sono di volta in volta rappre- « sentate da queste terne di vocaboli: abbia, lubbia, rabbia; rabbia, «labbia, abbia; rabbia, abbia, labbia; rabbia, scabbia, abbia; labbia, «scabbia, abbia; così le 12 rime in ado si rigirano fra sci sole parole, «le 9 in adre fra quattro e in due assaj diverse terzine permangono «le stesse parole: padre, madre, leggiadre. E così via. Una parola «si tira appresso le solite sorelle come ciliegie ». D'Ovipio, Nueri Studi, p. 519. —- ER geo: Ma = SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 109 Che cosa di più spontaneo e delizioso del paragone della lodo- letta, riferito all’aquila del cielo di Giove? Quale allodetta, che in aere si spazia Prima cantando, e poi tace, contenta Dell’ultima doleezza che la sazia. Par., XX, 73 sgg. Eppure, quando Dante scrisse questa terzina doveva avere presente lo schema d’un’altra, anch'essa riuscitissima: Ed io: Per mezzo Toscana si spazia Un fiumicel che nasce in Falterona E cento miglia di corso nol sazia Purg., XIV, 16 sge. e d’un’altra ancora lo veggio ben che giammai non si sazia Vostro intelletto, se il ver non lo illustra Di fuor del qual nessun vero si spazia. Par., IV, 124 agg. Si spazia l'Arno, si spazia il vero, si spazia anche la lodo- letta! E la rima è sempre con « sazia »! Uno degl’influssi più caratteristici esercitati sul pensiero è quello della rima in emme, la quale torna in tre luoghi del poema ed ognora trascina seco la parola emme, designante la lettera dell’alfabeto. Due volte, anzi, questa ricorre in chiusa di terzina, prodotto evidente della necessità; ciò che non vieta la prima volta ne scaturisca un’immagine non inespressiva nella sua stranezza: Vedrassi al Ciotto di Gerusalemme Segnata con un I la sua bontate Mentre il contrario segnerà un’M Purg., XIX, 127 sgg. £ e la seconda un'immagine d’un’etficacia scultoria: Parean l’occhiaie anella senza gemme: Chi nel viso degli uomini legge omo Ben avria quivi conosciuto l’emme. Purg., XXIII, 31 see. 110 8. FRASCINO Confessiamo che un po’ di delusione la proviamo scoprendo queste magagne, anche se, al postutto, dobbiamo riconoscere che sono delle felici magagne! Ed è questo il luogo di osser- vare che alle strette della rima sono debitrici della loro vita non poche parole. Se è un fatto ormai dimostrato che Dante non costrinse mai la parola ad arbitrarie deformazioni per soddisfare i capricci della rima (1), altrettanto vero è che i debiti verso di ‘essa pagò non di rado con moneta coniata di zecca, come nei versi Perchè la vista tua pur si suffolge... Poi riede e la speranza ringavagna... Che inverso il ciel più alto si dislaga... Lo monte che salendo, altrui dismala... Se ben lo intendimento tuo accarno... Quando rozzo e selvatico s’inurba... Perchè a lor modo lo intelletto attuia... Ebber la fama che volentier mirro... FE quel corno d’Ausonia che s’imborga... Questo centesim’anno ancor s’incinqua... Che nel suo conio nulla mi s’inforsa... Più che il doppiar degli scacchi s'immilla... Nella terzina: Perchè non satisface ai miei disil? Già non attenderei io tua dimanda Sio m'intuassi come tu t’immii Par., IX, 79, sgg. non saremo lontani dal vero attribuendo allo sprone della rima il baleno della prima idea di quell’immii, cui per con- trapposto sarebbe seguito intuassi. Ma non sempre, come nei casi considerati finora, riesce al poeta di liberarsi dalle strette della rima con una originalità, la quale par legittimare la massima del Brunetière che «la «rime est d’autant plus parfaite que les deux mots qui la (1) Cfr. E. G. Paropr, La rima e i rocab., cit. <= —P—r__r_——_—__1_ muss luis n meme SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 111 «forment sont plus étonnés de se trouver ensemble! ». Anche a Dante, la rima riserva le sue forche caudine! « Dire che egli rimatore non si lasciasse mai imporre dalla «rima è come dire che un gran capitano non abbia mai sofferto « sconfitte o diminuzioni di vittorie per la natura sfavorevole « del terreno! » osserva argutamente uno studioso (1). Qualche volta la rima esercita un’azione perturbatrice sulla natura- lezza del discorso o sulla chiarezza delle immagini; talora essa induce il pensiero del poeta in tortuose ambagi; tal’altra egli dispone le rime secondo schemi che hanno riscontro altrove. Così in un sonetto delle poesie amorose (2): Non mi poriano giammai fare ammenda E non vorrebber quella, mal lor prenda. Ch'è la maggior della qual si favelli; Però ciascun dì lor vo’ che m’intenda... la rima in enda si concreta nelle stesse parole e trascina il pensiero negli stessi meandri che in un luogo della Commedia: Credendomi, sì cinto, fare ammenda Se non fosse il mal prete, cui mal prenda, Che mi rimise nelle prime colpe:. E come e quare voglio che m’intenda. Inf., XXVII. 68 «gp. Questa seconda volta, nelle parole di Guido da Montefeltro, l'adattamento del pensiero alla rima è riuscito forse più natu- rale che non la prima, nel sonetto della Garisenda. E non pochi esempi si possono additare in cui una stessa rima sì fonde or più, or meno compattamente col pensiero. Nella terzina Così la mia memoria si ricorda Ch’io feci, riguardando ne’ begli occhi Onde a pigliarmi fece Amor la corda Par., XXVIII, 12 seg. . (1) N. ZINGARELLI, in Parole e forme, cit., p. 189. (2) Rime, LI. 112 S. FRASCINO la metafora del verso di chiusa ha scapito dalla stessa rima, cui tocca altrove una sorte più felice, suscitando un’immagine che per i contemporanei del poeta fu certo più viva ed efficace di quel che non appaia oggi: . Quel che par sì membruto e che s'accorda. Cantando, con colui dal maschio naso, D'ogni valor portò cinta la corda. Purg., VII, 112 sgg. Una difficile uscita, la quale in un luogo trascina il pensiero nel grottesco E tal nella sembianza sua divenne Qual diverrebbe Giove, s’egli e Marte Fossero augelli e cambiassersi penne È Par., XXVII, 13 sge. genera altrove un traslato non inopportuno, della stessa parola « penne » E prima poi ribatter gli convenne Li due serpenti avvolti con la verga Che riavesse le maschili penne Inf., XX, 43 spe. traslato che, nelle medesime condizioni, cioè in chiusa di ter- zina, sì ritroverà poi applicato alla parola « piume » e messo in servizio della barba di Catone: Chi siete voi che contro al cieco fiume Fuggito avete la prigione eterna ? Diss'ei movendo quelle oneste piume. Purg., I, 40 sgg. A cagione della rima, può il concetto diluirsi in perifrasi inefficaci Ora se tu alla virtù circonde La tua misura, non alla parvenza Delle sustanze che t'appaion tonde Par., XXVIII, 73 sgg. Caso raro, questo, in Dante, che anche la perifrasi originata SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 1183 da tale difficoltà sa far rientrare, il più delle volte, nei termini della naturalezza, come nell’esempio: Con men di resistenza si dibarba Robusto cerro, ovvero al nostral vento Ovvero a quel della terra di Iarba... Purg., XXXI, 70 sgg. » Nè ad una diversa cagione è dovuta l’immagine barocca, così nel verso E l’anima non va con altro piede che fa pensare al petrarchesco Con le ginocchia della mente inchine come nella terzina Però, secondo il color de’ capelli Di cotal grazia, il degnissimo lume Degnamente convien che s’incappelli. A parte tutti gli addebiti finora ad essa ascritti, la colpa più grave di cui la rima possa rendersi rea è l’oscurità che non di rado ingenera, o contribuisce in larga misura ad ingenerare. Così è fuor di dubbio che le tante controversie suscitate dal piè fermo » subito al primo canto dell’Inferno, vanno adde- bitate, almeno per una metà, alla rima! Lo schema rimico Si volse indietro a riguardar lo passo... Poi ch’ei posato un poco il corpo lasso... Sì che il piè fermo sempre era il più basso il quale occorre non molti canti appresso Mi disse: Non temer che il nostro passo... Ma qui rimani e lo spirito lasso... Ch’io non ti lascerò nel mondo basso con la corrispondenza, nei secondi versi delle due serie,'di “corpo lasso » a «spirito lasso », rivela il meccanismo della costruzione, che ha impacciato, la prima volta, il poeta! $ - Giornale storico — Suppl. n° 24 114 8. FRASCINO Similmente, le difficoltà ermeneutiche offerte, nell’episodio di ser Brunetto, dal verso Poi disse: Bene ascolta, chi la nota come quelle grammaticali degli altri Benedetta colei che in te s’incinse... Ed in ciò m'ha fatt’egli a sè più pio ricorrenti tutti in chiusa di terzina, non sono senza nesso con la rima. La quale ha pur qualcosa a vedere con l’oscurità, nella profezia del primo canto dell'Inferno, del verso E sua nazion sarà tra Feltro e Feltro. La parola veltro urtava in gravi difficoltà di accoppiamento e quel luogo è il solo in tutto il poema ove ricorra una tale rima, senza che si possa dire che ciò sia dovuto 2d un puro caso. Nel canto XXVII dell'Inferno, la ragione dell’assoluto tacere che si fa del nome di Guido da Montefeltro, mentre del nome di Ulisse e di Diomede non si mancs di fare menzione, non è de attribuire solo è considerazioni d’arte, che il poeta abbia meditate. A dileguare il sospetto della difficoltà d’intro- duzione di quel nome in rima non basta dire che a Dante, se avesse voluto, non sarebbe mancato l'espediente: che anzi quel sospetto è confermato dall’artificio d’inversione con cui altrove quella difficile rima è abilmente scansata: lo fui di Montefeltro, io son Buonconte. Gli è che noi facciamo colpa al poeta di non essere stato esplì- cito anche là dove egli tale non voleva essere e cercava, con la complicità della rima, di ingarbugliare la matassa che noi pretendiamo ed ogni costo dipanare. Tanto vero, che anche la profezia di Beatrice, la quale, acclimatando alla religione cristiana la sibillinità dei responsi degli oracoli pagani, dice chisro di voler parlare oscuro, ettinse dalle difficoltà della rima le nebbie di cui ama inviluppirsi: SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 115 E forse che la mia narrazion, buia Qual Temi o Sfinge, men ti persuade Perchè a lor modo lo intelletto attuia; Ma tosto fien li fatti le naiade Che solveranno questo enigma forte Senza danno di pecore o di biade. Purg., XXXIII, 46 sgg. Resta, in tali casi, a vedere se i diritti della critica possano essere esercitati sulle intenzioni dell’autore. Una sua importanza particolare assume nel poema la rima, considerata in rapporto ai nomi propri di persona, il problema della cui introduzione nel verso non potrebbe essere stato con maggiore risolutezza affrontato dall’Alighieri. Raramente il poeta si serve di processi indiretti per rivelare i suoi perso- naggi, come quando pone in bocca di Francesca quella lunga perifrasi del luogo natale (Siede la terra...), spiegabile per la natura della colpa che induce in un pudico riserbo quella delicata anima femminile. Nella presentazione che delle anime gli occorre, nei tre regni, così spesso di fare — prescin- dendo dalle rassegne vere e proprie, come quella del Limbo, della valletta amena, ed altre, modellate sulla norma dei sirventesi — Dante suole seguire in genere la via più naturale, di collocare in fondo al verso il loro nome (1), cui maggiore risalto derivi dalla posizione rimata. Dal giusto omaggio reso al nomi propri, loro assegnando il posto d'onore nel verso, egli (1) Eccetto se sdrucciolo, nel qual caso tende a disporlo, all’inizio, Più che nel corpo del verso. Eccone qualche esempio: Cesare armato con occhi grifagni... Cesare fui e son Giustiniano... Cesare inio, perchè non m’accompagne ?... Cesare, per voler di Roma, il tolle.., Iacopo Rusticucci, Arrigo e ’1 Mosca... Iacopo e Federigo hanno i reami... Ottacchero ebbe nome e nelle fasce... Domenico fu detto ed io ne parlo... 116 S. FRASCINU accetta in cambio così la rima facile Tutti gridavano: A Filippo Argenti... Qui entro è lo secondo Federigo... Poi mi tentò e disse: Quegli è Nesso... Risposi: Siete voi, qui, ser Brunetto? ... Io fui colui che la Ghisolabella... Vedi come storpiato è Macometto! Dinanzi a me sen va piangendo Alì... Tu dei saper ch'io fui conte Ugolino E questi è l'arcivescovo Ruggieri come la rima difficile Voi cittadini mi chiamaste Ciaeco — alla scabra desinenza di questo nome è dovuta la nota immagine del sacco che trabocca — Se’ tu già costì ritto, Bonifazio ?... Sì come a mul ch'io fui: son Vanni Fucci... Io Catalano e costui Loderingo... — alla rima facile offerta dal primo nome è preferita quella difficile del secondo — Disse: Ricordera’ tì anche del Mosca... Mi disse: Quel folletto è Gianni Schicchi... Lombardo fui e fui nomato Marco — questa rima si tira dietro, quasi di necessità, un'immagine relativa alla parola arco — ; Ma dimmi, se tu sai, dov'è Piccarda... Fi mormorava e non so che Gentucca (1). (1) La rima di questo nome con Zucca e pilueca probabilmente fu suggerita a Dante dal motto, diffuso ai suoi tempi: Buona terra è Lucca Ma Pisa la pilticcea. lisi SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 117 Alla difficile rima del nome proprio Capocchio una naturale soluzione offre il verbo adocchiare Sì vedrai ch’io son l'ombra di Capocchio Che falsai li metalli con alchimia; E te dee ricordar, se ben t’adocchio... Inf., XXIX, 136 sgg. il quale è costretto a venire a curiosi compromessi con la parola serocchia nell’episodio di Belacqua | O dolce signor mio, diss'io, adoechia Colui che mostra sè più negligente Che se pigrizia fosse sua serocchia Pur., IV, 109 segg. e nelle parole da Virgilio rivolte a Stazio: L'anima sua, ch’è tua e mia serocchia, Venendo su non potea venir sola Però ch'al nostro modo non adocchia. Purg., XXI, 28 segg. n x > n E E raro che la difficoltà della rima cagioni una deroga alla norma accennata, cosa evidente nei versi Sappi ch'io son Bertran del Bornio, quegli... Guglielmo Aldobrandesco fu mio padre... Folco mi disse quella gente a cui... Nè si può reprimere il dubbio che in uno di tali casi Cunizza fui chiamata e qui rifulgo con la difficoltà della rima non abbia, nella mente del poeta, congiurato un pregiudizio fonetico. Nel nome di Cunizza entra lo stridore della zeta ed il sospetto della meditata esclusione di esso dalla rima è confermato agli occhi di chi consideri la tima nel suo valore di suono, in rapporto alle tre cantiche (1). ———— — (1) Le rime che implicano lo stridore della zeta, assai frequenti nell'Inferno e meno nel Purgatorio, si rarefanno assai nel Paradiso. La rima accia, che compare in ben 35 versi della prima cantica ed 118 S. FRASCINO Lo stile comico, che trova nell’Inferno il suo terreno più adatto, tende, nel Paradiso, ad avvicinarsi al tragico, ed ai suoni aspri di cui tanto si compiace nella prima cantica, il poeta è tutt’altro che incline nella terza. Il Paradiso rimane come il tempio sacro nel quale soltanto Dante ha creduto di poter accogliere il nome di Cristo, che nella rima sdegna altro accoppiamento che sè medesimo, e la rima nel Paradiso è in genere più dolce che nelle altre cantiche, come in genere la purezza dell’eloquio vi è più curata, malgrado che dalla bocca di San Pietro irato possa uscire una parola come « cloaca », malgrado che Cacciaguida nel cielo di Marte con rudità peggio che soldatesca non sì arresti dinanzi ad un’espressione plebea com'è quella del «grattare la rogna » e che San Bernardo, nello slancio mistico della sua preghiera alla Vergine, non schivi una parola come «lacuna », che è quanto dire fogna! Storia ed estetica nella sineresi e nella dieresi dantesca. Forse mai, prima che nell’opera dantesca, sineresi e dieresi assumono una così bene individuata funzione artistica, quan- tunque, come degli altri elementi musicali del verso, i prece- denti di queste due figure metriche rimontino alla lontana latinità: la sineresi (1), riduzione ad una sola sillaba di due vocali contigue in una stessa parola, e la dieresi, prodotta per lo più dalla vocalizzazione di qualche consonante (siluae, paruae), 0 dall'uso di qualche desinenza arcaica (aurai, aquat). Per quel che concerne la prima figura, è ovvio osservare che in 16 della seconda, non sì riscontra affatto nella terza. Così in questa mancano le rime acce, arci, accio, iccia, acca, acco, ecca, ecco, icca, ieche, occa, abbia, abbo, ricorrenti nelle prime due. (1) Quintiliano chiama questa fisnra ovraiogi) e ovraignows. dan- done come esempio Phaeton per Phaéton (Inst. or., I, 5, 17). SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 119 la quantità inerente nella lingua latina a ciascuna vocale for- mante sillaba a sè, consentiva solo eccezionalmente la con- trazione dei due valori di tempo, con la perdita di almeno una mora; laddove, venuta meno quella salvaguardia, non vi fu nelle lingue romanze un freno a legare in un sol nesso i suoni vocalici consecutivi, specialmente in certe condizioni. Così, nel contatto di una vocale con una semivocale, l’eccezione della sineresi latina si tradusse nella pratica sineretica della pronunzia italiana, ed i gruppi vocalici îa, ie, 10, va, ue, ui, uo, solo qua e là nei poeti latini raccolti in una sola sillaba (gloria, abies, gloriosus, tenuis, quattuor, ecc.), costituirono d'ordinario una sola sillaba entro il verso italiano, sia ch’essì ricorressero in posizione atona (gloria, dovizie, meritorio, mutua, continuo, ecc.), sia che avessero la prima vocale accentata (restia, solatie, desio, ecc.). A siffatta tendenza, trionfante specialmente per impulso della lingua parlata, reagiva istintivamente il sentimento eti- mologico, tutelatore dell’integrità del corpo della parola, col riconoscere a questa, fin dove la vicenda della trasformazione fonetica lo consentiva, un egual numero di sillabe che nella base latina. Tale sentimento, più vivo nei poeti colti che negli incolti, è, superfluo avvertirlo, vivissimo in Dante, il quale, con un intuito che farebbe onore al più esperto maestro di grammatica storica d’oggigiorno, non incismpa mai e non fa mai inciampare il lettore in quei trabocchetti di dieresi false che ricorrono non di rado nelle composizioni dei versificatori mediocri e talvolta non manczno in poeti d'un certo grido (1). (1) In casi dove la doppia vocale romanza è originata dal dîtton- gamento della vocale latina (lierre. nuoro, ere.) o da riduzione di consonante latina (biada, sembiar, piaggia); in casi dove la. vocale della base latina s'è ridotta a semivocate nell'esito volgare per il raddoppiamento della consonante che la precedeva (rabbioso, De- stemmia, abbiamo), o per la trasformazione del suono consonantico (cagione da occasione, stagione da statione. contro regione. nazione. giustamente dieresabili); 0 nei casi, finalmiente. in eui s'è sviluppato 120 9. FRASCINO Alle mutate esigenze storiche della parola troveremo sempre fedelmente nel suo verso ossequente la sineresi Un punto vidi che raggiava lume... Di lor cagion m’'aecesero un desio... s o la dieresi Ma essa radiando lui cagiona... La vostra resîon mi fu sortita... in questi, come in cento altri casi. E non altrimenti che un prodotto della sensibilità all’etimologia è da riguardare il fatto che l’Alighieri limiti la sineresi aì casi in cui una vocale sia accompagnata dilla semivocale i, sempre riconoscendo, in altre condizioni, nel contatto di una doppia vocale di base latina, una doppia sillaba (1). In tanto ossequio per la ragione storica della parola, quali effetti estetici il poeta volle o seppe ricavare da quella libertà che pure gli rimaneva, nell'uso della dieresi e della sineresi ? Veramente notevoli, e tanto più se raffrontati a quelli cui queste figure si erano prestate prima di lui, nel campo latino come in quello romanzo. Una certa virtù di raddolcire la parola riconosce Quinti- liano alla sineresi: « nam et coeuntes litterae, quae cvvadopai « dicuntur, etiam leniorem faciunt orationem, quam si omnia nella parola romanza un nesso consonantico in cui è implicato il suono vocalico (erucciare, meravigliare, scheggione, sciolto, ringhioso, scechione). I diritti ed i doveri che la storia della parola concede ed impone ai poeti nell'uso della sineresi e della dieresi, espose magi- stralnente FI. D'Ovipio in Tersificaz., ecce., cit., pp. 1 sgg. (1) Così egli non applica mai, nel corpo della parola, la sineresi alle combinazioni vocaliche aa (Sennaar, Abraam); ae (saetta, traendo, acquar); ao (Maometto); an che non sia dittongo della base latina (rauna. aunasse, ausa); ce (ncente); co (Folo, Eteocle, ('leopatra, Gedeon); od (Noqrese); oe (Simocnta, Funoè, Noè); ua (casual, abituati, conti- nuando, intellettual, virtualmente, distribuendo); ue (Josuè): uo (pre- sunltuoso, affettuoso, impetuoso). SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 121 «verba sua fine cludantur » (1); ma quanto alla dieresi latina, essa va riguardata soprattutto come un espediente metrico, di cui i buoni poeti sono assai parchi (2). Nel verso romanzo in generale, ed in quello italiano in particolare, venendo in molti casi le due vocali consecutive di una stessa parola a trovarsi in una situazione neutra fra la tendenza sineretica e quella dieretica, si andò a mano a mano concentrando nelle due opposte figure metriche l’im- pressione di effetti definiti e contrari. Si sentì, cioè, che la parola sineresata suscita nel verso quell’impressione di ruvi- dezza e di grossolanità di cui è improntata nel parlare comune, mentre quella dieresata gli conferisce un ingentilimento cui non rimane estraneo nè il nostro orecchio, nè il nostro spirito. Di questo diverso ufficio delle due opposte figure metriche, un sentimento abbastanza sviluppato si può dire che avessero 1 poeti della scuola provenzale, i quali toccarono quasi il limite della perfezione, nella tecnica formale del verso. Non altret- tanto si può ripetere in genere dei rimatori e poeti predanteschi in Italia — se si escluda la scuola del dolce stil novo — i quali dove la ragione storica rendeva discrezionale l’uso, dieresi e sineresi adoperarono per lo più come dei comodi ripieghi a portare alla giusta misura il verso, per quanto le incertezze della tradizione scritta rendano, in casi singoli, il giudizio più approssimativo che sicuro. Che l’importanza artistica di quegli elementi abbia una Piena e definitiva consacrazione dalla coscienza musicale del- l'Mighieri, è cosa che si può bene argomentare della sua stessa pratica. Dieresando, con unica eccezione, ls parola patria Nel verso Di quella nobil patria natio, Messo, come ognuno ricorda, in bocca di Ferinata, egli dove (1) Inst. or., IX, 4, 36. (2) In tutto Virgilio, secondo quanto notava Servio, non ricorrono Mu di quattro dieresi: dMen., III, 854; VI, 747: VII. 464; IN, 26. 122 S. FRASCINO sicuramente avvertire che l'aggettivo nobil non avrebbe attuato la pienezza del suo significato, se tale effetto non avesse avuto assecondato da quella dieresi; come nel suono strascicato del dittongo finale della parola infamia dovè altrove sentire rad- doppiata l’efficacia del concetto: L'infamia di Creti era distesa. Questi due esempi non esauriscono certo la casistica degli effetti della dieresi, ma sono sufficienti a farci toccare con mano come la dieresi, costringendoci nella parola ad una pausa a cui non siamo ordinariamente abituati, ce la fa consi. derare sensibilmente di più, o nel significato suo proprio o in funzione del significato degli aggettivi con cui si trova asso- ciata. Nel secondo degli esempi addotti, essa ci fa pensare, per l’effetto, all'uso di pronunziare le parole, a sillabe staccate, quando siamo sotto l’impressione del terrore o dell’orrore che in noi ha suscitato un fatto e quell’impressione vogliamo comu- nicare ad altri: Di-so-no-ra-ta! Uc-ci-s0! C'è una categoria di parole, che per il loro stesso significato attirano su di sè la dieresi o la sineresi, quasi obbligatamente. Tale il caso dell’aggettivo bestiale, quadrisillabo nel latino classico, e del sostantivo bestialitate, che Dante avrebbe po- tuto, anzi quasi dovuto dieresare. Sennonchè egli, che in un luogo del Convirio (IV, 30) dice che « non si devono le marga- «rite gettare innanzi ai porci, perchè alle margarite è danno ». sentiva che qualcosa di simile avrebbe fatto applicando la dieresi, ch'è una nota di gentilezza, a parole di quella risma, cui egli perciò fa sempre il trattamento che si meritano, sine- resandole: Da quell’ira bestial ch'io ora spenrti... Vita bestial mì piacque e non umana... O tu che mostri per sì bestial segno... Dì sua hestialitate il suo processo... (1) (1) Vero è che Dante è generalmente restio ad usare la dieresi sul nesso sta, non fino al punto, però, da non ammetterla, come SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 128 Altro caso, dove il significato stesso della parola è repel- lente all’indugio dieretico, è da ravvisare nella parola fasti- dioso, per cui Dante adotta sempre la sineresi, quasi deside- roso di sbrigarsene al più presto: Da fastidiosi vermi era ricolto... La vostra sconcia e fastidiosa pena... mentre per l’opposta ragione applica la dieresi alla parola accidioso, ad estendere sensibilmente ad essa la pigrizia del concetto Portando dentro accidioso fummo. Una menzione particolare vuole a questo proposito la pa- rola diavolo, ricorrente con tanta frequenza nell’Inferno. Dire che essa non merita l’onore della dieresi è forse considerazione giusta, ma non ragione sufficiente per spiegarci la costanza di tale fenomeno in Dante. Piuttosto sarà da addurre che la dimostrano i tre esempi in cui la parola celestial occorre dieresata: Come mosser gli astor celestiali.,. Della celestial ch'ha men salita... Celestial giacer dall’altra parte... contro un esempio di sirreresi Da poppa stava il celestial nocchiero. È da rilevare con quanta sicurezza l'orecchio di Dante distingua questo nesso stia legittimo, da quello spurio delle parole cristiano e cristianesimo (le quali non sono del latino classico, ma del latino della decadenza), cui egli non concede nna sola dieresi le nove volte che gli occorre la prima e le due volte che gli occorre la seconda. Da questa giusta norma dantesca, da cui non si scostano l’Ariosto nè il Tasso, poco felicemente derogò il Carducci, riferendosi proprio a Dante, che certo non gli avrebbe approvato il verso E il cristiano Dante passarono Odi barbare. Per le nozze di mia figlia, v. 38. Come nella parola cristiano, così a Dante non sfuggì L'origine spuria del dittongo nella parola campione (dal basso latino campionem) e nella parola diamante (dal lat. adamantem) che egli si guardò hene dal dieresare. 124 S. FRASCINO celerità naturale che a quella parola imprime l'accento sdruc- ciolo, trionfa all’ orecchio del poeta sulla lentezza che ad essa cagionerebbe la dieresi. Il concetto di celerità. suscitato dallo sdrucciolo, va meravigliosamente d’accordo con l’idea della celerità che attribuiamo al diavolo, anche nelle frasi. comuni «è un diavolo », « corre come un diavolo », ed ecco perchè probabilmente quella parola, per essere più pronta alla corsa, rigetta le pastoie della dieresi. Ma è sempre dato cercare nella dieresi e nella sineresi un effetto estetico? Sarebbe un’assurdità incaponirsi ognora in questo cimento e tale effetto scovarlo sempre. Poichè chi troppo cerca, rischia di trovare anche quello che non c'è, bisogna guardarsi, in molti casi, dal cercare troppo. Anche nel più grande dei poeti, moltissime volte le due figure me- triche servono a portare il verso alla giusta misura e a niente altro. Una parola dieresata in un verso può ricorrere sineresata nel successivo, senz’altra ragione che quella metrica o ritmica, come chiaramente dice la coppia: Con umiltate, obbediendo, poi Quanto disobbediendo, intese ir suso; oltre ai casi in cui l'accento ritmico, cadendo sulle parole tronche in ion, come distinzion, intenzion, ecc., ne cagiona. solo per una ragione meccanica, la contrazione sineretica. Così è vano voler cercare altra causa della sineresi nei versi In vera perfezion giammai non vada... Senza sua perfezion fosser contanto... Tutta la perfezion quivi s’acquista come della dieresi nel verso Di tutta l'animal perfezione. Altre volte, quell’effetto estetico della dieresi o della sine- resi che non è dato scoprire nella parola accidentata, è da cercare proprio nel ritmo che dell’una o dell’altra figura è cagione; fenomeno chiaramente illuminato dalle vicende della sg SUONO E PENSIERO NELLA POKSIA DANTESCA 125 parola fiata, che sui venticinque casì che in Dante ricorre, ci si presenta ventuna volte dieresata e quattro sole volte sine- resata. In quali versi ricorrono tre di questi quattro casì ? In versi accentati sulla settima! Ma pria nel petto tre fiate mì diedi... Se mille fiate in sul capo mi tomi... Che spesse fiate m'intronan gli orecchi. È il movimento anapestico del ritmo che travolge la resistenza della î, e ci siamo altrove indugiati sull’idea di percossa o di rumore propria di esso, e che appare in tutti e tre i versi surri- portati. Nel quarto caso, estraneo a queste condizioni, una dieresi nella fretta della numerazione Al suo leon cinquecentocinquanta E trenta fiate venne questo foco sarebbe altrettanto inopportuna, quanto opportuna riesce altrove, nell’indugio richiesto dall’aggettivo che accompagna tale parola L’occhio la sostenea lunga fiata (1). À queste considerazioni, altre si possono aggiungere, guar- dando all'uso che Dante fa della dieresi e della sineresi nei nomi propri. Se un poeta moderno ha creduto opportuno di raccomandare alla dieresi la maestà di un grande nome, nel Verso O Publio Vergilio Marone Dante conferisce, valendosi dello stesso mezzo, una solennità patriarcale ad un patriarca Abriîam patriarca e David re Rin —_-- (1) Notevole il trattamento che Dante fa alle parole della base latina pietas-pietatem, coi derivati e composti, Egli adotta sempre la sineresi, ed i casi non sono pochi (5 per pieta, 13 per pietà, 5 per pie- late, 5 per spietate) eccetto nel verso che esprime l’implorazione di Buonconte a Dante: Con buona pietate aiuta il mio! 126 S. FRASCINO solennità così grande, che, nell’immaginazione del lettore sensibile, David re, nominato subito appresso, ne subisce un certo scapito, come un tantillus homo che si trovi accanto a persona vasti corporîs. Chi qui volesse osservare ch’è impresa mal certa attribuire degli effetti estetici a nomi propri che il poeta trova belli e fatti e che non può correggere o modificare a suo talento, dimentica che anche le parole hanno il loro corpo sulla cui mole, che spesso l'espediente metrico può estendere o rimpic- ciolire, d’ordinario la fantasia modella quello della persona cui si dovrebbero attagliare, e che in ogni caso il poeta ha mano libera nella disposizione di essi, ciò che pure conta per qualche cosa. E per qual’altra ragione parve al Romani che Apollonia desti l’idea d’una grassa matrona ed Ines d'una delicata fanciulla ? (1). Così nel verso Che dello smisurato Briaréo non si sa se Dante esprima la grandezza del centimane più col significato dell’aggettivo che colla corpulenza del'nome, esteso nei termini massimi dagli squarci dieretici. Altrove il nome di Marzia, che, come bene fu avvertito, nella foga del discorso di Virgilio è travolto da una sineresi finale Ma son del cerchio ove son gli occhi casti Di Marzia tua che in vista ancor ti priega ritorna sulle labbra di Catone raddolcito, nella pacatezza del discorso, da una dieresi che quasi vorrebbe rivendicarlo del- l’ingiuria patita Marzia piacque tanto agli occhi miei... e la dieresi su di un nome simile appare anche altrove, m& (1) « Brevium verborum ac nominum vitanda continuatio, et ex « diverso quoque longorum: adfert enim quandam dicendi tardi- «tatem », avvertiva Quintiliano (Inst. or., IX, 4, 42), senza peraltro rilevare gli effetti di tale indugio. SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 127 con altro ufficio, per rappresentare, col suono strascicato della doppia vocale e della consonante che lo precede, quasi lo slit- tamento di un corpo tratto dall’involucro della pelle, con la stessa facilità con cui sì trae una spada dal fodero Sì come quando Marsia traesti Dalla vagina delle membra sue. Invero, ai nomi propri che comportano la dieresi, Dante non disconosce questo diritto (1). A spiegare l’eccezione che a tale norma fa il nome al suono delle cui sole iniziali o della cui sola desinenza egli si sentiva indonnare tutto di reverenza, vogliamo dire il nome di Beatrice, che spesso presenta sineresato il gruppo vocalico ea, non appa- iono sufficienti le ragioni già da qualcuno avanzate (2); se non si pensasse, come giustamente è stato pensato da altri, 2d uno forma popolare Biatrice che avrebbe influito all'orecchio del poeta sulla forma normale Beatrice. Ma che sicurezza abbiamo noi che questa ipotesi corrisponda alla realtà? (3). Piuttosto potrà aiutare a risolvere le difficoltà la considerazione che l'opportunità della dieresi va anche valutata in relazione all'estensione della parola ed al posto dell’aecento. La posi- (1) Così egli dieresa Flegias, Gerion, Fialte, Scipion, Anfione, Niobe, Ilion, Diana, Siestri, Madian, Moisè, Gabriel, Dione, Rialto, Grazian, Elios, Diogenes, Galieno, Ciriatto, Diomede, Scariotto, Calliope, Oriuro, Pigmalion, Eneide, Deifile, Daniello, Etiopo, Ezechiel, Gabriello, Ostiense, Trespiano, Dioscoride, Iustiniano, Eliodoro, Deidamia, Iperione. (2) « Poniamo ora che Dante, col pedantesco serupolo che lIm- « briani gli voleva imporre, avesse fatto comparire sempre il nome « della sua donna quadrisillabo, che costrutto ne avrebbe cavato ? a Il lettore si sarebbe infastidito della monotona immancabile lun- «ghezza del nome e sarebbe stato non dico insensibile, ma certo «assai meno sensibile ai gradevoli effetti che or provengono dalla e lunghezza, rara com'è e opportuna alla singola situazione ». E. CIA- FARDINI, Dieresi e Sineresi nella D. €., cit., p. 910. (3) Nessun caso di sineresi del gruppo vocalico ea, che si possa appaiare con quello della parola Beatrice, è dato riscontrare nella Commedia: la parola creatura. ad esempio, che pure così frequente- 128 ì 8. FRASCINO zione disaccentata del dittongo ea di Beatrice avrà facilitata certamente la sineresi, inammissibile se una delle due vocali fosse colpita dall’accento in un bisillabo (bear), o in un poli- sillabo, come ci diee egregiamente il verso Vedi Beatrice con quanti béati. Tutte queste considerazioni d’indole storica, sono lungi dal- l’escludere quelle d’indole estetica. Non è senza significato rilevare che il concetto di riso è sempre accompagnato dalla dieresi di quel nome: Ridendo allora Beatrice disse... Ma Beatrice sì bella e ridente... Tanto col volto di riso dipinto Si tacque Beatrice riguardando... nome che si presenta invece quasi costantemente sineresato nei versi di carattere narrativo: Pur di Beatrice ragionando andava... Sì cominciò Beatrice questo canto... Pria che Beatrice discendesse al mondo... Così Beatrice; ed io che tutto ai piedi... Così Beatrice; ed io che ai suoi consigli... Così Beatrice; e quelle anime liete... Così Beatrice a me come io serivo. mente ricorre, manco a farlo apposta, in un solo verso due volte ci conferma la dieresi: Nè Creator nè creatura mal... Lo Creatore » quella creatura. Il solo riscontro d'una sineresi in un quadrisillabo dove ricorre non il gruppo ca, bensì laltro eo, è dato rintracciarvi, quello della parola geomanti nel verso Quando i geonmanti lor maggior fortuna, Anche qui bisognerebbe supporre che Dante leggesse e pronun- ziasse (e chi sa che non serivesse ?) popolarescamente giomanti, come ori dalla bocca del popolo si può sentire giografia, giometria, ece.: e la cosa non è inverosimile, | sm SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 129 Notevole poi come Beatrice non addolcisca con la dieresi il suo stesso nome le due volte che lo pronunzia; chè la prima volta ciò mal s’intonerebbe con l’austerità del comando im- partito a Virgilio, nel Limbo Io son Beatrice che ti faccio andare e la seconda con la concitazione di un verso dove gli accenti d'ira, per adoperare un'espressione del: poeta, s’incalzano in cinque consecutivi monosillabi nasali tronchi (1) Guardaci ben, ben sem, ben sem Bcatrice. Rare le altre eccezioni di nomi propri sineresati, in Dante: quella della parola Eurialo subito al primo canto dell’inferno Eurialo e Niso e Turno di ferute spiegata dalla foga che al verso imprime il polisindeto; quelle delle parole Ottavian e Domizian in due versi dove l’accento ritmico forza la semivocale in iato Fur l’ossa mie per Ottavian sepolte... Che quando Domizian li perseguette... della parola Diana, altrove dieresata Si tenne Diana ed Elice caccionne... forse di Damiano In quel loco fui io Pietro Damiano... e di Etiope, nel verso E tai cristiani dannerà TEtiope. Quanto alla dieresi che potremo chiamare di uscita. ossia finale di parola, è da distinguere in Dante il caso dei polisillabi (1; Efficacissimi nel generare un verso che in altre condizioni sa- Tebbe difettoso: « monosillaba, si plura sunt » avverte Quintiliano ‘male continuabuntur, quia necesse est compositio multis clausulis «concita subsultet ». Inst. or., IN, 4, 42. Proprio quello che ci voleva per una Beatrice regalmente proterva nell'atto! 9 — Giornale storico — Suppl. n° 28. 130 8. FRASCINO col dittongo finale accentato (1) o disaccentato (2), da quello dei bisillabi, che risultano dal contatto d’una doppia vocale, l’una delle quali sempre accentata. A. proposito dei primi, dopo gli esempi occorsici, ricordiamo che alla carezza della dieresi è affidata l'impressione dell: delizia paradisiaca Sotto l'ombra perpetiia, che mai Raggiar non lascia sole, ivi, nè luna Purg., XXVIII, 32 sg. come la spiritualità del soffio dell’ala angelica Che fe’ sentir d'ambrosia l'orezza Purq., XXIV, 150 e che il suo morso lacerante non risparmia la colpa commessa Fecone due Venir dando all’accidia di morso! (3) Purg., XVIII, 131 sg. ___ —___—————mt_t_ (1) Come Enea, Citerea, Capaneo, Briareo, e la parola desio nel Verso “ Nel tuo desîo già son tre ardori. (2) Come India, Livio, Trivia, Marsia, Curio, Tanai, Polimnia fra i nomi propri e mutui, ardua, continua, perpetua, perpetue, per- petui, ambrosia, empireo, plenilunii. fra i nomi comuni. (3) ll dittongo finale dieresato è incerto se leggere con la penul- tima vocale accentata o disaecentata in parole come Teseo, Tideo, Rifco, ecc. La lettura piana è, come è noto, quella volgare, corri- spondente all'accentazione greca: la sdrucciola, quella di tradizione latina. Il D'Ovidio, cercando di risolvere tale questione (Dieresi e sineresi, cit., p. 51, n. 2), propende alla lettura sdrucciola, che egli tien certo fosse quella di Dante. Nessun indizio positivo egli addita di ciò; a parer nostro, ve n'è uno contrario alla sua tesi. Per Dante, come per ognuno, è da ammettere anzitutto la pronunzia piana per i nomi in eo, ea, in cui la penultima vocale continua il dittongo latino che. a sua volta, riflette il greco (i nomi del tipo Tolomèo, Ptolomaeus, IHroirpato:). Così è legittima la lettura piana del nome Anteo nel verso E venimmo ad Anteo, che ben cinqu’alle, L'oscillazione della pronunzia concerne solo i nomi del secondo tipo Tesco, Theseus, Onoes:; Orfeo, Orpheus, "Oogets (è noto che in SUONO E PKNSIERO NELLA POESIA DANTESCA 131 Per i secondi, è facile notare come Dante osservi sempre la dieresi (Mea, stea, creò, Noè), meno quando la prima delle due vocali sia è od « (to, Dio, tuo). Veramente, raccogliendo i frutti di una polemica recente (1) possiamo ormai affermare con sieurezza che qualche esempio di dieresi è, ma solo ecce- zionalmente, generato in Dante dall’accento emotivo, anche nei dittonghi finali ua, ue, vo, ia, ie, io, dove essa è atta a rendere un, effetto cui la sineresi sarebbe sorda. È, in tali casi, impugnabile la legittimità della dieresi ? latino Theseùs, Orphéùs, sono forme aggettivali, significanti « di a Teseo » « di Orfeo »). Ora il fatto che parole di questo secondo tipo Dante le considera piane nella rima Dioscoride dico; e vidi Orfeo... Che dello smisurato Briarco... l-gittima l'opinione che egli non le pronunziasse altrimenti nell'in- serno del verso. Sarà quindi da leggere Mal non vengiammo in Tesèo l'assalto... Che Rifèo troiano in questo tondo... eccetera. Comunque, la lettura piana o sdrucciola di simili parole non ha alcun rapporto con la dieresi che vi può aver luogo alla fine. (1) Suscitata dal giudizio poco favorevole che del lavoro di M. Ca- SELLA, Studi sul testo della « Divina Commedia » (pubblicato. negli Studi danteschi diretti da M. BarBi, VIII, 28-62), e specialmente del capitolo Dieresi e dialefi d'eccezione, dava S. DEBENEDETTI (in questo Giornale, 85, pp. 353-57). Il Casella, accusato di voler mettere troppi punti sugli altrui, non si rassegnò affatto a vederseli mettere sui propri. ed al Debene- detti rispose, invero non senza trasporto, sul Giornale della cultura italiana (I, 6) con un articolo, Filologia e storia, di cui un estratto apparve sul Giornale d'Italia (10 dicembre 1925) sotto il titolo sen- sazionale Versi sbagliati in Dante? Il Dehenedetti, riprendendo la questione su questo Giorn., 87, pp. 74 sgg., in uno studio intitolato Zntorno ad alcuni versi di Dante eredette di risolverla in suo favore, con degli argomenti cui il Casella oppose una risposta (Studi danteschi, NII, pp. 132. 148), la quale, a parer nostro, assieura il vantaggio della sua tesi. mal- grado la parte di vero che pur resta nelle argomentazioni dell'av- versario. 132 8. FRASCINO La questione della legittimità o meno della dieresi su parole come fto, mio, Dio, in posizione interna di verso può, anzi dev'essere risoluta conservando il senso storico; ma al senso storico non si potrà rendere piena giustizia senza riconoscere, in concreto, alla grammatica storica tutta l’importanza che in questo caso le spetta. È un fatto che la metrica petrarchesca fissa il monosillabismo delle succitate parole, e ancor prima, nel 1332, in una di quelle summae che nel medio evo pullula- vano in ogni campo del sapere, Antonio da Tempo poteva enunciare questo fenomeno come regola generale. Ma, come ognuno sa, l'eccezione conferma la regola e resta a vedere se qui l’eccezione sia legittima. Sarà pertanto di capitale importanza osservare come Dante consideri le stesse parole latine, nel verso: Gratia Déi. sicut tibi, cui... Ecce Agnus Déi eran le loro esordia... Labia méa Domine per modo... Questi esempi di bisillabismo forse non sono tutti e certo non sono pochi, quando si pensi che il numero dei versi, in tutto o in parte latini, ricorrenti nella Commedia, è limitato. Ora — vien fatto di domandare — se è legittimo (e nessuno potrebbe contestarlo) adoperare la parola mea come bisillaba, perché non lo sarà altrettanto per la sua diretta continuatrice mia? e tanto più se in uno stesso poeta? Ammessa la legitti- mità della dieresi in queste condizioni, resta poi a vedere quanta parte abbia la ragione estetica nel generarla. Siamo in argomento e vogliamo prospettare un piccolo caso. Nessuno sarebbe, certo, disposto a concedere, in condizioni ordinarie, il bisillabismo della parola mai in posizione interna di verso. Eppure, in un verso creato dal chiribizzo di Dante Raphel mat amech zabi et almi quella paroletta squarciata dalla dieresi costringe Nembrotte a squarciare paurosamente la bocca! Ed è un vero peccato SUONO E PENSIEl:0 NELLA PUESIA DANTESCA 183 che la critica ufficiale della lezione, preoccupata di sistemare anche la loquela del gigante babelico secondo la pronunzia francese ossitona, di regola, nel medioevo, per le parole stra- niere, si sia indotta ad accentare sull’ultima sillaba tutte le parole di quel verso. Essa non ha considerato che ciò era per lo meno arbitrario, come denunzia l’ultima parola del verso, la quale, per la sua posizione rimata (la rima è con salmi) respinge decisamente l’accento. Ancora un caso, fuori della Commedia. Nella ricostruzione critica che il D’Ovidio fece del Contrasto di Cielo dal Camo (1) la lezione del trentaseiesinio verso è stabilita come segue Ch'éo me repentéssende ? avanti foss'io aucisa dove co bisillabo scolpisce a meraviglia l'indignazione di medonna, contro gli assalti di un amante sfacciato e lusin- gatore — anche se quell’indignazione è simulata. Bisillabando quella parola, non si contraddice né alle esigenze dell’etimo- logia nè alle regole della metrica del tempo, e tanto meno sì attribuisce un verso che si possa chiamare mancato, al poeta siciliano. Come dunque riprendere il verso io che al divino dall'umano dove nell’îo bisillabo trema la commozione di Dante? Né tutti i torti sono peraltro di Antonio da Tempo, dato che come lui dovrebbe esprimersi chiunque volesse formulare una legge generale, anche se non avesse Paria di misurare gli (1) In Versificazione italiana e arte poetica mediverale, Milano, 1910, Pp. 589 seg. Anche nella ricostruzione critica del MRifmo cassinese (Studi romanzi, VIIT, pp. 101 sg.) il D'Ovidio non sfugge la dieresi in casì simili a quelli su contemplati: F ad altri mustra la bia dellibera... Frate méu, da quillu mundu benso... e la dieresi applica anche ad un verso di Dante Corì fec’'io poi che mi provvide. (Dieresi e sineresi, cit., p. 39, n. 2). 134 S. FRASCINO spazi metrici colla squadra e col compasso, com’egli sembra averla! (1). Impressione per impressione e dieresi per dieresi, è notevole che ‘lo stesso Petrarca presenti qualche incoerenza alle sue norme. Per rendere una sua emozione, anzi la più profonda delle sue emozioni, egli deroga alla pratica usuale, quando nel verso famoso Oimè terra è fatto il suo bel viso! ricorrente nella prima canzone in morte di madonna Laura, applica eccezionalmente la dieresi alla parola oimé, ove — sono parole del Carducci — « il discioglimento del primo elemento oi «in due sillabe aggiunge, col suono cadente, alla tristezza ». Ed un’emozione dello stesso poeta tradisce il verso di chiusa del Canzoniere Ch’accolga il mio spirto ultimo in pace dove, a rendere più flebile il tono della parola pace, altrove, in posizione analoga, gridata tre volte («Io vo gridando: Pace, «pace, pace! »), contribuisce notevolmente la dieresi su mio, consacrata anch’essa dall’autorità del Carducci e che potè essere impugnata da chi non tenne in debito conto che senza di essa non s’avrebbe il quinario terminato da rimalmezzo ond’è costituita la prima metà del verso finale di ciascuna strofe (2). (1) Veramente questa è più una calunnia che un'accusa contro il trattatista medioevale, dopo la citazione fatta dal Casella (Studi danteschi, XII, p. 140) del passo completo in cui egli enuncia la legge come passibile di licenza; licenza riconosciuta a note anche più chiare nel con pendio che della Summa latina di ANTONIO Da TEMPO fece, in volgare, Gidino da Sommacampagna: « Item nota che la dictione «de due sillabe, le quali hanno una vocale innanzi l’altra, come sono cio, Dio, mio, pio, tuo, suo, say, may e le altre someievole, quasi “sempre, ne lo principio e ne lo mezo de li versi volgari, se togliono « per una sola sillaba » (Trattato de li rithimi volgari, ed. Giuliari, p.5). (2) S. DEBENEDETTI, in questo Giorn., 85, 1925, p. 356. Che tale licenza non sia, anche nella poesia postpetrarchesca, quale al Debe- SUONO R PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 135 Ma, come sarebbe da colmare la lacuna di una sillaba, leg- gendo sineresate le paroline in questione nei non rari versi danteschi dove esse occorrono ? Movendo dall’osservazione (1) che tali bisillabi dieresati occorrono per lo più seguiti da 8 impura (8 + consonante), parrebbe imporsi la conclusione che in tali casì si sia dovuto sviluppare dinanzi alla s un è eufonico. Così nei versi To stancato ed amenilue incerti... Sì ch’io sfoghi il duo] che il cor m’impregna... Così Beatrice a me com’io serivo... Così la donna mia stava eretta... Tal vero all’intelletto mio sterne... Ben s’avvide il poeta ch'io stava... Ma quella folgorò nel mio sguardo... Già tutta mio sguardo avea compresa... ed in qualche altro, quell’ì sarebbe proprio la sillaba atta « colmare la lacuna cui vorrebbe provvedere la dieresi sulle parole î0, mia, mio. Pure, se è possibile concedere che la lezione Io istancato ed amendue incerti... Sì ch'io isfoghi il duol che "1 cor m'impregna... Così Beatrice a me com'io iscrivo... Così la donna mia istava eretta... s1a quella uscita dalla penna di Dante, v'è qualche caso in cui nedetti appare, dimostrò il Casella sull'esempio d'un verso dell'Ajace del FoscoLo. Ad ogni modo, altro è Vluso dantesco, altro quello petrarchesco e postpetrarchesco. (1) Osservazione dal Debenedetti ripresa al Casella, ma risalente invero al Ciafardini (1. e., p. 915), che a proposito del verso Vid’io scritti al sommo di una porta dieresando l’îo, avverte: « Ma è notabile pure che anche qui il piccolo «bisillabo è seguîto da una parola che comincia per s impura ». 156 S. FRASCINO l’s impura, condizione dello sviluppo dell’î eufonico, manca e la dieresi sembra rendersi necessaria: Quivi vid'io Socrate e Platone... Del segno suo Soddoma e Caorsa... Le nozze sue per li altrui conforti... Sì potrà cercare di sistemare alla meglio anche questi versi, facendo a meno della dieresi; ma qualche esempio resta Io che al divino dall’umano... Così vid’io già temer li fanti... Così fee'io poi che mi provvide... dove essa pare difendersi col motto oraziano: erpellas furca, tamen usque recurret! E bisognerà rassegnarsi a lasciarvela! Questi casi, dove dalla dieresì non sì può a nessun costo prescindere, possono servire di base ad alcune considerazioni, che finiscono per giustiticare, a parer nostro, la dieresi anche per quelli prima discussi. Se ad un verso in cui, sull’autorità della concorde tradizione manoscritta, incontrovertibilmente dinanzi alla s impura sì è sviluppata un'è di appoggio od eufonica, come Quiritta se’ ? attendi tu ?scorta ? collochiamo a riscontro un altro, in cui la parola iniziata da s inpura si trovi già ad essere preceduta da un’i che segua alla vocale tonica, come Che mi dicesse ehi con lui? stava, non tarderemo a renderci conto che, nel secondo caso, l'è pre- cedente l's impura tenderà a mantenere naturalmente l’eufonia, cui nel caso precedente provvede il sorgere dell’î prostetica, € perciò tenderà a risaltare mediante lo staceo della dieresì. Tale tendenza, cui non contraddice la ragione storica, è legit- timata dalla ragione musicale, la quale esige che il nostro orecchio percepisca fra la vocale accentata e la s impura quella vocale eufonica. Consideriamo ora, in uno stesso verso, ei i mai o mn SUONO E PENSIERO NELLA POESIA DANTESCA 137 i due casi già considerati separatamente: il verso che Dante, poniamo, scrisse Oi splendor di viva luce eterna! scriviamolo pure, se ci piace, O isplendor di viva luce eterna! e con ciò non avremo nulla alterato dell’eufonia voluta dalla razione musicale, poichè le due rappresentazioni grafiche si traducono in un’unica rappresentazione fonetica, cioè a dire si fondono nella recitazione. Guardiamoci però d’invocare la ragione storica, anche dove non è luogo d’invocarla a proposito! Chi potrà negare a Dante il diritto della dieresi su oi Oi splendor di viva luce eterna quando il Petrarca si prende, come abbiamo visto, una simile libertà? O forse, più dell’arzigogolo che la parola oî non è » P 3 staccata da me nel verso Oimè terra è fatto il suo bel viso! non vale il fatto che la dieresi su di essa si sviluppa anche senza le condizioni di favore dell’s impura? (1). Sarebbe un limitare, di fatto, a Dante quelle licenze che, in astratto, nessuno gli può, in questo campo, disconoscere maggiori rispetto al Petrarca! Ma è poi proprio necessario che ad appianare la disermonia fra la vocale tonica e l’s impura iniziale di parola debba ser- vire sempre la vocale i? (2). Tale esigenza può essere eccel- lentemente soddisfatta da qualunque altra vocale, e voler cacciare anche un’i dove un’altra vocale ne fa le funzioni, (1) Anche il D'Ovidio, in un verso analogo, non rifugge dal segnare la dieresi (I. c., p. 39 n.) Qual’è coluî che sognando vede (2) In altri casi, Vî protetica in Dante è sostituita dalla e: estima (Inf., 24, 25), escotendo (Inf., 14, 42). Fa 138 S. FRASCINO non è più voler ristabilire l’eufonia, ma congiurare contro di essa, suscitando un trittongo in iato! Quando l'armonia ne esce soddisfatta e la ragione storica. come sopra abbiamo mostrato, non ne resta offesa, possiamo non meravigliarcìi se Dante considera bisillabe parole come Dio, mio, tua, sue, dove l’o l'a e l’e adempiono, in una mino- ranza di casi, specialmente quando seguite dall’8 impura, alla funzione cuì altrove adempie l'i. E vedi combinazione! anche nel verso del Petrarca sopra discusso Ch'accolga il mio spirto ultimo in pace la parola mio, che il Carducci vuole bisillaba e che tale dev'es- sere per la ragione metrica accennata, sì trova ad essere se- guita dalla solita s impura! Questa benedetta s impura, fatta apposta per generare la dieresi dinanzi a sè, in quelle date condizioni, tradisce, proprio nel verso di chiusa, la norma che il poeta ha consacrata nel suo Canzoniere, liberandola dalle incertezze di cui, perchè ancora nel suo periodo di formazione, risentiva in generale prima di lui, ed in particolare nell’uso dantesco. SALVATORE FRASCINO. LETTERE A GIACOMO LEOPARDI (Dalle carte leopardiane della Biblioteca Nazionale di Napoli « Vittorio Emanuele III »). La mancanza d’una raccolta di lettere dirette al Leopardi è una lacuna che si riscontra nel carteggio del Poeta recana- tese. Tranne quelle del Giordani, del Colletta, dello Stella, del Vieusseux, quella del Grassi del 17 novembre 1820, quelle del Brigenti pubblicate nell’ultima edizione dell’Epistolario Leopardiano (1), che formano il terzo volume di esso, e poche altre segnate in nota alle lettere del Leopardi, come otto del Trissino, tre di Saverio Broglio d’Ajano ed una dell’Jacopssen, oltre quelle pubblicate nel volume degli Scritti vari inediti di Giacomo Leopardi dalle carte napoletane, Firenze, Succ. Le Monnier, 1910, dalla Commissione governativa nominata dal Ministero della Pubblica Istruzione che pel Centenario leopar- diano curò l’edizione dei sette volumi dei Pensieri letterari e filosofici, non sî è avuto finora altra traccia della corrispon- denza indirizzata al Poeta e che deve essere stata invece ben copiosa. La maggior parte di essa fu, evidentemente, com- presa negli autografi che il Leopardi donò alla Targioni Toz- zetti che ne faceva raccolta. Infatti, il 24 maggio 1831, egli (1) Epistolario di G. Leopardi a cura di G. PIeFRaILI, Firenze, Le Monnier, settima edizione, 1925. 140 M. ZEZON aveva scritto alla sorella Paolina: «Tu m'hai da fare un pia- « cere, ma te lo raccomando assai. Pigliare il mio protocollo di « lettere letterarie tutti e due i volumi: levar via le lettere di « Vieusseux, Brighenti, Stella, Colletta e le copie delle lettere « mie, farne un gran rouleau, con sopraccarta ben suggellata: « scriverci sopra Documenti... », e dopo di averle dato tutte le indicazioni necessarie perchè il plico gli fosse stato con cer- tezza recapitato, aveva aggiunto: « Datti premura di questa « cosa che mi sta molto a cuore » (1). Altre, certo anche in gran numero, e senza dubbio interes- santi, rimasero in casse inesplorate, per volere del Ranieri, presso le sue eredi. Ora, finalmente, che dopo la morte dell’ul- tima di esse tutte le C'arte del Ranieri sono passate in possesso della Biblioteca Nazionale di Napoli, ci auguriamo vederle pubblicate, come promette il Bresciano, della suddetta Biblio- teca, in un suo articolo: Quattro lettere leopardiane inedite, in questo Giornale 89, 1927, fase. 265-66, pp. 136 sgg., giacchè egli ebbe il compito di riordinare tutte quelle Carte. Pochissime lettere sono sparsamente pubblicate e tra queste merita soprattutto d’essere ricordata una di Pietro Gaddi (2), che fu stampata dal Cugnoni nel volume Opere inedite di G. Leopardi pubblicate sugli autografi recanatesi, Halle, Max- Niemever, 1878, vol. I, p. Cv, poichè è del 1819, il triste anno della tentata fuga del Leopardi dalla casa paterna, il tempo in cui la sua malinconia era divenuta veramente spavente- vole, e la sua infelice condizione era stata aggravata dal non riuscito tentativo. Col Gaddi il giovane poeta dovè aprire tutto il suo cuore, come si rileva dalla lettera citata, che è del 30 dicembre di quell’anno, e quegli, addolorato, cercò d'infondergli un po’ di calma e consolarlo coi suoi consigli: (1) Cfr. Ep.?. IL, p. 420. (2) Pietro Gaddi di Forlì, dopo aver sostituito il generale Colli nell'esercito pontificio si rifugiò nel Porto di Fermo ove morì il 1823, e donde serisse al Leopardi. LETTERE A G. LEOPARDI © 141 «...Voi siete assai giovine, ed io m’investo del vostro ardore « per il ben pubblico — gli scriveva —, nè disapprovo la « malinconia che soffrite per non potere esercitare quell’atti- « vità alla quale aspirate: dall’altra parte se considero fe cir- «costanze dei tempi, quelle della famiglia, e specialmente «lo stato della vostra salute, vi confesso che non vedo come « potreste aspirare alle pubbliche cose senza esporvi a risul- « tati molto più funesti della noia che vi divora. Un’anima «come la vostra ha mille risorse in sè stessa, nè può, se vuole, «annoiarsi giamma), e dirò di più che se anche vi trovaste «in mezzo al vortice del mondo, nel commercio di egoisti « che col pretesto d’illuminare e riformare, altro non cercano « che l'ambizione di comandare e di far fortuna a danno della « società che burlano con mille illusorie chimere... » e dopo avergli esposta la difficoltà, per un uomo di lettere, di godere la stima universale nel conflitto delle nuove idee colle mas- sime dei (Governi, e come, invece, uomini sommi avessero illustrato il loro nome vivendo a sè, aggiungeva: « ...I pubblici « affari sono sempre pericolosi, e turbano l’anima: al contrario «il vivere a sè produce una certa tranquillità che lascia al- «l’uomo pensatore mille risorse di occuparsi anche utilmente « per il pubblico bene, perchè non essendo in fallo vede il «mondo e le cose senza passione, e prevenzione, e può scri- « vere più utilmente. La gioventù si forma dei ideali che la « sola esperienza può smentire, ... ». In ultimo manifestan- dogli il desiderio di saperlo più calmo concludeva: «...talora « succede che aprendo il cuore ad un amico col sfogarsi, pas- «sano le tormentose noie, ed esponendogli dei fatti e dei pro- «getti si riceve conforto e consiglio. Io benchè debolissimo, «mi offro volentieri, se mi credete capace... ». Una letterina, senza data, di Alessandro Poerio fu pubbli- cata dal Ferrigni nell’opuscolo: Leopardi e Poerio, memoria letta all’ Accademia Pontaniana nella tornata del 15 maggio 1898; una lettera di Michele Bertolami del 1835, fu riportata dal Mestica in una nota al discorso Il Leopardi davanti alla critica 142 i M. ZEZON pronunziato nell'Università di Palermo il 10 giugno 1898 (1). Di un bigliettino della Pelzet con il quale gli manda in dono un bicchiere affinchè voglia rammentarla, è fatto accenno dal Chiarini, Vita di G. Leopardî, Firenze, G. Barbèra, 1921, p. 393 in nota; ed una letterina del Puoti del 18 marzo 1836 è stata pubblicata dal Cortese in Nuovo contributo al carteggio di Basilio Puoti, Napoli, tip. degli Artigianelli, 1921, p. 9, e per quanto breve ha la sua importanza, perchè, come afferma il Cortese, ci mostra come il Puoti non disdegnasse richiedere talvolta il giudizio del Leopardi su lavori dei suoi alunni. Delle lettere appartenenti alle Carte leopardiane possedute dalla Biblioteca Nazionale di Napoli, ben quasi la metà ri- mase sconosciuta, dopo la pubblicazione di quelle, fatta insieme con altrì scritti, in massima parte frammenti, abbozzi, e studi giovanili tratti dalle stesse Carte napoletane, nel volume Scritti vari inediti ecc. già citato. Io ho avuto agio d’esami- narle tutte, ed ho creduto che il pubblicarle non sarebbe stato lavoro del tutto inutile, giacchè esse oltre ad offrire un nuovo contributo al carteggio del grande poeta recanatese, possono interessare anche per la biogratia di lui. Infatti ci attestano, su di un campo più vasto, le relazioni che il Leopardi ebbe coi suoi contemporanei, nell’ultimo decennio della sua vita ran- dagia giacchè esse vanno dal 1827 al 1837, permettendoci di poterle meglio ricostruire, e ci palesano la stima che i letterati di quel tempo ebbero del suo ingegno, con le frequenti richieste, che in esse si riscontrano, d'un suo autorevole giudizio sulle opere sia letterarie che scientifiche che si venivano compilando e stampando; mentre alcune relazioni già note sono documen- tate ed avvalorate da esse, Gli amiei del Leopardi sono figure varie: dal poeta al letterato, al filosofo, al politico, allo scien- ziato, all'editore, ma tutti seppero intendere l’animo suo, (1) Il discorso fu pubblicato dapprima a Palermo pe’ tipi di Remo Sandron, nel 1898, poi fu ripubblicato nel volume Studi leopardiani» Firenze, Succ. Le Monnier, 1901, pp. 390-481. LETTERE A G. LEOPARDI 143 ed ebbero in pregio le rare qualità della sua mente e del suo sentire: La conoscenza della spontaneità dei rapporti tra il Leopardi e coloro che lo conobbero, contribuisce allo studio più integro dei sentimenti morali ed affettivi del Poeta, sui quali tanto si è discusso, e tanto discordì sono stati i pareri e le conclusioni dei critici, e, se l’amicizia è un conforto per l’animo umano, grandissimo lo fu per lui che, sin da giova- netto, sentì il bisogno di trovare qualcuno cui confidare se stesso e che fosse capace di comprenderlo ed amarlo, per cui gli fu consolazione la stima della quale si vide circondato a Firenze, sollievo la convivenza col Ranieri, e compiacimento le relazioni ed i colloqui che ebbe a Napoli con uomini illustri. Apprendiamo, per esempio, da queste lettere, che il Leo- pardi, per mezzo del Bunsen, conobbe, a Roma, il chimico Domenico Morichini (1) che s’era meritata la stima dei più famosi scienziati italiani e stranieri; e che a Firenze il Vieus- seux gli fece conoscere, in casa sua, il medìco Domenico Meli che ritornava da Parigi, ove era stato mandato col Cap- pello e col Lupi per studiarvi la malattia del colera. Degna d’essere segnalata, non per l'argomento, ma per l’affermazione di un’altra notevole amicizia contratta dal Leopardi a Firenze, è la letterina di Francesco Palermo, che dopo gli studi di Giustino Fortunato (2) ci appare una note- vole figura nel campo de’ cultori di storia, che frequentavano le riunioni del Palazzo dei Buondelmonti. « Bravo e dotto «uomo, assolutamente integro, sinceramente liberale, ma fede- «ralista e credente a oltranza », come lo giudica il Fortunato, Francesco Palermo s’era recato da giovane, per razioni di studio, in Toscana e vi aveva conosciuto il Capponi ed il Vieusseux che ne furono benevoli estimatori sino alla morte, (1) Il Leopardi fa cenno di lui nella lettera al Vieusseux del 21 gen- naio 1832. Cfr. Ep.?, IL p. 454. {2) Cfr. G. FoRrTUNATO, L'ultimo autografo politico di re Gioacchino Murat, in Rassegna Nazionale, 1° maggio 1917, pp. 11 sgg. » 144 M. ZEZON ed ivi conobbe anche il Leopardi e ne concepì grande stima per cui nel 1839 scrisse un canto per lui intitolato: «Giacomo « Leopardi » (1). Per la stessa ragione interessano le lettere del Ciampolini, che danno rilievo alla sincera ed affettuosa intimità che sorse tra questi ed il Leopardi, tutti e due infelici per pessima salute, ed ispirati quasi da identici gusti letterari. In un frammento del dialogo « Il Leopardi » pubblicato nella strenna fiorentina « Ricordati di me » del 1842 (2), il Ciampo- lini afferma che egli fu suo « familiarissimo » ed infatti fu, tra gli amici di Firenze, uno di quelli che più trovarono corri. spondenza nell'animo del poeta recanatese, perchè educato alla scuola dei classici ne aveva tratto i pensieri ed i sentimenti, e benchè esile e malato sin da fanciullo, era dotato d’ingegno robusto e svegliato, d’indole indipendente e sdegnos® (3). Né senza interesse sono la manifestazione di stima dimostratagli da Neri Corsini, che volle onorarsi della conoscenza personale del Poeta divenuto già famoso in Italia, e la cordialità che ebbe per lui la gentile e colta dama Laura Parra, moglie di Giuseppe Montanelli. Possiamo con maggiori prove affermare quale familiarità di rapporti fosse sorta a Roma col Bunsen, durante la dimora che il Leopardì fece in quella città nel 1831-32, quando pote « stringere in presenza quell’amicizia » che il Bunsen gli aveva concessa da lontano, ed intrattenersi con lui in discorsi riguar- danti la filologia, l'archeologia, e le opere che di esse compeo- nevi il dotto ministro, per gli Annali del Bollettino di Archeologia che pubblicava insieme con altri dotti italiani e stranieri. Perciò il Leopardi, cui tanta noia arrecavano le visite e le cerimonie, che per convenienza doveva fare in quella città. (1) Cfr. Canti di Francesco PALERMO, Firenze, tip. Galileiana, 1839, pp. 78 see. (2) Ripubblicato da P. ContrUccr nei Cenni sulla vita e sugli scritti del car. L. Ciampolini, premessi alla Storia del Risorgimento della (Grecia del CiampoLini, Firenze, tip. Piatti, 1846. (3) Cfr. CONTRUCCT, Op. cit. LETTERE A G. LEOPARDI 145 mostrava invece gradimento nel poterlo vedere spesso, e quando non poteva partecipare alle conversazioni letterarie che il Bunsen teneva ogni settimana in casa sua, ne provava rammarico. E poichè tra le lettere del Bunsen, che qui riporto, ve n'è anche una della moglie di lui, che fa pensare ancora più alla cordialità sorta tra loro ed il Poeta, voglio ricordare le commoventi espressioni che ella ebbe intorno alla morte del loro amico: « Coloro che ricordano l’aperta benevolenza + dipinta nell'aspetto del Leopardì, e sanno quanto fosse scevro ‘di ogni amarezza il suo intimo convincimento di aver durato «immeritati mali, quanto pure da ogni macchia di astio perso- «nale le sue pitture di calamità nelle quali non ebbe colpa, «si confortano col credere che la dipartita dell'anima sua fu «in pace verso la pace, e che le sue estreme contemplazioni “poterono essere illuminate dai raggi del vero così schietta- - «mente agognato e fantasticato così dolorosamente » (1). Ed anche le lettere del Brighenti arrecano contributo alla cono- scenza dell’intimità che sorse in Firenze tre, lui ed il Leopardi, che premurosamente lo raccomandò a Mons. Muzzarelli quando nel 1832 egli si recò a Roma con la figliuola Marianna che do- veva cantare nella Straniera del Bellini il 30 aprile. Singolare interesse, poi, destano le lettere di Antonietta ed Adelaide Tommasini, che vengono ancora più a confermarci la sincera amicizia nata tra esse ed il Recanatese. Giustamente osserva il Clerici, in un suo articolo (2), che le nobili lettere della famiglia Tommasini portavano al Nostro «il balsamo «sospirato dell’affetto sincero, e delle offerte generose, sulle (1) Cfr. FRANCESCA BUNSEN, A_memoîr of Baron Bunsen, ecc., London, Longmans, Green and C., 1868; RipeLLa, G. Leopardi: discorso, Recanati, Simboli, 1889, p. 80. dove è riportato questo brano tradotto; G. PIERGILI, Nuori documenti intorno alla vita ed agli scritti di G. Leopardi, Firenze, Suee. Le Monnier. 1892, p. vI, nota. (2) Cfr. G. P. CLERICI, Dalle carte Tommasini (raspollatare da ser- rire alla biografia del Leopardi) in Archivio Storico pe» le Prorincie Parmensi, vol. XXI, 1921, pp. 77-97. 10 — Giornale storico — Suppl. n° 24. 146 M. ZEZON «ali del consenso di quattro cuorì, infiammati di vera carità « per le sovrumane sofferenze de) grande infelice ». Esse, dunque, valgono a comprovarcì che mai altro sentimento, all’infuori di questo, ispirò ed alimentò quelle relazioni tanto cordiali, e come sia. ingiusta la diceria che tra le Tommasini ed il Leo- pardi vi fossero stati rapporti erotici. Afferma, non a torto, il Clerici, che quella nobile amicizia era « familiarmente collet- « tiva, sebbene singolarmente espressa » e quando all’offerta della Tommasini di recarsi a Parma il Leopardi francamente le rispondeva che la scarsità dei mezzi non gli consentiva una gita a Parma, Antonietta Tommasini, dolendosene, gli seri- veva: « Voi mi dite che non siete venuto a Parma per man- « canza di mezzi? Mio Dio! non avete in noi i più sinceri amici «i quali vivono nel desiderio di potervi essere utili in ogni «occorrenza? Ma purtroppo mai non ci avete secondati col «venire ad abitare a Parma alcun tempo con noi » (1). La Boghen, a proposito di questa amicizia, scriveva nel 1898: «Quando potranno esser note le molte lettere de la Tommasini «al Leopardi, lettere che egli conservava caramente e di cui «quindici rimaste fra le carte legate dal Ranieri a la Biblioteca «di Napoli appartengono ora 2 lo Stato, apparirà ancora più «chiara la delicatezza e la profondità di questa amicizia » (2). (1) Cfr. P. C. CLERICI, Op. cit., p. 81, e Scritti vari inediti di G.LEO- PARDI dalle Carte Napoletane, Firenze. Suce. Le Monnier, 1910, p. 3035. A proposito della sincerità e cordialità di amicizia coi Tommasini, il Clerici, nell'articolo citato, pubblica un biglietto che il Leopardi serisse alla Tommasini il 10 marzo 1821 trovandosi in qualche stret- tezza economica, ed io lo riporto qui perchè manca nell'F pistolario. Mia cara Antonietta. Fatemi la grazia di far contare a chi vi pre- senterà questa carta cinquanta franchi, la qual somma dentro pochi giorni vi sarà portata a casa e ripagata a mio nome. Scusate questa confidenza che, non senza dispiacere, mi prendo per non aver tro- vato altro mezzo di far pagare costì quella somma nel momento. Addio. addio ». (2) Cfr. E. BocneEN Conigniani, La donna nella vita e nelle Opere di Giacomo Leopardi, Firenze, G. Barbèra, 1899, p. 262. = CI m = - = PS _s ”- ia LETTERE A G. LEOPARDI 147 Aggiungendo, quindi, queste lettere, che vanno dall’agosto 1830 al marzo 1837, a quelle già pubblicate nel volume degli Scritti rari dalle Carte napoletane, il carteggio tra il Poeta e le Tom- masini, è molto più completo di quello che si conosceva finora. La Boghen èrrava circa il numero delle lettere, ma non circa il contenuto. Anche i rapporti tra il Leopardi e la Targioni-Tozzetti acquistano maggiore luce. Già le lettere pubblicate nel volume su indicato, avevano apportato un gran contributo alla cono- scenza di quella relazione, giacchè erano valse a togliere il dubbio che la dama fiorentina per la quale il Leopardì s'era cooperato nella ricerca di autografi avesse potuto essere invece la Lenzoni: le lettere del Rosini fanno palesemente il nome della Targioni (1). Quelle che qui pubblico ci dimostrano, inoltre, con quanto interesse e sollecitudine il Leopardi avesse cercato di soddisfare il desiderio della sua amica scrivendone anche ai suoi amici come al Valdrighi ed a Giovanni Galvani a Modena, ed a Giacomo Mosconi a Verona, ì quali risposero premurosamente alle sue richieste. Una letterina di Francesco Puccinotti del febbraio 1835 dimostra come sia stata costante l’affettuosa amicizia tra il medico di Urbind ed il Nostro, sorta nel 1825 quando il Pueci- notti ottenne la condotta medica di Recanati. E giova ricor- dare ciò che in un suo pensiero questi scrisse di tale amicizia: «In Recanati conobbi e mi strinsi in amicizia con Giacomo «Leopardi, e mi valse di conforto e di esempio, in mezzo «al vuoto purismo di que’ tempi, il trovare chi sapea unire ‘alla più classica letteratura la sapienza filosofica più pro- «fonda » (2). Tralascio di fermarmi su altre lettere che sono sempre un attestato della stima e benevolenza godute dal Leopardi. (1) Cfr. Scritti vari dalle carte napoletane, cit., pp. 463-66. (2) Cfr. G. BaccINI, Francesco Pucecinotti ed alcuni suoi pensieri, in Rassegna Nazionale, t6 aprile 1903, pp. 549 ses. 148 M. ZEZON ‘per notare quelle che riguardano la vita letteraria del Poeta e che perciò possono interessare: una dì Domenico Rossetti del 28 marzo 1827 ci palesa come questi desiderasse la coope- razione del Leopardi, che aveva conosciuto a Milano nel 1825, per il volgarizzamento delle opere minori latine del Petrarca, per cui gl’inviò il testo latino dell’Epistola al Cardinale Gio- vanni Colonna. È noto, però, che il Leopardi ne iniziò senza terminarlo il volgarizzamento, ed il 2 maggio 1827 spedì al Rossetti il frammento che fu poi pubblicato dal Viani nel- l’Appendice all’Epistolario ed agli scritti giovanili di G. Leo- pardi, Firenze, Barbera, 1878, p. 253-56. Un’altra del letterato inglese Giorgio Nott, del 1831, cì rende nota quale accoglienza avesse avuto dal pubblico, sul primo apparire, il Commento al Petrarca, che tanti stenti, noie e fatiche ingrate era costato all’infelice Poeta, proprio in un periodo in cui la sua mente ed il suo animo erano incli- nati a lavori filosofici che rispecchiavano il suo sentimento, anzichè alla erudizione: La collezione dei Moralisti greci, e la . traduzione del Manuale d’Epitetto intorno alla quale il 16 gen- naio del 1826 aveva scritto al Papadopoli: « dopo la tua par- « tenza, tradussi in mezzo mese il Manuale d’Epitetto, e questo «lavoruccio mi venne in modo ch’io ti confesso di avergli «un affetto particolare » (1); ed al Bunsen: « ...spero di poterle, «di qui a non molto mandare un esemplare del Manuale di « Epitetto che sì stamperà presto in Milano, tradotto da me «ultimamente con tutto Pamore e lo studio possibile. Vi ho «premesso un brevissimo preambolo sopra la filosofia stoica, «che io mi trovo avere abbracciato naturalmente e che mì «riesce utilissima » (2); ed oltre a ciò, la Comparazione delle sentenze di Bruto Minore e Teofrasto, ed i Pensieri di Marco Aurelio, erano i lavori ai quali amava dedicarsi, mentre s’ac- cingeva a dare alla stampa con ansie ed amore incredibili (1) Cfr. Fpistolario di G. Leopardi, ed. cit., vol. II, p. 82. (2) Cfr. Ep. cit., II, n. 88. LETTERE A G. LEUPARDI 149 le sue Operette Morali dichiarando che in esse consisteva il frutto della sua vita fino allora passata, e che le aveva più care dei suoi occhi. Si può immaginare, quindi, quale ama- rezza gli avessero cagionate le critiche sfavorevoli che furono fette al suo Commento, oltre che dalla prefazione che scrisse per esso nel 1826, dalla suaccennata lettera del Nott, dalla quale si rileva che nell’inviargli quella edizione il Leopardi dovè anche palesargli il disinganno provato nel veder giudi- cata con poco giudizio l’opera sua. Ed è notevole anche il consiglio che gli diede il Nott circa l’interpretazione di un verso del sonetto del Petrarca che incomincia: « L’Avara Ba- « bilonia » che al Leopardi era sembrato difficile ad intendersi; interpretazione che egli accettò e riportò nella seconda edizione che fece di quel Commento. Una lettera del Pandolfini, segretario dell’Accademia di Belle Arti di Pisa, ci fa conoscere che il Leopardi appartenne anche alla Colonia Arcadica di quella città: l’Alfea; ed altre due, l’una di Giuseppe Melchiorri, l’altra di Cesare Galvani, hanno interesse per la famosa questione dell’attribuzione a Giacomo dei Dialoghetti sulle materie correnti nell’anno 1831, del padre, che tanto irritò l’animo del Poeta: Non avendo, il libro, nome d’autore, e sapendosi ch’era del Leopardi, fu generalmente ritenuto di Giacomo; a Roma, in Toscana, 2 Lucca ed a Modena, ove forse il Duca Francesco IV conosceva la verità della cosa, si diceva, con malignità, pubblicamente, che l’autore era lui, che aveva cambiato opinioni, che s’era convertito come il Monti, e dapertutto si parlava di questa sua, come alcuni chiamavano, conversione, ed altri apostasia. Egli aveva esitato quattro mesi, infine s'era deciso a parlare non potendo soffrire di passare per convertito nè d'essere asso- migliato al Monti (1). E mandò a vari giornali d'Italia una sua dichiarazione per smentire la falsa notizia. Il 12 maggio la inviò al Vieusseux per farla inserire nell’Antologia « in modo (1) Cfr. Ep, TI, pp. 480-811, 150 M. ZEZON «che non potesse sfuggire all’occhio del lettore » (1), ed il 15 dello stesso mese, scrisse a Giuseppe Melchiorri, suo cugino, perchè avesse voluto fargliela pubblicare nel Diario di Roma, aggiungendo tra l’altro: « Io stampo in tutti i Giornali d’Italia «la mia dichiarazione: essa esce a momenti in quei di Toscana. «In Francia ne mando una molto più strepitosa. Ma m’im- « porta grandemente di Roma, e benchè la cosa sia semplicis- « sima, non lascio di raccomandarla a te caldissimamente » (22). Ed il cugino accolse con vero interesse la sua preghiera, riu- scendo, non senza fatica, a farla inserire nel numero del 23 maggio. Non altrettanto fortunato fu il Leopardi a Mo- dena, ove aveva spedita la sua protesta alla Voce della Verità, e lo possiamo rilevare dalla risposta negativa circa l’inserzione indirizzatagli dal direttore del giornale, Cesare Galvani. È degno di nota questo rifiuto: Il giornale sanfedista, sorto per iniziativa del Duca Francesco IV, che aveva tra i principali collaboratori il principe di Canosa, e che tanto pienamente lodava ed ammirava i sentimenti espressi in quei Dialoghetti (3), non poteva mostrarsi favorevole al desiderio di Giacomo accu- (1) Cfr. Lp, IL p. 473. (2) Cfr. £p.?, 1I, 474. (3) Nel fascicolo dell'’8 marzo 1832, la Voce della Verità aveva pub- blicata una lettera nella quale, tra l'altro, era detto, intorno ai Dia- loghetti « ...Qui in Rimino hanno avuto un buon esito que’ belli, e « piacevoli Dialoghetti sulle materie correnti nel 1831, e si è provato «esser essi pei liberali, come appunto è la Croce pel Diavolo. Basta «far loro vedere i eartoni di quell’Opuscolo, che subito fuggono « bestemmiando. In un luogo di questa città, mentre da un galan- «tuomo si stava leggendo uno di quei Dialoghetti, sopraggiunsero «vari liberali, che per un momento fermatisi sospesi ad ascoltare, «cominciarono poscia a dare nelle furie, e ad inveire fortemente «contro il libro e il lettore, che senza scomporsi, e senza neppur «guardarli continuò come niente fosse a leggere; e quegli arrabbiati, «non potendo nè sapendo far altro, fuszirono dicendo che avrebbero «dato alle fiamme tutti quei libri infami e maledetti. Così terminò cla scena. Ne abbrucino pure, diciamo noi, ma sono 4000 solo dei c primi ve”... ! Sono andati, se nol sanno, anche in Turchia (lo possiamo LETTERE A G. LEUPARDI 151 sato già di liberalismo e carbonaro per le canzoni all'Italia e sul .Honumento di Dante. Il tono della lettera del Galvani ci palesa con evidenza il suo sentimento. Le lettere di Antonio Gherardini fanno supporre che nel 1831, il Leopardi avesse dedicato anche parte del suo tempo allo studio dei Satiricì toscani moderni, per cui chiedeva notizie al suo amico che scriveva in quel tempo alcune osservazioni intorno a tale argomento. Trovandosi a Napoli, nel 1835, Tommaso Gargallo, che sin dalla prima giovinezza aveva desiderato di far penetrare in Sicilia il culto pei grandi contemporanei, propose al Leopardi la ristampa dei suoi versi e delle sue prose in Palermo, indi- candogli come editore Giambattista Ferrari. Ed il Leopardi, che, dalle conversazioni col Gargallo, aveva potuto conoscere le condizioni letterarie della Sicilia, tanto da concepire quasi l’idea di recarsi a Palermo e trattenervisi un sei mesi per un corso di eloquenza (1), accettò la proposta e, per mezzo del Gargallo, entrò in relazioni epistolari col Ferrari. DÒ in questa raccolta una lettera del Ferrari che si riferisce appunto a quel tempo. Se non che il Leopardi, per meglio vigilare la stampa delle sue Opere, decise di rivolgersi ad un editore napoletano, che fu lo Starita. Anche la questione della edizione napoletana delle Prose e Poesie del Leopardi, iniziata nel 1835, trova il suo contri- buto nella lettera del Calamandrei, dalla quale si possono rile- vare le prime trattative per quella stampa, che non fu com- piuta per divieto della Censura. Disgustato dello Staritaà, che, avendo raccolto col suo manifesto, un numero maggiore di «aszieurare) e forse, o senza forse, ne sono in viaggio per la Russia ‘ancora, e andranno perfino nelle Americhe! Vadano a prenderli i «liberali, e gli abbrucino... I nostri intanto ce li teniamo ben custo- «diti e cari... ». (1) Cfr. G. TAORMINA, Il Leopardi e la Sicilia, Palermo, tip. Gian- none e Lamantia, 1885. 152 M. ZEZON associati che non credeva, sicuro dello spaccio, aveva dato la più infame edizione che avesse potuto (1), il Leopardi pensò di rivolgersì ad un altro libraio napoletano, per la pubblica- zione di un altro manoscritto che aveva preparato per la stampa, forse i Pensieri o sparsi frammenti, e due lettere del Manni fanno conoscere il tentativo fatto presso il Trani perchè avesse voluto pubblicarli per proprio conto. Ma questi non accettò. Alcuni mesi dopo il Leopardì scrisse al De Sinner per chiedergli se avesse potuto trovare a Parigi un libraio che volesse fare un’edizione delle sue Opere senza alcun compenso pecuniario (22). Tralascio di parlare di altre letterine che dò in questa rac- colta, aggiungo solo che ho creduto pubblicarle perchè trat- tandosi di documenti relativi alla vita di un grande poeta, possono riuscire utili agli studiosi, anche se non di grande importanza. MARIA ZEZON. LE LETTERE Di Domenico Rossetti (3). Firenze, 28 marzo 1827. Il tardo rispondere alla mia dci 20 ottobre scorso era scusato già prima che mi giungesse il pregiato suo foglio dei 14 del corrente mese; (1) Cfr. Ep, II, p. 547. (2) Cfr. Ep. IT, p. 556. (3) Domenico De Rossetti di Trieste (1774-1842), benemerito della cultura italiana a Trieste e nell’Istria, ed in particolare degli studi petrarcheschi. Si occupò anche di lirica, drammatica, storia ed archeologia, lasciando vari lavori su tali argomenti. Per più estese notizie vedi: GIOvaNnNI BENCO, Shiwlio biografico su Domenico Rossetti in Z'Archeoqrafo triestino, 1869-70, nuova serie, volume I, e vari articoli in Miscellanea di studi in onore di Attilio Hortiz, "Trieste. LETTERE A G. LEOPARDI 158 perchè lo Stella aveami tosto significato l'assenza di Lei da Milano (1), e l’indugio indi necessario per farle quella arrivare. Ma non posso egualmente ammettere le altre scuse che la troppa sua modestia mi affaccia per distormi dall’insistere sul mio desiderio e preghiera di averla fra 1 benevoli favoreggiatori della mia impresa (2). Egli è ben vero che la massima parte degli illustri volgarizzatori invitati dal mio programma (3) accettò il mio invito; che cinque soli stabilimento tipografico G. Caprini, 1909-10. Fducato in Toscana il Rossetti vi si recava spesso, ma preferiva andare a Milano ove soleva passare le sue vacanze, ed ivi appunto conobbe il Leopardi quando vi si recò nel 1825, chiamato dallo Stella a dirigervi l'edizione dei Classici Italiani che intraprendeva proprio in quell’anno. In una lettera al Conte Francesco Cassi da Milano, del 17 settembre 1825, il Leopardi parla di questa nuova relazione. « Ho avuto occasione - - serive — di « conoscer qui un dottor Rossetti triestino, uomo molto dotto e pre- « gevole, il quale desidera da costì quello che potrete intendere dalla e sua lettera che vi acchiudo. Gli ho parlato di voi e del Contino Ma- « miant, che vi prego di salutare singolarmente a mio nome. Non guar- « date se a fare il riscontro del Codice si richiedesse un poco di spesa, « perché il dottore è molto ricco, e pagherà volentieriszimo quanto sarà « di bisogno. Ha in Trieste una biblioteca petrarchesca copiosissima «e una gran raccolta di ritratti del Petrarca e di Laura; cose che « gli costano continuamente una buona quantità di denari. In fine « ve lo raccomando assai, e avrò per molto caro se potrete fare che « la mia raccomandazione gli giovi a qualche cosa ». Cfr. Epistolario di Giacomo Leopardi a cura di Giuseppe PieroILI, Firenze, Felice Le Monnier, edizione settima, 1925, vol. II, p. 24. (1) HI Leopardi aveva lasciato Milano per recarsi a Bologna il 26 settembre 1825; cfr. la lettera al padre del 3 ottobre di quell’anno in Z£p.?. cit., II, p. 25. (2) Nel 1829 il Rossetti pubblicò in Milano, presso la Società tipo- grafica dei Classici italiani, in tre volumi una Prima volgarizzazione delle poesie minori latine del Petrarca, fatta da trenta pocti virenti 0 defunti da poco, per la quale appunto con la presente lettera del 1827 chiedeva la cooperazione del Leopardi. (3) Compilato il 6 dicembre 1826 e, sebbene stampato, non ebbe alcuna destinazione alla pubblicità. Circolò tuttavia per le mani di molte persone e diede occasione a varî giudizi talvolta sfavorevoli, circa il merito dell'impresa del Rossetti di raccogliere e pubblicare i volgarizzamenti delle poesie minori del Petrarca, a cui il Rossetti rispose nella Prefazione al HI volume delle Poesie minori del Pe- frarca, ece., 1829, p. XXXIX-XLITI. 154 M. ZEZON sono quelli che se ne sono finora positivamente scusati; che di quattro me ne sto ancora nell’incertezza; che d’altronde so parecchi che vo- lontariamente mi si offersero. Ma ciò detto, per quanto mi assicuri dell'effetto del mio proponimento, non basta ancora per potermi per- mettere di secondare in tutto le condizioni alle quali Ella brama di vincolare il suo assenso. Eccomi adunque prima di tutto a ningraziare la sua cortesia e la volenterosa disposizione di compiacermi; ed indi a pregarla di non negarmi il volgarizzamento che Le propongo, e di cui qui già Le acchiudo il testo originale, tratto dall'edizione del 1851 di Basilea delle opere tutte del Petrarca. Questa è l’epistola 15% del II libro, diretta a Giovanni Colonna (1). Ella resta interamente dispensato da qualsivoglia illustrazione dell'argomento e delle persone; e potra eseguire le versioni in isciolti, che paionmi il metro migliore per simili lavori. Io non Le fo urgenza alcuna; riserbandomi di farlene ricordo tosto chie sarammi stata fornita la traduzione delle altre epistole al Colonna medesimo, che si sta facendo dal Signor Leoni a Parma (2). La presente lettera Le perverrà per la via d'Ancona e pel riscontro (1) L'Epistola consolatoria (Impia mors) indirizzata nel 1347 al Cardinale Giovanni Colonna. Il Leopardi ne cominciò il volgarizza. mento ma non lo continuò. Ai 2 di maggio 1827 spedì al Rossetti il frammento, che nel 1850 fu trasmesso da Gaetano Merlato, di Trieste, al Viani che lo pubblicò nell'Appendice all’Epistolario ed agli scritti giovanili di Giacomo Leopardi, Firenze, Barbèra ed., 1878. pp. 253-56 (efr. la nota ivi apposta dal Viani stesso), e che fu poi n- pubblicato nel volume delle Poesie minori di Giacomo Leopardi. Firenze, Le Monnier, 1889, pp. 431-34; e dal MESTICA nel volume Il degli Scritti letterari di Giacomo Leopardi, Firenze, Le Monnier, 1899, pp. 3653-67. Nell'edizione del Rossetti l'Epistola fu stampata con la traduzione di Antonio Bevilacqua che ne tradusse anche altre cinque. (2) Michele Leoni di Borgo San Domenico (1776-1858). Iniziò a Milano nel 1805 con Giovanni Rasori ed Ugo Foscolo la pubblica. zione degli Annali di scienze e di lettere che durò quattro anni. Fu dal 1821 professore di letteratura italiana a Parma e segretario del- Accademia delle Belle Arti. Fece traduzioni dal latino, dal greco. dal tedesco e dall'inglese. Cfr. Guimo Mazzoni, L'Ottocento, cd. Val- lardi, vol I, p. 268. Tradusse pel Rossetti quattro Fpistole del Pe- trarca: la N del I libro, la I, IV e V del III libro. LETTERE A G. LEOPARDI 155 ch’Ella sarà per favorirmi, potrà valersi di quel soggetto, da cui questa Le verrà recapitata. Io frattanto me Le professo riconoscente, ecc. Di Pietro Brighenti (1). Bologna, 14 maggio 1830. Questa mattina ho avuto l’acclusa per voi dalla posta. Subito ve Ia spedisco. Il Sig. Moratti (2) vi fa col mio mezzo sapere che seriviate pure a casa vostra, che i denari che voi sapete siano consegnati a quel tale Sig. Grondoni, e che a questo sia dato d'inviargli alla direzione del Signor Brighenti Impiegato nella distribuzione delle lettere di Bologna; e allora il Sig. Moratti li spedirà a voi senza spesa in Firenze. Spero che avrete fatto buon viaggio (3), e vi prego anche a nome della famiglia che vi riverisce, a volercelo far sapere, se non altro col mezzo di Giordani, quando ha occasione di serivermi. (1) Pietro Brighenti, di Castelvetro (1775-1846), avvocato, tipo- grafo e confidente della polizia austriaca. Per le notizie biografiche cfr.: la sua lettera a Monaldo Leopardi del 12 aprile 1832 in Lettere inedite di Giacomo Leopardi e di altri a’ suoi parenti e a lui per cura di EMILIO CosTA, CLEMENTE BENEDETTUCCI e CAMILLO ANTONA-TRA- VERSI, Città di Castello, S. Lapi ed., 1888, pp. 170.76; G. PIERGILI, Un confidente dell'alta polizia austriaca, Recanati, Simboli, 1888; E. BOGHEN,; Pietro Brighenti nell’intimità (da un carteggio inedito) in Lucano mensile, periodico letterario, artistico, scientifico, Potenza, anno I, fasc. 11, novembre 1897; E. Bocnen, Marianna Brighenti e la sua famiglia in La donna nella rita e nelle opere di G. Leopardi, Firenze, Barbera ed., 1898, pp. 121-169; GIiovanxI FERRETTI, Pietro Brighenti spia? in Archivio storico italiano, 1915, vol. I, disp. 122, pp. 423-32. (2) Giuseppe Moratti di Bologna, impiegato nell'ufficio delle poste. Si trovano frequenti accenni a lui nell’E£pistolario leopardiano, so- prattutto per le relazioni letterarie con lo Stella. Il 20 ottobre 1825 il Leopardi gli scrisse per dirgli che lo Stella gli aveva consigliato di consegnare a lui le lettere per « risparmio di posta». Cfr. £p.?, cit., vol. TI, p. 36. (3) Il 9 maggio 1830 il Leopardiì partì da Bologna per Firenze dove giunse « senza disgrazia, dopo aver passato la fourmente sugli Appennini >. Cfr. Ep.’ cit., vol. II, p. 388. 156 i M. ZEZON In quel giorno che foste a salutarmi, io ebbi tal continuo di im- portuni che non potei correre a darvi un abbraccio; ma fui bensì alla Locanda alle quattro antimeridiane: ora di mia e vostra partenza, e mi attaccai di peso al campanello della porta, ma niuno venne ad aprirmi. Compisco al mio dovere con voi mediante questa lettera, la quale ben vorrei che vi sapesse dir quanto mai vi amo e vi venero. Salutatemi tanto Giordani, da parte anche delle mie donne. Ma- rianna (1) è stata or ora ricercata anche per Fermo, ma la scrittura non era compatibile con quella di Siena (2). Restiamo sempre che ci vedremo costì in sugli ultimi di giugno; e vi supplico a voler impegnare i vostri amici a procurarmi buone lettere commendatizie. Di Vincenzo Pandolfini (3). Pisa, 17 maggio 1830. Ho l’onore di prevenirla che contemporaneamente alla solenne Col- lazione dei Premi, che si farà dalla Accademia delle Belle Arti nella circostanza della generale Illuminazione di questa Città in onore del glorioso nostro direttore S. Ranieri, avrà luogo nella sala del Palazzo Pubblico alle ore 10 e V, antimeridiane del dì 18 del prossimo giugno, un’adunanza arcadica della Colonia Alfea, a cui Ella sì meritamente appartiene (4). Io la invito pertanto ad abbellirla con qualche sua produzione. La (1) Su Marianna Brighenti efr. F. BoGHEN, Marianna Brighenti e la sua famiglia, cit., e per le sue tendenze artistiche i giornali contem- poranei dal 1829, in cui esordì a Bologna con la Semiramide del Ros- sini: II Censore Universale dei teatri, redatto a Milano dal Priridali, Il Messaggiere modenese, cd il Giornale dei teatri di Bologna, ove si parla con entusiasmo dei suoi meriti artistici. (2) Andò a Siena nell’Imperiale e Real Teatro dei Rinnovati a sostenervi le parti di Giulietta e di Egilda nelle opere Giulietta e Romeo ed Arabi. (3) Vincenzo Pandolfini, segretario dell'Accademia di Belle Arti di Pisa. - (4) Il Leopardi vi dovè appartenere durante il suo soggiorno a Pisa dal novembre 1827 al giugno 1828 dove per mezzo del dott. Cioni fece parecchie amicizie fra le quali quella del Carmignani professore di diritto all'Università, e dove da per tutto gli fn « usata assai buona accoglienza ». LETTERE A G. LEOPARDI 157 scelta degli argomenti, da trattarsi unicamente in versi, è libera; per quanto possano essere più graditi quelli che in qualche modo si riferiscano a soggetti patri o alle Belle Arti in generale. Piacendole di aderire a questo invito (1) si compiacerà inviarci precedentemente copia del suo componimento, onde possa esser sotto- posto all'esame dei due nostri Censori, a forma delle arcadiche costi- tuzioni. [Segue un biglietto d’invito a pranzo di Neri Corsini (2) del 24 mag- gio 1830]. Di Laura Parra (3). 1. Piazza S. Maria Novella n° 4248. [giugno 1830] (4). Difficilmente potrei esprimerle tutto il piacere ch’io provo nel sen- tire da una sua lettera che ricevo sul momento da Rosini (5) ch’ella (1) Nell’Epistolario leopardiano non v'è alcuno accenno a questa lettera; si può ritenere però che essa rimase senza risposta perchè da pochi giorni il T.eopardi era giunto a Firenze e si trovava « affollato di visite » per cui fu spesso in giro per la città a restituirle. (2) Neri Corsini (1771-1845) ambasciatore di l'erdinando TIlI a Pa- rigi sotto il Direttorio, consigliere di Stato durante l’Impero, rap- presentante della Toscana al Congresso di Vienna e poi sottosegre- tario di Stato per l’Interno. Nel 1844 successe al Fossombroni come ministro segretario degli affari esteri, e dall’aprile 1844 all’ottobre 1845 fu Ministro segretario di Stato. Cfr. G. MONTANELLI, Memorie sul- l’Italia, Torino, Società editrice, 1853, vol. I, p. 106; Memorie inedite di G. Giusti (1845-49), ed. F. MARTINI, Milano, Treves, 1890 e P. PruNAs, L’Antologia di G. P. Vieussecur, Storia di una rivista italiana, Albrighi e Segati ed., 1906, pp. 256, 297-300, 308. (3) Laura Parra moglie di Giuseppe Montanelli, fu donna d’in- gegno e cultura, cfr. Memorie inedite di G. Giusti, ed. cit., pp. 233-34, nota X. (4) Senza data, ma credo debba essere stata scritta nel giugno del 1830 perchè il 28 giugno di quel''anno il Leopardi scriveva da Firenze alla sorella Paolina di aver riveduto Laura Parra. Cfr. Ep.”, cit., II, p. 390. (5) Giovanni Rosini (1776-1855) professore d’eloquenza all'Univer- sità di Pisa, editore ed autore di vari romanzi storici come La mo- 158 M. ZEZON è in Firenze e che siamo vicini di°casa (1): se queste circostanze pos- sono procurarmi il favore di qualche sua visita saprò apprezzare questa fortuna, poi che sono come sempre piena di stima considera- zione ed amicizia. Della stessa. 2. [senza data] (2). Mi tengo per sfortunata. Sempre ostacoli quando si tratta di avere una vostra visita! Non potei condurvi il mio amico Psalidi perchè mì ammalai il giorno stesso che fui da voi e sono stata in letto dieci naca di Monza pubblicato nel 1829; Luisa Strozzi, nel 1833; ZL conte L'golino della Gherardesca ed i Ghibellini di Pisa, nel 1843, ecc. Per le notizie biografiche efr.: MicneLE FERRUCCI, Elogio del cav. professor Giovanni Posini, Pisa, 1856: L. PozzoLinI, Biografia di G. Rosini. Lueca, 1856; M. TaparrinI, Vite e ricordi TItaliani illustri del. se- colo NIN, Firenze, 1884, pp. 24 seg.; Guino Mazzoni, L'Ottocento, ed. FP. Vallardi, pp. 71-72, 271-72, 417-18, £809-12, 900, per i giudizì sulle sue opere efr. la nota bibliografica a pp. 1404-405 del volume del Mazzoxt, cit. Varie lettere del Rosini al Leopardi del 1830-31 sono pubblicate nel volume Scritti rari inediti di G. Leopardi, ecc., Firenze, Le Monnier, 1910, pp. 459-66, nelle quali generalmente autore chiede al Leopardi giudizi e consigli sulle sue opere che non furono negati fino a quando il Leopardi, peggiorato nel male d’occhi e di nervi, non si sentì più di assumere l’impegno di una corrispon- denza regolare. Cfr. a tale proposito la lettera che gli diresse da Fi- renze nel maggio 1833 in Zp.?. cit. vol. TI, pp. 512-13. È interes- sante però notare ciò che serisse al padre da Firenze il 17 giugno 1828. intorno al romanzo la Monaca di Monza. « Qui si pubblicherà fra «non molto una specie di continuazione di quel romanzo (/ promessi « sposti), la quale passa tutta per Je mie mani. Sarà una cosa che varrà « poeo: e mi dispiace il dirlo, perchè l’autore è mio amico, e ha voluto « contidare a me solo questo secreto, e mi costringe a riveder la sua «opera, pagina per pagina, ma io non so che ci fare. Prego però anche «lei a tener la cosa secreta affatto ». Cfr. /7p.7, cit., II, p. 303. n (1) Ai primi di maggio 1830 il Leopardi, tornato a Firenze, andò vl abitare per un mese alla locanda della Fontana, il 9 giugno trovò una dozzina in Borgo degli Albizzi presso Emmanuele Repetti. (2) Questa letterina senza data deve anche essere stata gceritta nel 1830 perché reca lo stesso indirizzo della precedente col solo nu- mero cambiato. LETTERE A G. LEOPARDI 159 giorni. Psalidi anderà da voi quanto prima. Io sto al n° 4255 al terzo uscio sulla Piazza venendo dalla via del Sole. Fatemi sapere come state ecc. Di Andrea Barbèri (1). Parma, 3 luglio 1830. Non dispiacerà certamente che per opera mia siano state traspor- tate dal Francese nell’Italiano Idioma alcune memorie intorno agli ultimi preziosi momenti della vita dell’Immortale Pontefice Pio VI. La riunione in Lui di tutte quelle virtù, che formano un vero eroe lo hanno reso caro e di perpetua ricordanza presso tutte le genti. Verranno pertanto alla luce le suaccennate memorie in un sol volume in ottavo pel prezzo di baj quaranta. Le spese di porto saranno a carico delli Signori Associati, se pure non indicheranno altro mezzo particolare onde poterle inviar loro con sicurezza. S. V. Ill.ma che è giusto estimatore della virtù non ricuserà lo spero di onorare col degnissimo suo Nome l’elenco che ho già numeroso di ragguardevoli Associati a questo volume. Ne attendo dalla sua bontà un riscontro ecc. Di Antonietta Tommasini (2). [Agosto 1830] (3). Rispondo alla vostra 13 giugno (4). Tanto più presto vi avrei scritto se non fossi stata rattenuta dal pensiero di mettervi voi stesso (1) Di Andrea Barbèri ho potuto solo conoscere che fu nel 1857 segretario dell’Accademia Tiberina a Roma e che serisse: nel 1858 un Epilogo delle prose recitate in Accademia tiberina nel 1857; L'Uomo, riflessioni filosofico-religiose, Roma, Chiassi, 1864; e La religione cat- tolica e il principato: ragionamento accademico, Roma. Mugnoz, 1869. (2) Antonietta Tommasini di Parma (1780-1839), donna d'ingegno e colta, lasciò varî scritti, tra cui l’ensieri di argomento morale e lette- rario, Bologna, 1829, tip. di Enritio Dall'Olmo; Intorno all'educazione domestica. Considerazioni, Milano presso A. F. Stella e figli, 1835; I ricordi intorno a la vita di Giuseppe Serrenti, Parma, F. Carmignani, 1838. Per estese notizie bioerafiche efr.: FE. BoGnEN, Antonietta Tommasini in La donna nella vita e nelle opere di Giacomo Leopardi, cit., pp. 223-267; G. B. CLERICI, Dalle carte Tommasini in Archivio Storico per le prorincie Parmensi, nuova serie, 121. (3) Senza data, ma il hollo postale è: Bologna, 26 agosto 1330. (4) Manca nell'Epistolario leopardiano, 160 M. ZEZON nella mia necessità di scrivere; conoscendo pur troppo che ogni pic- cola occupazione vi porta dolore. Se oggi vi scrivo è perchè Giordani in una sua mì assicura che qualche poco avete migliorato di salute da che siete a F)renze. Il Cielo mi conceda di sapervi ristabilito per- fettamente, che è il voto fervidissimo dell'animo mio. Avrete rice- vuto il libretto che contiene que’ miei pensieri (1). Egli non avrebbe mai veduto la luce se non fossi stata confortata e se non nii si fosse offerta l'occasione di dedicarlo alle mie amiche Bolognesi (2). Ora sono apparsi al pubblico giudizio il quale mi farebbe tremare se non sapessi di avere in voi, ottimo amico, il mio difensore. Io vivo in questa speranza e so di certo di non ingannarmi. Se ho mai desiderato di conoscervi amico vero gli è in questa occasione, ove tremo più che nel grande inverno. Scrivetemi subito, se il potete, due parole (3°. ve ne prego e tenetemi consolata in sì penosa situazione. Di Pietro Colletta (4). 16 ottobre 1830. Prego il Sig. Ricordi a mandarmi, facendosene pagar il conto dal l’esibitore, il « Discorso in proposito di una orazione greca di Giorgio (1) Pensieri d’arqomento morale e letterario, stampati a Bologna nella tipografia dell'’Olmo, 1829, (2) Aveva voluto dedicarlo alle sue amiche di Bologna, tra le quali era Caterina Franceschi Ferrucci, perchè le era cara quella città che aveva reso onori a suo marito, aveva dato a lei occasione di conoscere molti uomini illustri e di avere molte prove di benevolenza. (3) Il Leopardi le rispose da Firenze « Il vostro libro mi piace estre- «mamente. Ma come (se non a voce) specificarvene le ragioni, non « potendo serivere ? To ne aveva già parlato caldamente al Montani. « Vedrete il suo parere nell'Antologia ». FE difatti il Montani pubblicò nel fascicolo di agosto dell’Antologia (pubblicato il 29 settembre) un articolo sui Pensieri d’argomento morale e letterario della Tomma- sini. Cfr. Ep.". cit., IT. p. 399. (4) Su Pietro Colletta vedi: Nixo CoRTESE, Saggio di bibliografia Collettiana, Bari, Laterza, 1917; Aqgiunte al « Saggio », cit., Napoli. Lubrano, 1921; La rita di P. Colletta: 1. La Gioventù, Roma, 1921; Pictro Colletta e la sua “« Storia del reame di Napoli ». Aquila, Vec- chioni, 1924; Lettere c scritti inediti di Pietro Colletta, Napoli, Società Napoletana di Storia Patria, 1927. LETTERE A G. LEOPARDI 161 «Gemisto Pletone; e Volgarizzamento della medesima del conte Gia- “como Leopardi, Milano, Stella, 1827 » (1). [Negue nello stesso foglio]: È stato impossibile trovare il suddetto opuscolo a malgrado delle molte ricerche fattene: epperò volendo il Conte Leopardi, dovrebbe egli stesso, avvisare il mezzo per farlo venir di Milano (2), giacchè il General Colletta non può pensarvi aggravato da infermità: Emilio Imbriani che per mia commissione scrive, ha l'onore di presentargli i suol rispetti. Di Carlo Pepoli (3). [Senza data 1830?] (4). Dopo averti fatto aspettare tanto tempo la cartuccia (5) che mi mandasti, io te la rendo poco nera, e propriamente è questa una delle volte in cui il candore mi dispiace grandemente. (1) Il Colletta attendeva alle « Ricerche sullo stile delle traduzioni » ed alla revisione della traduzione del l. IV degli Annali di Tacito. Cfr. Nixo CORTFSE, Saggio ece., cit., p. 19 e Pietro Colletta e la sua ‘ Storia del Reame di Napoli », cit., p. 171. (2) Il Leopardi con lettera del 23 ottobre 1830 chiedeva al padre di fargliene spedire, dal fratello Pietruccio, una copia sotto fascia, a posta corrente; efr. Ep.?, cit., II, p. 401. (3) Carlo Pepoli di Bologna (1796-1881) vice-presidente dell’Acca- demia dei Felsinei; membro del Governo provvisorio nel 1831; con- dannato dal Papa all'esilio fu in Isvizzera, in Francia, in Inghilterra fino al 1847. Dopo il 1848-49 fu deputato a Roma, e dopo d'essere stato a Londra fino al 1859 tornò in patria e fu deputato e senatore del Regno. Poeta classicheggiante, lasciò varî scritti in versi tra cui ì1 Puritani pel Bellini, e l’Fremo, poemetto in tre canti che dedicò al Leopardi nel 1828. Cfr. Guipo Mazzoni, L'Oftocento, cit., pp. 464, 546-7 e la nota bibliografica, ivi, p. 1367. E noto che il ]eopardi gli dedicò nel 1826 l'Epistola che fu recitata dal poeta stesso il 27 marzo in un’adunanza all'Accademia dei PFelsinei, Cfr. Ep.?, II, Pp. 115, 119. (4) Senza data, ma certamente del 1830 poichè sia dall'Epistolario leopardiano che dalle lettere del Pepoli pubblicate nel volume degli Seritti vari inediti di G. Leopardi, ece. si rileva che dal luglio al set- tembre di quell’anno il Pepoli s'era interessato di procurare sotto- scrizioni per la stampa dei Canti del Leopardi. Cfr. £p.?, cit., IL, P. 393 e Scritti vari inediti, cit., pp. 4465-47. (5) Il Manifesto dove si dovevano notare le sottoscrizioni per la 11 — Giornale storico — Suppl. n° 2 8. 162 M. ZEZON Abbiti a scusa il mio buon volere e la meschinità della mia Bologna resa ormai stupida a tutto che non sia mortadella. Al Giordani ho scritto il modo a tenersi per mandarmi i libretti che io stesso dispen- . 8erò ai soci, da cui trarrò il debito pagamento nel nome tuo, facendoti avere il danaro (1) tosto e senza spesa. Dammi tue nuove ecc. Di Guglielmo Piatti e Giuseppe Aiazzi (2). Firenze, 15 gennaio 1831. Io sottoscritto ho ricevuto dal Sig. Pietro Vieusseux numeri qua- ranta manifesti al « Canti » del Sig. Conte Giacomo Leopardi conte- nenti in tutto circa cinquecento ottantacinque firme di Associati ai medesimi, ed in fede. stampa dei Canti, di cui il Leopardi stesso s’era fatto editore; efr. la lettera alla sorella Paolina del 31 luglio 1830 in Ep.?, II, p. 393. (1) Il 6 agosto 1830 il Leopardi gli aveva scritto da Firenze « ...La- «ceonicamente; ho un bisogno grandissimo di danari, se voglio star «fuori di casa ». Cfr. Ep.”?, cit., II, p. 393. (2) Per quanto breve, questa letterina, ha importanza per ciò che riguarda l’edizione fiorentina del 1831 dei Canti del Leopardi. Nel novembre 1830 il Colletta aveva concluso col libraio Guglielmo Piatti la stampa dei Canti e ne aveva dato notizia al Vieusseux il 29 di quel mese: « Ho visto il Sig. Piatti, ed ho accomodate le cose del « Leopardi e spero bene » e gli diceva di portargli tutti i manifesti e le soserizioni e passare il manoscritto al Piatti. Cfr.: SERBAN,. Lettres inedites relatives a Giacomo Leopardi, Paris, Honoré Champion éditeur, 1913, p. 5 ed £p.”, cit., II, p. 405, nota; se non che quella sera stessa aveva veduto il Leopardi i) quale s'era mostrato poco fiducioso delle promesse del Piatti, perciò il giorno seguente il Colletta scrisse di nuovo al Vieusseux dicendogli che aveva sciolto qualunque impegno col libraio, e che avesse voluto vedere il Leopardi e stabilire con lui come trattare con altri librai. Cfr. SERBAN, Op. cit., p. 5. Ed il Vieusseux dovette convincere il Leopardi ad affidare l'edizione al Piatti. « Ho «venduto il ms. de’ miei versi », il Leopardi scrisse al padre il 23 di. cembre 1830, « con 700 associazioni, per 80 zecchini: nello stato attuale «sì problematico del commercio, non è stato possibile ottenere di « più ». Cfr. Ep.?, cit., II, p. 405. Il Colletta, però, aveva scritto al Vieusseux il 29 novembre « 11 Leopardi ritirerà zeechini 108; il resto «sarà del libraio »; efr. lett. cit. Pochi giorni dopo, il Piatti scrisse al Leopardi il biglietto che abbiamo qui riportato, cominciando l'edi- zione che fu terminata nell'agosto del 1831; cfr. la lettera del Gior- dani al Vieusseux del 20 agosto 1831 in SERBAN, Op. cit., p. 9. LETTERE A G. LEOPARDI 163 Di Antonietta Tommasini (1). [Marzo 1831] (2). Ditemi qual è il cognome di D. Sebastiano ch’è amico di vostra sorella. Chiamasi Sanchini o altrimenti? Desideriamo tutti buone notizie della vostra salute. Non ci defraudate di questo piacere, ch’è un bisogno del nostro cuore ecc. P. S. Ho ricevuto una vostra cara lettera alla quale risponderò quanto prima. | Di Giuseppe Morici (3). [16 marzo 183] ?] (4). Perchè educato in di Lei casa ardisco implorare il suo valevole patro- cinio, che spero non mi verrà negato dal di Lei magnanimo cuore. Sa che fin dal tempo del Regno Italico trovomi impiegato nel ramo giu- diziario. La ristrettezza delle mie finanze ed il carico della numerosis- sina famiglia mi obbligano a cercarmi del pane. Nell'impianto quindi dell’attuale sistema ho necessità di occupare un qualche posto. Il go- (1) Cfr. nota n° 2 a p. 159. (2) Nell’Epistolario leopardiano è@la risposta anche senza data ma che il Piergili colloca tra le lettere del marzo 1831. Cfr. £p.?, cit., II, p. 411. (3) Giuseppe Morici era consulente legale dei Leopardi, e perciò spesso si recava in casa loro. Quando fu stampata la prima edizione dei canti all'Italia e sul Monumento di Dante, il Leopardi ne mandò un esemplare anche a lui e gli indirizzò pure alcune lettere che dovet- tero andare disperse nel 1841 alla morte del Morici perchè chi prese cura dell'educazione dei suoi figli tolse di casa libri o manoseritti che, «eeondo lui, potevano guastare loro la mente. Cfr.: Pietro Morici, Reminiscenze giovanili intorno a G. Leopardi in L'Ordine di Ancona, 20-21 giugno 1881 e ripubblicato in parte dal Traversi in Studi su Giazomo Leopardi con notizie e documenti sconosciuti ed inediti, Napoli, Detken, 1887. (4) Senza data, ma il bollo postale è: 22 marzo 1831 e dall'/pi- flolario leopardiuno risulta che dovrebbe essere del 16 marzo 1831. Cfr: Ep.”, cit., II, p. 414 dove nella lettera al padre del 29 marzo 1831 serive « Vorrei che facesse dire a Morici che ho ricevuto la sua del 16, è lo saluto; che non ho risposto, perchè pochissimo, al solito, posso fcrivere, e perchè gli avvenimenti rispondono abbastanza ». 164 M. ZEZON verno deve nominare un giudice per Recanati, ed il già governatore di questo Distretto non aspira al certo a coprire tale impiego. Mi sa- rebbe quindi di vera soddisfazione, ed insieme del mio interesse se potessi giungere a riportarne la nomina. Ella può procurarmela col mezzo di qualche suo amico di Bologna, ed io La supplico perciò caldamente a volersi interessare in mio favore, incoraggiato trovan- domi anche dal di Lei Signor Padre. Ove ciò non potesse riuscire mi adatterei anche ad assumere la qualifica di Cancelliere. Non mì muove l'ambizione, ma il solo bisogno. Oso dire di essere fornito di sufficienti cognizioni per l’uno o l’altro Impiego, apprese anche dalla pratica nell’esercizio di venti anni. Mi dia adunque questo tratto ulte- riore di benevolenza, e sia certa che come ogni bene lo reputo dalla Famiglia Leopardi, così non cesserò mai di mostrarmi ad essa grato, ecc. ‘ Di Antonio Gherardini (1). 1. 2 maggio 1831. Ero nella lusinga di poterle rimettere le notizie richieste pei Satirici Toscani moderni nella passata settimana ma diversi affari venuti ad occuparmi tutti in un momento mi hanno tolto il tempo per terminare le osservazioni benchè brevi e semplici che io stava scrivendo, e mi hanno vietato per conseguenza di sodisfare al mio debito con quella sollecitudine che avrei voluto: Ora son certo di aver tutto in pronto per domani l’altro al più lungo e le prometto di farle avere non più tardi il foglio relativo, ma frattanto premendomi di discaricarmì presso di Lei dell’involontario ritardo, e di togliere dalla sua mente l’idea che io non voglia prestarmi a servirla le anticipo questa notizia e mi reco ad onore questa mia ecc. (1) Antonio Gherardini, avvocato, credo sia quello stesso che ebbe insieme col conte Giovanni Lovatelli, e Giovanni Montanari l'inca- rico di formare una sezione della Giovane Italia in Ravenna, e che ascritto alla Carboneria fu mandato in esilio in Trancia donde tornò in patria nel 1830, di cui parla il CAasiNI in una nota alle Memorie di un Vecchio Carbonaro ravegnano di TRIMO UccELHINI, Roma. 1898, p. 205. LETTERE A Q. LEUPARDI 165 Dello stesso. 2. 17 maggio 1831. Sono dolente di trovarmi in posizione di dovere per una seconda volta chiederle scusa del ritardo delle promesse notizie sui Satirici Toscani moderni, ma ho per altro la sodisfazione di annunziarle che le notizie medesime sono già scritte, in quel miglior modo che per me potevasi, e sono nelle mani del copista, il quale ha già l’ordine di riporle nelle di lei mani appena messe a polito lo che sarà prima di domenica prossima, ecc. Dello stesso. 3. 23 maggio 1831. Eccole le notizie richieste sopra i nostri Satirici Toscani da cin- quant’anni in qua: io gliele rimetto insieme con alcune osservazioni gettate alla peggio senza pretensione e senza studio aftinchè Ella ne faccia quel conto che stimerà poter meritare. Avrei potuto aggiun- gere ai Satirici di un ordine distinto da me mentovati qualche altro scrittore in quel medesimo genere di Poesia, di minor valore certa- mente, ma pure degno di onorevole menzione, perchè nella nostra Toscana vi sono pur pochi che hanno seritto assai bene, ma i loro nomi sono restati nell'oscurità perchè paghi di plauso degli amici non hanno rese le loro produzioni di pubblica ragione con le stampe. Pure accennerò a Lei uno di tali scrittori da me trascurato nelle notizie: appunto perchè affatto sconosciuto fuori del suo Paese e questi è il Pievano Landi (1) nato nel Casentino, provincia fertilissima di bizzarri ingegni. Egli mancato di vita circa quarant'anni fa fu uomo dottissimo, scrittore facile ed elegante, e di animo tanto vivace è per natura talmente atto alla fatica da essersi reso temibile a tutti coloro che lo ebbero avverso. Scrisse molti sonetti lepidissimi e pieni n... (1) Forse Antonio Landi di Livorno, nato tra il 1720-30 morto nel 1783; abate, studiò teologia a Pisa, compose un drammi che presentò al Metastasio. Scrisse in francese una Histoire de la litte- tature d’Italie, tiree de celle de Tiraboschi et abrégee par Antoine Landi, Berne, 1784, in 5 vol. Lasciò molti nmiamoseritti. 166 M. ZEZON di sale mordace che egli medesimo voltò in idioma latino con tanta purezza di lingua e di stile da rammentarci il buon secolo delle Lettere Latine: scrisse anche un Poemetto intitolato la Boschei ‘e contro un certo Pievano Boschi (1) suo nemico che ne ebbe a morir di dolore, se non che questa operetta non fu terminata per divieto del Vescovo che volle por fine allo scandalo ma le opere tutte del Landi circolano manoscritte per la Provincia del (‘asentino, e mai furono stampate. Del resto accetti questo mio foglio come un attestato dell'alta stima che le professo e come un segno dell’impegno che porterei di buon animo a servirla ecc. P. S. Se volesse qualche saggio dei Sonetti del Landi potrei pro- curarglielo. Di Giovanni Galvani (2). Modena, 18 giugno 1831. Ricavo dalla data dell'umanissima di lei del 26 p. p. (3) essere io stato pur troppo tempo a risponderle oltre ogni mio debito e desiderio. Ma di ciò la prego a volerne incolpare l’aver dovuto trattenermi in villa sino a questi ultimi dì, per cui non ebbi la di lei lettera che l’altro ieri. Scusatomi così, siccome eredo, presso V. S. della triste nota di negligente verrò a quanto ella mi dice intorno al raccogliere lettere autografe. Egli è ben vero che durante la mia dimora in Bologna (4) nella (1) Forse Giulio Boschi di Perugia, arcivescovo di Ferrara, morto nel 1838, (2) Giovanni Calvani di Modena (1806-1873) fu bibliotecario del- l'Estense, ed ebbe uffici amministrativi e diplomatici. Studiò le lingue neo-latine e le classiche a Bologna col Mezzofanti e lo Schiassi e pubblicò nel 1829 le Osservazioni sulla poesia dei Trovatori, e due volumi di Lezioni Accademiche nel 1830 e 1840. Compilò anche un Glosstrio modenese di erudizione e filosofia. Per più estese notizie biografiche efr.: MasineLLI, Notizie intorno alla vita ed alle opere del conte G. Galrani, Modena, 1874; M. TARARRINI, Vite e ricordi di uomini illustri, Firenze, 1884; G., Mazzoni, L'Ottocento, cit., pp. 302- 303, 310. 13) Manca nell'Epistolario leopardiano. (4) N Galvani era a Bologna quando il Leopardi vi sì recò nel 1825 prima di recarsi a Milano dallo Stella, e quando vi ritornò in quello stesso anno per restarvi fino al novembre 1826 e poi di nuovo nel 1827. n ta] [hrc — -— LETTERE A G. LEOPARDI 167 quale ebbi il vantaggio di ammirare la di lei moltissima dottrina, io teneva per dono prezioso il dono di una lettera scritta di mano di persona in fama di lettere o di arti: ima io allora, e pur dopo sempre, raccoglieva il mele per altri, pensava cioè al modo di trovarne, e mi rallegrava trovatele, figurandomi l’allegrezza che ne avrebbe sentita, quando gliele avessi donate, mio cugino il conte Mario Valdrighi (1) (che io credo sia alcun poco conosciuto da V. S.) il quale oltre all’esser fornito di molta patria letteratura ha poi un amore veramente singo- lare a formarsi una serie, il più possibilmente copiosa, di questi autografi. Ecco dunque che ora solo trovo dispiacermi la mia liberalità, e ne vorrei essere stato buon massaio per poterne servir subito, col di lei mezzo, la Dama (2) di costì, la quale se mostra desiderosa, ma in verità, signor Conte, che io non ne ho alcuna, avendole tutte cedute di mano in mano al Valdrighi, o se pur una me n'era rimasa essen- dozela altri già presa. Nulla meno per servirla nel modo solo che mi rimaneva ho qui parlato ai due che sono ora in città, i quali fanno raccolte consimili, per avere la nota delle lor lettere duplicate, e delle quali si priverebbero a fronte di cambi da scegliersi sull'altra nota che inviasse poi a suo comodo la Dama accennata da V.S. E. l’uno di questi è un mio fratello minore di nome Francesco (3), che ne ha buon numero, e se le ha radunate in assai poco di tempo, e di lui le accludo la noterella così come egli stesso me l’ha portata; e il se- conlo è personalmente il Valdrighi, il quale dietro mio invito s'è consigliato d’intendersela direttamente per lettera con V. S. Povero com’or sono d’ogni bella virtù, le riesce anche prvera e dappoco la servitù mia, mentre io avrei anzi voluta mostrarla da qualche cosa, ecc. (1) Su Mario Valdrighi vedi le nota 3 a p. 169. (2) La Fanny Targioni Tozzetti che già possedeva nna ricca colle- zione di autografi ed aveva pregato il Leopardi di volergliene procu- rare altri ed il Poeta se n'era interessato con sollecitu-line serivendo prima alla sorella Paolina il 24 maggio 1831 per farsi mandare il sto « protocollo di lettere letterarie ». Cfr. £p.7. HE, p. 420 e poi a vari suoi amici come risulta dall'Zpistolerio e dalle lettere qui pubblicate tra cui è questa del Galvani. (3) Vedi la nota 1a p. 168. 168. 3 M. ZEZON Di Francesco Galvani (1). [Giugno 1831?] (2). Ho sentito da mio fratello il piacer suo, e mi affretto a compirlo mettendole in mostra una nota di duplicati che e per Lei, e per la signora sua non esiterei a cambiare, chiamandomi contento a tutto. La mia raccolta sarà di un quattro mila all’incirca e mi torna impos- (1) Francesco Galvani, modenese, fratello di Giovanni e Cesare. Fu il direttore proprietario del giornale L’amico della gioventù, che si pubblicò la prima volta a Modena nel 1833, ma non avendo avuto favorevole diffusione del giornale, nel 1836, pensò di riformarlo di- chiarando che esso avrebbe rinunziato alla politica sino allera seguita per dedicarsi esclusivamente alle lettere ed alla erudizione. e stabi- liva che dal 28 febbraio 1837 il titolo sarebbe stato: L'amico dela gioventù, giornale di amena leiteratura. Se non che anche rotto questo titolo il giornale non ebbe fortuna ed il 9 marzo 1838 il Galvani seri- veva al Vieusseux che, col numero di gennaio, che si pubblicava allora, l'avrebbe intitolato semplicemente Giornale letterario-scientifico perchè potesse meglio servire al perfezionamento sociale ed ai progressi delle scienze e delle lettere. Cfr. Carteggio inedito di N. Tommaseo e G. Capponi per cura di IsipoRo DEL Lunco e PaoLo PRUXNAs, Bologna, Zanichelli, vol. II, p. 141 in nota. Ma fu ancora avver. sato dalla Voce della Verità ed egli se ne dolse col Vieusseux spe- rando, invano, migliore fortuna trasferendosi a Bologna da dove il 7 marzo 1839 gli scriveva che la guerra mossagli da Modena pel suo giornale era «turpe, vandalica e tale da non credersi fatta nel se- «colo NIX ». Cfr. Carteggio, cit. ivi. Il 19 settembre di quello stesso anno il Tommaseo scriveva di lui al Vieusseux «... L'uomo di Mo- «dena m'aspettava col giornale alla mano. F mi lesse de’ versi suoi, «tersi molto, e volle il mio parere, l’accettò come arcade avvezzo «alle lodi pure; e mi chiese di potere scrivere tra i suo: collaboratori «il mio nome accanto al Giordani ed al Marchetti. Parlammo del «suo censore, antico direttore di polizia, che faceva essendo in cam- « pagna, rivedere il giornale al suo portinaio: parlammo di quei della « Voce che alle ultime prove di stampa del suo giornale, aggiunge «vano, lui Jontano, note. dic’egli. contraddicenti al testo. Egli parlò « riservato, amaro, avveduto, freddamente cortese; io schietto, attet- «tuoso e coglione. Uomo che si fa di ventitrè anni, maritato da cinque, « galante ingegno, ambiguo: da non voltar faceia che ‘dans les grandes «occasions...’ ». Cfr. Carteggio, cit., p. 141. Per lannunzio biblio- grafico del giornale e dei suoi fini efr. il Progresso, anno VII, pp. 319-20. (2) Senza data, ma certo del giugno 1831 perchè deve essere con- temporanea a quella di G. Galvani precedentemente riportata. LETTERE A G. LEOPARDI 169 sibile, non avendo un catalogo, il darle la cosa perfetta, le dirò solo quanto mi verrà a mente, che se Ella vorrà porvi ulteriori parole in allora potrò aggiungere qualche cosa [segue un lungo elenco di autografi] e me ne scriva in proposito quanto più presto Ella può, perchè due miei amicissimi B. Gamba (1), Mons. Muzzarelli (2) mi stanno anch'essi alle spalle. . Di Mario Valdrighi (3). Modena, 21 giugno 1831. Mio cugino Giovanni Galvani (4) mi ha comunicato l’istanza ch'Ella gli ha fatto intorno a lettere autografe, per crescere la raccolta di una rispettabilissima Signora di costì (5), e mi ha detto di averle già scritto prevenendola ch’io le avrei mandata la nota di quelle che mi trovassi aver disponibili. Mi sono perciò dato subito a scorrere quel poco che ho, bramosissimo di secondare la premura di Galvani, e quella della V. S. non meno rammentando con piacere di averla conosciuta in Bologna, trovandomi col ridetto mio cugino in casa Brighenti. Le trasmetto pertanto una povera nota di poverissime cose: e mi terrò ben fortunato se alcuna ve ne sia che possa contentare l’egregia racco- glitrice. Ella non avrà che ad indicarmi i nomi desiderati, e se in questo sarà sollecito, spero che non mi mancherà poi pronto mezzo per mandarle il piego. Al quale effetto sarà bene che la S. V. si com- (1) Bartolomeo Ganiba di Bassano (1766-1841) bibliografo ed editore pubblicò a Milano alenne sue Operette nel 1827. Per più estese notizie cfr.: I. CAFFI, Della vita e delle opere di B. Gamba, Venezia, 1841; A. PEZZANA, LIlecune notizie intorno a B. Gamba; D. MULLER, Biografie, Torino, 1853, pp. 143-154; alcune sue lettere sono in Lettere inedite d'illustri scrittori a PF. Scolari, Pisa, 1879; A. FIAMMAZZO, Tra bibliografi, Bergamo, 1901, pp. 3 seg.; pp. 28 seg. (2) Su Carlo Emanuele Muzzarelli cfr. la nota 4 a p. 188. (3) Mario Valdrighi di Modena (1797-1857) fu vice-b'bliotecario della Estense, membro della R. Censura pei libri, vice-segretario dell’Accademia di scienze lettere ed arti di Modena, socio di varie Accademie; godette l'amicizia di illustri letterati come lo Schiassi, il Manuzzi ed altri. Scrisse epigrafi e si dedicò soprattutto agli studi storici. Il suo carteggio è nell'Archivio di Stato di Modena. (4) Cfr. la nota 2 a p. 166. (5) Cfr. la nota 2 a p. 167. 170 M. ZEZON piaccia d’indicarmi il luogo di suo recapito per facilitarne la consegna. Mi spiace di non poter disporre di lettere veramente interessanti per la materia, mentre allora l’offerta sarebbe stata più degna: ma ad ogni modo ne andrò lietissimo se almeno il buon volere benchè im- potente incontrerà gradimento, ecc. [segue un lungo elenco di autografi] Di Giacomo Mosconi (1). Verona, 22 giugno 1831. La commissione onde le piacque di onorarmi mi fu carissima perchè mi assicurò che Ella non mi ha dimenticato, ed io non avrei voluto risponderle senza avere di che attestarle col fatto la mia riconoscenza, ma le mie speranze sono andate a vuoto. Qui in Verona vi sono di molti studiosi di raccogliere scritture autografe d’uomini insigni, € per tal cagione ben tosto avvisai che non mi sarebbe venuto fatto di poterla sì di leggieri servire. Laonde dopo le mie inutili ricerche avea posta ogni mia fidanza in un nostro abate veronese mio amico, il quale eredo essere il solo, che aiutare mi possa a compiacerla: ma questi è assente da Verona sino dal passato maggio, ed a quanto né pare non vi ritornerà sì presto. Eccole il motivo per lo quale ho «ino ad ora ritardato a risponderle, ed esso spero varrà a farmi presso lei scusato. Nella prossima settimana io andrò a Recoaro ove dimorerò da circa un mese, frattanto al suo ritorno l’amico mio, ch'è già informato di quanto ella desidera, darà opera a fine di vedere se rinvenir sì possano le scritture autografe, che vorrebbe codesta gentilissima donna (2), ed io non maneherò di renderla avvertita del risultato delle nuove ricerche. Ella non mi fa motto dello stato di sua salute, ma voglio sperare che si avrà riavuto da que’ mali onde era molestato nel passato autunno. Si ricordi ch'io nutro speranza di rivederla tra non molto ne’ nostri paesi com’ella ebbe a promettermi. Ov'ella vedesse la Marchesa Carlotta Lenzoni (3) mi obbligherà sommamente riverendola per me. Mi dia de’ nuovi comandi ece. (1) Su Giacomo Mosconi non sono riuscita a trovare alcuna notizia. (2) Cfr. la nota 2 a p. 167. (3) Carlotta de’ Medici-Lenzoni (1786-1859) protettrice delle let- tere, dei letterati, delle arti e degli artisti. Il Leopardi la conobbe LETTERE A Q. LEOPARDI 171 Di Giampietro Vieusseux (1). [Settembre 1831] (2). In tutto Firenze non si trova una copia delle Operette Morali. Il Battelli (3) non ne ha più. Mi rincresce di non avervi potuto servire. Eccovi il volume del Manno (4). durante la sun dimora a Firenze dal giugno al novembre 1827. Il 13 novembre 1827 il Giordani gli scrisse da Pisa pregandolo di dire al Rosini che fece la sua commissione con la signora Lenzoni, cfr. Fp.7, III, 159, e nel novembre 1828 il Leopardi raccomandò un figlio di lei al Pepoli, cfr. £p.?, II, 337. Nel luglio 1831, quando essa andò a Parigi, la presentò per lettera al De Sinner, cfr. Ivi, II, 426. Nella sua casa convenivano con assiduità letterati ed artisti ed anche il Leopardi dovè frequentare quella «brava e gentile conversazione » poich< ne fa accenno nella sua lettera alla Lenzoni del 29 ottobre 1831; cfr. Ep.”, IL, 601. Nel volume degli Scritti rari inediti di G. Leopardi, ed. cit., sono tre lettere della Lenzoni al Leopardi, con una delle quali, del 19 marzo 1835. gli presentò il Gargallo che si recava da Firenze a Napoli, efr. lvi, p. 469. Sulla Lenzoni e la sua amicizia col Leopardi vedi: M. TaPARRINI, Vite e ricordi di Italiani illustri del sec. XIN, Virenze, Barbèra, 1884, pp. 59-63; G. Pocci, Una lettera inedita di G. Leopardi e il salotto fiorentino di Carlotta Lenzoni nata Medici, iu Rivista d’Italia, novembre 1902, pp. 806-813; G. BIAGI, Politica e bel mondo in Vita italiana nel Risorgimento (1815-31), vol. I, pp. 217-21; G. Cniarini, Vita di G. Leopardi, Firenze, Barbèra, 1924, pp. 351 seg. (1) Su Giampietro Vieussenyx di Oneglia (1779-1863) efr.: N. Tow- MASEO, Di G. P. Vicussevr e dell'andamento della civiltà italiana in un quarto di secolo, Firenze, 1864. Sull'Antologia cfr. C. FACCHINI, La scuola letteraria bolognese e V Antologia. Bologna, 1887; G. Rox- DONI, l'omini e cose del Risorgimento nazionale nel carteggio di G. P. Vieusseur, in Archivio storico italiano, 1898, XNXII; P. PRUNAS, L’Antologia di G. P. Vieusserr. Roma-Milano, 1906; V. Clan, Za prima rivista italiana, in Nuova Antologia, 1° agosto 1906; R. RENIER, La vecchia Antologia, in Fanfulla della Pomenica, Roma, 19 agosto 1906; A. Luzio, L'Antologia del Vieussewr, in Studi e bozzetti di storia lette- raria e politica, Milano, 1910, I, pp. 273 seg.; R. BoRGHINI, La lette- ratura tedesca e Vl Antologia di G. P. Vieusseur, im Iivista delle biblio- teche e degli archivi, Firenze, 1910-12; Saxpro pi Beto, Vecchi ricordi toscani, in La Nazione, l'irenze, 22 gennaio 1911. Per le sue relazioni col Leopardi vedi: il carteggio in Epistolario leopardiano, (Fedi note 2,3 e4a pag. seg. 172 M. ZEZON Di Giacomo Mosconi (1). Verona, 5 ottobre 1831. Non ho lasciato di fare le più scrupolose ricerche a fine di servirla, ma or debbo mio malgrado significarle, che tutte sono andate a vuoto. ed. cit., vol. III, pp. 283, 331 e la nota ivi apposta dal Piergili, pa- gine 331-34; le lettere pubblicate nel volume Scritti vari inediti di G. Leopardi, cit., pp. 478-490; c SERBAN, Lettres inédiles relatives à Giacomo Leopardi, cit., pp. 1-243. (2) Senza data, ma quasi certamente del settembre 1831 giacchè in una lettera del 1° settembre di quell’anno il Vieusseux gli aveva scritto: « Da tre anni a questa parte tengo un’opera della quale non «ho mai fatto render conto perchè mi sembrava che voi solo fra’ «miei amici avreste avuto autorità per prenderla ad esame. Già ve «ne parlai. Ora ve la mando. Desidero grandemente che possiate «occuparvene. È questa l'opera del Cav. Manno intitolata de’ Vizi « de’ letterati ». Cfr. Scritti vari inediti ecc., cit., p. 479, ed il 18 ottobre «... Vi raccomando il Manxo, Vizi de’ letterati. Caro amico, cresce «sempre più in me il desiderio di un vostro articolo su quel libro ». Ivi, p. 482. i (3) Vincenzo Pattelli (1786-1858) editore fiorentino. Ebbe dap- pruna una stamperia in Milano in società con Ranieri Faufani, poi recatosi a Firenze vj fondò, in via Sant'Egidio, uno stabilimento tipografico che divenne presto finrente per numerose ed importanti edizioni. A lui il Guerrazzi il 12 ottobre 1827 propose la stampa della Battaglia di Benevento, esortandolo a dedicarsi alla pubblicazione di romanzi. Cfr.: R'osoLINO GUASTALLA, La vita e le opere di F. D. Guer- razzi: 1504-1835, Rocca S. Casciano, L. Cappello, 1903, vol. 1, p. 135. Per più estese notizie vedi: Piro BARLÈRA, Ricordì biografici di Vine. Pattelli, Firenze, 1872. (4) De vizi de letterati. Cfr. la nota n° 2. Giuseppe Manno di Al- chero (Sardegna) (1786-1867), uomo politico e letterato stabilitosi a Torino nel ISI7 vi ebbe successivamente le cariche di Segretario cenerale del Ministero per la Sardegna e poi per l’Interno, fu Presi- dente di Corte d'Appello di Nizza e Vice-presidente della Camera Vitalizia tra il 1849-1855 e nel 1864; efr.: FEDERICO ScLOPIS, Notizie della cita e degli scritti del Barone G. Manno, Torino, 1868; SALVA- tore Martvo, Giuseppe Manno, Palermo, 1868; O. ManxO, Prete motizie di G. Manno, Milano, 1884; M. TABARRINI, Vite e ricordi, Firenze, 1884. pp. 115 e seg.; G. MAZzonI, L'Ottocento, cit., pp. 488-89 e la nota bibliografica in fine al volume. (1) Vedi nota 1 a p. 170. LETTERE A G. LEOPARDI 173 Qui in Verona vi sono tante persone studiose di raccogliere gli auto- grafi de’ celebri autori, e specialmente de’ nostri, che hanno spigo- lato quanto si potea trovare d’essi, e ne sono poi sì gelosi, e direi avari, che piuttosto potrebbesi loro carpire oro che una riga del Maffei, del Torelli, o di qualunque altro. Ciò nondimeno, quando nol si pensa accade talvolta d’ottenere ciò che le preghiere non poterono, ed io per tal ragione non ho ancora deposta la speranza di mandarle un giorno o l’altro ciò che codesta sua Signora desidera. Frattanto si persuada ella signor Conte, che le sue commissioni mi stanno a cuore, e che se il desiderio bastasse io l'avrei già da gran tempo servita. Bramerei sapere della sua sanità, e vorrei pure che il prossimo inverno noi potessimo averla tra noi, com’ebbe a lasciarmi sperare. Non ho ancora veduto pubblicata quella raccolta di sue poesie, che mi ricordo lo scorso anno ella si proponeva di fare, spero che ella non vorrà defraudarne la letteratura italiana (1). Se la signora Carlotta Lenzoni (2) è costà mi farà cosa grata ricor- darle la mia profonda stima. Non mi risparmi ecc. Di Carlo Antici (3). | 9 ottobre 1831. Dalla vostra dei 30 settembre (4), che ricevetti soltanto la mattina dei 6 corrente, appresi il vostro arrivo in Roma (5). Mi dolse assai il e ___—__ (1) L’edizione dei Canti che il Ieopardi voleva egli stesso curare nel 1830 e che vide invece la luce nel 1831 pei tipi del Piatti. Cfr. qui le note 5 a p. 161 e 2 a p. 162. (2) Cfr. la nota 3 a p. 170. (3) Carlo Antici di Recanati ‘/1772-1849) dopo aver studiato il tedesco, il francese e l’inglese nel Reale Collegio di Monaco di Ba- viera, tornò in Recanati ove strinse amicizia con Monaldo Leopardi che sposò la sorella Adelaide nel 1797. Con Monaldo Leopardi prese parte alla vita politica di Recanati nel 1831. Collaborò al Giornale ecclesiastico di Roma, sorto nel 1825, agli Ammnali delle scienze reli- giose, venuti in luce nel 1835, ed alla Voce della Rugione sorta nel 1832. Ci restano di lu varie Prose ecademiche, cd una Biografia di Fede- tico Hurter, Roma, tip. delle Belle Arti, 1836. Per le notizie biogra- fiche vedi: le necrologie pubblicate nei giornali romani Il vero amico del popolo del 5 dicembre 1854: L’Album di Poma, n° 45; Il giornale di Roma, 21 dicembre 1854: e ANT. ANGELINI, Ritratto storico, poli- ui (Vedi note 4 e 5 a pag. s€9.) 174 | M. ZEZON disappunto dell'Ufficio postale, immaginando il vostro rincresci- mento sul giungere alla posta, e non trovare il foglio che ivi atten- devate (1), se io potessi indovinare ove siete alloggiato, sarei già venuto per giustificarmi, ed abbracciarvi. Mi prevalgo dunque della posta per chiedervi la vostra dimora (2), e colla posta potrete indi- carmela. Vi saluto ecc. Di Raffaele Bertinelli (3). 16 ottobre 1831. Avendo inteso il suo arrivo in Roma, oserei pregarla perchè le pia- cesse permettermi di rivederla; dico rivederla, dacchè ebbi la sorte di conoscerla personalmente molti anni sono in Recanati, ove mi tico, letterario «del Marchese Carlo Antici, Roma, tip. delle Belle Arti, 1854. Una lettera del Leopardi all’Antici del 5 gennaio 1825, che manca nell’Epistolario leopardiano, fu pubblicata dal CugvnoNI in ()pere inedite di G. Leopardi, pubblicate sugli autografi recanatesi. Halle, Max Niemeyer, 1878, vol. I, pp. cxv-vI. (4) Manca nell'Epistolario leopardiano. (5) Il Leopardi giunse a Roma J}a sera del 5 ottobre dopo un « noi0s0 «e faticoso viaggio »; cfr. la lettera alla sorella Paolina del 6 ottobre in Ep.”, cit., II, p. 431. (1) Un lasciapassare pei confini per cui aveva scritto allo zio Carlo Antici di fargliene avere uno alle porte. Non avendolo trovato fu costretto ad andare in dogana a piazza di Pietro « per la solita im- « pertinentissima visita: la quale mi ha messo di malumore, quan- «tunque i doganieri fossero assai discreti; ... » Cfr. la lettera alla sorella Paolina del 6 ottobre 1831 in £p.?, II, p. 431. (2) Il Leopardi alloggiava in Via Carrozze, n° 63, 3° piano; pochi giorni dopo aver ricevuto la lettera dell’Antici dovettero vedersi, perché il 19 dello stesso mese il Leopardi seriveva alla sorella Paolina «Lo zio Carlo (che ho veduto, perch’egli mi ha scritto umilmente « per la posta) non mi ha offerto di presentarmi in nessuna società; «il che mi cagiona un lontano sospetto ch'egli ami di non avermi «seco alle conversazioni. Questo sospetto mi dispiace, perchè mì «obbliga a farmi presentare da’ mici amici in tutte le società da lui c frequentate, con rischio d'annoiarmi tutta la serata ». Cfr. Ep.’ ILL p. 435. (3) Il Piergili in una breve nota apposta a due lettere del Leopard al Bertinelli del 1832, dice che questi era una specie di mediatore. Infatti il Leopardi con la prima lettera del 16 febbraio 1832 gli seri. LETTERE A G. LEOPARDI 175 condusse il desiderio d’inchinare un tanto italiano. Il sig. Raggi (1) che dimani parte per recarsi a compiere i suoi studi all’Università di Pisa, vuole ch’io la preghi a farlo degno di questa medesima sorte; piacciale adunque farmi sapere col mezzo del Latore del presente quale ora le fosse più opportuna, ch’io gliene sarò tenutissimo ecc. Di Mario Valdrighi (2). Modena, 1 novembre 1831. Non so cosa Ella possa aver pensato di me in causa del mio troppo lungo silenzio. Io non vorrò qui addurre tutte le scuse che possono valere a mia giustificazione: ma solo la pregherò a persuadersi che non mancanza di stima, o desiderio di servirla mi hanno fatto parer negligente, ma bensì od assenza da Modena, o più brighe, che mi tolsero il tempo a più geniali cose. Eccomi intanto a compiere, se pur sono anche in tempo, il debito mio. Ho varie volte eccitato Fran- cesco Galvani (3) a concorrere meco, ed egli mi ha sempre promesso di mandarmi a casa quanto aveva offerto, ma non ho mai avuta cosa alcuna, benchè anche per questa cagione io abbia anche di più di quello che avrei fatto ritardato a servirla. Credo che abbiasi a com- patire il giovinetto, che forse tiene il cuore e la mente fissi in tutt'altro, che lettere autografe. Ho procurato di supplire io solo ed ho prepa- rato un piego (da spedirsi alla prima occasione) co’ seguenti autografi: Albergati Capacelli Francesco, Bodoni, Cagnoli, Veronica Gambara, N ———__—__—__—_——_—__m-—- veva per mandargli una copia della prima edizione dei Dialoghetti, e cinque della seconda sperando che egli potesse collocarle presso qualche libraio che volesse rendergli in cambio altrettante copie dei Canti, e nella seconda senza data, ma forse del marzo di quello stesso anno, gli chiedeva se aveva pronto il ricavato dalla vendita delle cinque copie suddette. Queste lettere che il Piergili ha riportate a Pp. 606-607 dell’Epistolurio”, vol. II furono dapprima pubblicate in un opuscolo Per nozze Angelini-Scheneider, tratte dalla raccolta Tautografi di Ignazio Angelini, Roma, tip. della Pace, 1879 e poi riprodotte dal TAORMINA nel volume Manieri e Leopardi, Sandron, 1899, pp. 47-48. (1) Vedi nota la p. 180. (2) Vedi nota 3 a p. 19. (3) Francesco Galvani aveva già scritto direttamente al Leopardi. Cfr. la sua lettera qui pubblicata. 176 M. ZEZON Guglielmini Domenico colla minuta di risposta a Bernardino Ra- mazzini, Lorgna, Mazza, Muratori, Paradisi, Scarpa, Stratico, Tira- boschi, Volta. La lettera della Gambara come le accennai è alquanto patita: ma benchè poco le offra, pure mi gode l'animo che non man- chino i nomi più desiderati del Volta, Tiraboschi, Muratori, e Scarpa. Usando poi della facoltà concessami le soggiungo i nomi da me scelti nella trasmessami nota. Sono questi Boerhaare, Gio. Targioni Toz- zetti, de Nantes, Peutland, Humboldt, Coulei, Malini, Sismondi. Filicaia, Lafayette, il presente Re di Prussia. Di questi formatone un piego alla mia direzione, potrà Ella consegnarlo al sig. Marchese Ercole Conapani Imperiali che abita alla Villa di Londra presso al ponte alla Cervaya che si carica di portarmelo e di trasmettermelo. Il mio le perverrà quanto prima: ma mi sarà grato l’avere il preciso di Lei indirizzo, ecc. Di Luigi Firrao (1). 3 novembre 1831. Mi fece sentire ieri il Sig. Marchese Melchiorri (2) l'equivoco preso da mia madre, allorchè venne a vedere le camere il Sig. di Lei com- pagno. Quindi mi affretto a farle conoscere che le camere da lei vedute sono interamente, ed esclusivamente destinate per loro uso; che i letti e sofà sì potranno situare nelle due camere con i tappeti. le quali hanno ambedue una sortita libera, e che finalmente, se facesse piacere,sì potrà anche mettere il tappeto nella camera del camino. In fin si è anche aperta la porta nuova d’ingresso a secondo di quanto piaceva al Signore di sua compagnia (3). Qui dunque è tutto pronto, ed altro non manca se non che mi significhi in quale giorno favorisce onde farle preparare il pranzo all’ora che indicherà ecc. (1) Luigi Firrao, romano, professore di lingue classiche, e di lingua e letteratura italiana. Poeta arcade tiberino, membro dell'Accademia latina e di altre accademie d’Italia. Di suo ho potuto vedere solo un componimento in versi intitolato: Il camposanto di Napoli, Napoli. stamperia del Fibreno, 1844 su cui efr.: Il Progresso, volume I della nuovissima serie, 1843, p. 159. (2) Cfr. la nota 1 a p. 194. (3) Appena giunti a Roma il Leopardi ed il Ranieri erano andati ad abitare un quartierino in Via Carrozze, n° 63 che era stato tro- LETTERE A G. LEOPARDI 177 Di Paolo Melchiorri (1). Roma, S. Callisto, 5 novembre 1831. Un fratello cugino, che non conoscete è quello che vi dirigge la presente. Poichè il Cielo mi ha conceduto il bene di avere un fratello di cui ambisco far conoscenza, vi prego in nome de’ vincoli che ci strinzono, volermi contentare, e significarmi per lettera la vostra abitazione e l’ora in cui possa venire ad abbracciarvi (2). Amo vostro Padre mio amatissimo zio per non desiderare il momento di vedervi ecc.. Di Antonietta Tommasini (3). [5 novembre 1831] (4). Ho sentito con sommo piacere che vi siete recato a Roma la qual cosa mì prova che voi siete in uno stato di salute discretamente buono. Vi sarà consolazione il trovarvi in mezzo a tanti monumenti della nostra antica grandezza. Quali memorie! quali desiderii! ma non vorrei che questa lontananza mi privasse più lungamente delle vostre vato per loro da Margherita d'Altemps. Le stanze che essi occupa- vano facevano parte dell’intero appartamento al 3° piano che aveva anche una uscita in Via Condotti, 81, ed era tenuto in fitto da un certo Luigi Corradi che aveva tenuto per sè la parte dell’appartamento che dava in Via Condotti. Cfr.: E. CELANO, Il Leopardi a Roma, in 4A G. Leopardi il Comitato nazionale universitario. Numero unico, 29 giugno 1889. Se non che la lettera dell'11 novembre 1831 alla sorella Paolina ha l’indirizzo di Via Condotti. n° 81. Evidentemente il Leopardi ed il Ranieri erano passati ad abitare il lato dell'appar- tamento occupato dal Corradi giacchè erano scontenti dell'altro; cfr. la lettera alla sorella Paolina del 19 ottobre 1831 in £p.7, Il, P. 435; ed a tale cambiamento si riferisce di sicuro la lettera del Firrao qui riportata. (1) Paolo Melchiorri era figlio di Ferdinanda Leopardi sorella del ‘onte Monaldo. Il suo vero nome era Camillo, e facendosi monaco henedettino lo cambiò con quello di Paolo. Fu abate nel monastero di S. Pietro a Perugia. (2) Nell’Epistolario leopardiano manca la risposta a questa lettera, Ma senza dubbio il Leopardi dovette darla perchè T]I novembre Seriveva alla sorella « Ho visto D. Paolo Melchiorri. tuo suecessore «nel donpaolato, buono e bravo giovanetto ». Cfr. Ep.7, II, p. 439. (3) Cfr. la nota 2 a p. 159. (4) Senza data, ma il bollo postale è: Bologna, 5 novembre 1831 12 — Giornale storico — Suppl. n° 24 178 M. ZEZON notizie. Datemele, e sollecitamente quanto più potete, e frequenti e buone. Niuna cosa desidero maggiormente di questa. Ora debbo dirvi, venendo agli associati alla stampa dei vostri canti (1), che io vi ho spediti ieloro nomi, i quali erano numerosi, e totalmente ne ho smarrito l’elenco. Sono quindi dolente, che siano andati perduti. Ad ogni modo spedite a Parma quel numero che credete di copie: che io cercherò, che ne acquistino. Ho letti quei canti de’ quali alcuni li conosceva già, e li ho trovati divini, e così tutte le persone dotte di questa città li ammirano come parto di altissimo ingegno. La pro- fonda filosofia, di che sono sparsi è anzi melanconica, che no, ma nuova e pur troppo vera. Io mi congratulo con voi, e colla nostra Italia che produce uomini della vostra qualità, ed altrettanto mi duolo, che il secolo ignorante, ed ingiusto non li riconosca e non gli #4 (1) L'edizione dei Canti fatta in quell’anno dal Piatti. 1l carteggio Leopardi-Tomniasini per le sottoserizioni a quei Canti comincia dall'estate del 1830. Vedi in Ep.? le varie lettere del Leopardi alla Tommasini dal settembre 1830 in poi, e in Scritti vari ecc., cit., le lettere delle famiglie Tommasini e Maestri dall'agosto 1830 in poi. A questa lettera il Leopardi rispose il 20 dicembre, e poichè la lettera manca nell’Epistolario, ma fu pubblicata dal Clerici che la rinvenne tra le carte Tommasini, credo opportuno riportarla anche qui: « Mia ‘ara Antonietta. — Giordani, per il quale mi prendo la libertà di acchiudervi una lettera, vi dirà come io stia di salute, e con ciò mi seuserà del mio lungo silenzio a due carissime vostre, e della brevità di questa. Non vi posso esprimere la gioia che mi recò il rivedere qui l'aureo anzi divino professor Tommasini, il quale ebbe la bontà, fermandosi così poco in Roma, di venire al mio letto due volte. Esprimetegli, vi prego, la gratitudine ch'io gliene sento, e fategli un milione di saluti per me. Con lui si convenne di una certa cosa, che io non mancherò di eseguire subito che la salute me lo permetterà, e ne avrò gran piacere. Credo di aver conservati i nomi degli associati che aveste la gentilezza di mandarmi, e poichè dite di aver perdute le soserizioni e nondimeno volete pure incaricarvi di dispensare i miei versi costì cercherò quella nota, e trovandola. lacchiuderò all'Adelaide, alla quale risponderò in breve. Addio, ‘ara Antonietta: potete pensare quanto sia il mio desiderio di rive- dervi. In ogni modo vogliatemi hene anco di lontano, e salutatemi il carissimo Ferdinando, e il bravo Emilietto. Addio, addio ». Cir.: (i. P. CLERICI, Dalle carte Tommasini (raspollature da servire alla biografia del Leopardi), in Archirio Storico per le provincie Parmensi, nuova serie, vol. NNT, 1921, p. 83. CI pe - = = = _ = _ CN z CS = - a“ CI = CS n CSI ca = CI CS z n = f LETTERE A G. LEOPARDI 179 onori. La lettera, che precede ai canti, ne è tristissimo argomento, e non la posso leggere senza lagrime. Questi miei sentimenti sono comuni a mio marito, e ai miei figli, i quali vi salutano carissimamente. Giordani anch'esso vi saluta di cuore, ecc. - Di Giorgio Federico Bunsen (1). [Novembre 1831] (2). Vi mando il Rapporto sui Vasi Volcenti di cui parlammo l'altro giorno. Spero che state meglio oggi: l’aria fuori continua di essere dolcissima nelle ore calde. Permettete domani al mio amico Dottore Morichini (3) che vi faccia una visita: gli ho scritto a tal effetto, e sono certo che egli v’inspirerà confidenza. Tra giorni verrò in persona a domandare le vostre nuove. (1) Carlo Cristiano Bunsen (1791-1860), uomo di Stato e scien- ziato. Studiò filologia sotto la guida dell’Heine. Nel 1815 conobbe a Berlino il Niebuhr, e nel 1816 fu a Parigi per perfezionarsi nell’arabo e nel sanscrito. Nel 1817 fu nominato Segretario dell'Ambasciata a Roma, dove s'era recato per desiderio del Niebuhr che vi dimorava come Ministro plenipotenziario di Prussia presso la Santa Sede. Nel 1822 vi conobbe il Leopardi e ne divenne grande ammiratore, adoprandosi soprattutto a cercargli un impiego che gli avesse potuto dare la possibilità di vivere fuori Recanati. Cfr.: A. GABRIELE, G. Leo- pardi în cerca di un impiego, Bari, tip. Cannone, 1889 e nell'Epistolario lenpardiano, ed. cit., vol. I e II le varie lettere dirette al Bunsen; BANDINI, G. Leopardi, ID Segretariato all’ Acculemia di Belle Arti in Bologna, in Rassegna Nazionale, 16 ottobre 1902. Quando nel 1831 il Leopardi sì recò di nnovo a Roma, Vamicizia col Bunsen divenne più intima. Nel 1838 il Bunsen lasciò l'Italia per l'Inghilterra ove nel 1841 fu ambasciatore di Prussia. Restano di lui lavori di eru- dizione e polemiche. Per le notizie hiogratiche efr.: MONTEFREDINI, La rita e le opere di G. Leopardi. Milano, Fratelli Dumolard, 1881 e A. D'ANCONA, Carteggio di Michele Amari, Torino, Roux-Frassati, 1896, vol. I, p. 372, nota. (2) Sebbene senza data, questa lettera si può ritenere scritta verso la fine di novembre, o il principio di dicembre 1831, perchè, come si rileva dall'Epistolario leopardiano, dalla seconda metà di novembre al 2 dicembre il Leopardi fu ammalato in Roma ed il Bunsen si recava spesso a visitarlo. In una lettera di poco posteriore a questa, e parla del Morichini. Cfr. £p.7, IT. p. 454. (3) Domenico Morichini (1773-1836) abruzzese, medico e chimico, Istituì a Roma un gabinetto chimico per Vinsegnamento di tale oli lani 180 M. ZEZON Di Oreste Raggi (1). Pisa, 28 dicembre 1831. Me felice, chè mi si presenta sì bella occasione di poterle palesare il mio affetto e la stima che ho sempre nutrita per lei fin da quando le sue imparegiabili Opere pervennero a mia cognizione. Ma che dirò poichè ebbi l’invidiabil fortuna di conoscere personalmente il più grande de' Lirici italiani, il primo luminare della nostra letteratura, siccome a buon diritto ella è stato già da gran tempo salutato da tutta Italia? troppo breve, è vero, fu il piacere di godere della sua amabil compagnia ma pure posso darmi il vanto di averla goduto e me fortunato se potrò sì belli momenti riavere. scienza. Fu socio di varie Accademie, come quella dei Lincei, delle Scienze di Torino e di Monaco, della Società Italiana di Modena. e della Reale di Londra. Serisse molte memorie scientifiche, fu amicis- simo del Cotugno, del Tommasini, ed anche il Leopardi lo stimò molto. Cfr. la lettera che scrisse al Vieusseux il 21 gennaio 1832, 7p.?, II, p. 454. Sul Morichini vedi VitTtORIO JANDELLI, Biografia del cav. dott. Domenico Morichini, professore di chimica nell’ Univer- sità di Roma, in Giornale Arcadico, tomo LXXII, Roma, tip. delle Belle Arti, 1837, pp. 248-270; e le biografie pubblicate nei giornali « Album » di Ronia, anno TIT, 1836, n° 41 e Diario romano, 23 na- vembre 1836, n° 94. (1) Oreste Ragci di Milano (nato nel 1812). Nel 1822 ai recò a Roma per studiarvi eloquenza, e quando quell'Università si chiuse pei moti del 1831, passò a Pisa ove nel 1833 si laureò in diritto e dove seenì le lezioni di eloquenza di Giovanni Rosini del quale serisse la vita. Tornato a Roma collaborò a vari giornali. come il Tiberino di Gaspare Nervi, Ape italiana di Giuseppe Melchiorri e l'Album. Nel 1835 pubblicò un volume intitolato Cenni intorno alla rita ed alle opere di Bartolomeo Pinelli, e poi un Discorso sopra un dipinto di Augusto Ratti che gli procurarono la stima di molti scrittori, come il Giordani, il Botta, il Niccolini, il Gargallo ed altri. Nel 1841 inco- mminciò un lavoro sui Monumenti sepolcrali eretti in Roma agli uomini celebri per scienze, lettere ed arti, che doveva essere di quattordici volumi ma che rimase di soli sei perchè l’autore non lo potè conti nuare essendo stato esiliato nel 1848. Dopo l'esilio sì recò a Carrara ed in Piemonte ove diresse un giornale settimanale L'Emulazione, dove pubblicò vari suoi lavori. Nel 1871 ritornò a Roma dove pub- blicò vari lavori letterari, tra cui una Vita di Giannina Milli. —= »- LETTERE A G. LEUPARDI 181 Ora pertanto mi son fatto un dovere in occasione del nuovo anno di augurarle tutte le prosperità che ella desidera, certo che questo sarà voto ancora di tutti gli altri Italiani per chi tanto di gloria e d'onore ha recato alla loro, ahi troppo sventurata, patria, ma nono- stante madre sempre feconda di straordinarii ingegni, siccome in lei certamente mostra indubitabile esempio, ecc. Di Giorgio Federico Nott (1). [1831] (2). Eguale al piacere che ho ricevuto dalla vostra Edizione del Petrarca, è «tato il dispiacere di ricavare dalla lettera aggiuntavi (3), che sia stata essa con sì poco giudizio criticata. Ma consolatevi col riflettere che (1) Giorgio Federico Nott (1767-1841) teologo è scrittore inglese. Fu spesse volte in ltalia e vi apprese con correttezza la lingua. Si dedicò allo studio della letteratura del secolo XVI e nel 1815-16 pubblicò in quattro volumi le Opere di Henry Howard conte di Surrey, e di sir Thomas Wyatt. In Inghilterra pubblicò un'edizione critica dei versi dell’antico Spencer, e nel 1832, a Firenze, diede alla luce L’Arventuroso Ciciliano di Busone da Gubbio del 1300, frutto delle sue ricerche sull’antica poesia italiana. Fece anche varie tra- duzioni italiane dall'inglese. (2) Senza data, ma certo degli ultimi mesi del 1831 in cui il Leopardi dimorò in Roma, perchè così si rileva da una citazione fatta dal Leopardi nel Commento al sonetto del Petrarca « L’Avrara Babilonia ccc. ». Cfr. qui la nota 1 a p. 182. (3) La « Scusa dell'autore » che il Leopardi, con lettera del 13 set- tembre 1826, inviò allo Stella perchè la pubblicasse in fine del secondo volume del Commento del Petrarca, che è riprodotta nel volume degli Studi filologici a cura di Pietro PELLEGRINI e PIETRO GIORDANI, Firenze, Le Monnier, 1853, p. 299; e Scritti letterari a cura di G. Me- STica, Firenze, Le Monnier, 1899, vol. IT, p. 362. In essa egli si duole che. dopo aver « condotta a fine un'opera piena di fatica e di noia » gli tocchi di dover « dimandar perdono ai lettori » perchè il suo lavoro era stato giudicato da un « poctino » di Torino «cosa inettissima e “degna di esser letta da uno scolaretto sgusciato dalla Grammatica » ed il padre Cesari si era « scandalizzato » pereb'egli aveva chiamata “antica ed oscura » la lingua del Petrarca. Cfr. a tale proposito ciò che gli scrisse lo Stella con lettera del 6 settembre 1826 in £p.7, III, Pp. 415-16 ed anche la Prefazione dell'Interprete che il Leopardi serisse per la ristampa del Commento del Petrarca, fatta a Firenze nel 1837 182 M. ZEZON voi soffrite in comune con quasi tutti gli autori di merito. Pochissimo è il numero di coloro che sono capaci di criticare sanamente di Opera di valore; perchè questo presuppone dalla parte del critico, talenti eguali a quelli dell'Autore. Quanto sia grande la disposizione, nel vostro caso, è inutile ch'io vel dica. Lasciate dunque dire la gente; ed a guisa di quel Magnanimo, mostratevi fermo come lo scoglio, che sì oppone immoto al vano soffiar de’ venti, i quali non riusciranno mai a farne crollare la cima. Frattanto io vi ringrazio cordialmente del- dono ch'avete fatto al Pubblico, nella vostra preziosa, benchè piccola Edizione del Petrarca: la quale per essere semplice, non manca di essere dotta. A mio avviso essa è la più utile, e perciò la migliore Fdizione, che forse finora sia mai comparsa di quell’Illustre Poeta. Nell’annotazione fatta alle parole «e quella fia in Baldacco »: nel Sonetto che comincia, « L’avara Bubilonia », voi dite che il passo è talmente oscuro che non vi a'tentate di mettervi una spiegazione del vostro. Ho paura di essere incolpato di presunzione se io mi ardisco di pro- porvene una, tanto più in quant9 che il passo non mi sembra molto difficile da intendersi. Lo farò per altro fidaniomi nella vostra bontà, e nella gentilezza del vostro carattere (1). dal Passigli, in Studi filologici, cit., p. 301, e in Scritti letterari, cit., p. 391; dove, dopo aver espresso il suo rammarico per le accuse «d’inutilità » fatte al sun lavoro da alcuni, aggiunge « Molti stranieri « mi ringraziarono, non senza maraviglia, di poter leggere un poeta «italiano coi medesimi sussidi che si hanno per leggere i latini e i « greci D. . + (1) IH Lenpardi accettò l’interpretazione del Nott e la riportò nella seconda edizione del Commento alle Rime del Petrarca fatta a Firenze nel 1837 dal Passigli. A proposito dei versi 6-8 del sonetto L’Avara Babilonia, ece.. infatti egli serisse « Ill dott. Nott, letterato «inglese, che ha pubblicato in Inghilterra un'edizione critica dei «versi dell’antico Spencer, e che nel 1832 diede alla luce in Firenze c L’avrenturoso Ciciliano, scrittura toscana del 300. non più stam- «pata; in una lettera che m'indirizzò nel 183! a Roma, propose di «questi versi, che nella prima edizione del presente Comento io non “aveva potuto spiegare, un'interpretazione, che credo verissima: «el è questa. Il Poeta, perseverando sempre nella prima figura, «come ha chiamato Avignone col nome di Babilonia, così dinota con «quello di soldano o sultano il papa, e Roma con quello di Baldacco, e + LETTERE A G. LEOPARDI 183 Petrarca come buon Cattolico vedeva con dolore la Sede Pontificia tolta da Roma e trasportata in Avignone. Si figurava adunque la Chiesa, quasi in cattività; e più per questa causa, che per i vizii che ivi si praticavano, chiamò Avignone, e qui, ed altrove, Babilonia. Non cessava il Poeta coi suoi scritti, e colle sue preghiere di sollecitare da Iddio, e dagli uomini, quel cambiamento di cose ch'egli cotanto desiderava: e si lusingava che il tempo non fosse lontano, quando un Papa dovesse venire che lo metterebbe in esecuzione. Egli non doveva però indicarlo col suo vero titolo di Papa, perchè si era servito nel principio del Sonetto, del nome di Babilonia; ed il giusto titolo del Sovrano di quella Città, era, come ognuno sa, il Soldano. Si servì dunque (Petrarca) di questo termine, dicendo «nuoro soldan reggio per lei b; come per convenienza: perchè avendo una volta cominciata con allusione a Babilonia, bisognava che la metafora (ossia figura), fosse conservata intera in tutte le sue parti sino alla fine del periodo. Ed in fatti, la similitudine tra il Soldano e Babilonia, da una parte, e Roma e "1 Papa dall’altra, era allora assai più grande, che oggi, al primo colpo d’occhio, a molti non appare. Baldacco era la Capitale dell'Impero, e della Religione Musulmana, come Roma lo era della Cattolica. Ma i Soldani di Baldacco, a causa di molte divisioni e scismi particolarmente quello di Persia, erano, a quell'Epoca, decaduti dalla loro grandezza di prima: finge dunque il Poeta di desiderare che quelle divisioni fossero tutte spente, di modo che vi restasse per i Soldani una sola Sede d'Impero, la quale doveva essere Baldacco, riconosciuta, per molti secoli, la vera sede del potere Musulmano: cioè, in altre parole; desiderava che Roma fosse fatta (come prima) la Capitale della Chiesa Cattolica, In prova di questo, levate le parole che formano la Metafora, € vedrete che questo è il senso letterale del passo, e la mente del Pocta. Io sono fuggito da Avignone in Valchiusa, perchè la Chiesa in Avi- gnone è sommamente corrotta, e quasi schiava: e qui, aspettando n — ‘cioè di Bagdad, ultima e stabile sedia de' califti, cioè ricarj di Mao- “metto, e capi della religione maomettana., E si dice che verrà un “nuovo soldano, cioè un nuovo Papa (dove io eredo che intenda ‘qualcuno de’ suoi Colonnesi), il quale farà una sola sede, lasciando ‘Babilonia, cioè Avignone, e tornando a fermare la residenza sua e de’ successori in Bagdad, cioè in Roma ». 184 M. ZEZON il cambiamento che ragionevolmente si aspetta, e dovrebbe farsi, mi struggo e fiacco. Vero è che questo cambiamento non verrà così tosto come io vorrei. Verrà non ostante perchè io veggo venire un nuovo Papa (è probabile che avesse in mente il suo amico il Cardinal Colonna) il quale farà sì che la Chiesa non avrà (come ora) due sedi; ma una sola; e quella fia in Roma. Non voglio occuparvi più, se non per assicurarvi della mia vera stima, ecc. Di Raffaele Bertinelli (1). [Fine del 1831 o primi mesi del 1832). La casa sulla quale io faceva disegno, è affittata. Ne ho trovata un’altra. Sono due camere, la prima esposta a settentrione, la seconda a mezzodì, vi è pure il caminetto nella seconda. Il prezzo è di scudi 7. Non sarà male ch'Ella la veda. La strada è centrale: Via detta Fon- tanella di Borghese, posta fra il Corso, e la Piazza Borghese. La gente di casa pare buona, se diventasse cattiva sono pronto io, per capello che le torcessero, a torcere il collo a uomini, donna, fanciulli, e qua- lunque altro della casa: mi dica quando le piace di recarvisi, ecc. Di Giambattista Podalirj (2). [1832] (3). Giambattista Podalirj venne ad ossequiare il Conte. S. E. il Sig. Mi nistro di Prussia (4) ha replicate volte domandato allo serivente ed al Sig. Giulio nuove del Sig. Leopardi che stima tanto. (1) Cfr. la nota 3a p. 174. (2) Forse quel Podaliri che fu eletto deputato recanatese invece di Monaldo Leopardi nel 1831 per cui il conte Monaldo, che aveva sperato di ottenere la nomina, disilluso, il 24 maggio 1831 aveva scritto al marchese Antici « Siccome con voi non faccio misteri, vi « confesserò ingennamente che avanti ieri udendo quanto vi ho nar- «rato (che cioè la Magistratura avea firmate le credenziali con cui «un Podaliri era stato nominato Deputato recanatese a Roma) sentii «che il nuo sangue si rimescolò un poco nelle vene, e che mi salivano «certi vapori al cervello parendomi non aver meritato tale tratta. «mento... ». Cfr. Lp.?, cit., TI. p. 416 in nota. Il 12 dicembre 18831 il Leopardi parla di un Andrea Podaliri, alla sorella: « Andrea Podaliri «ehe non mi potè trovare, abitava semplicemente nella mia stessa (Vedi note 3 e 4 a pag. 864.) i Lr Lr — di tz #5 —— ——_———_—_—__ LETTERE A G, LEOPARDI 185 Di Giampietro Vieusseux (1). Firenze, 28 febbraio [1832] (2). Estratto di lettera del mio corrispondente di Torino (3): Fui ieri a visitare il teologo Gioberti (4). La sua salute è buona, almeno per quanto il comporti l’incomodo suo, che oramai gli è ‘casa, con gli stessi padroni; ed io lo seppi la sera che arrivai »; efr. Ep.", cit., II, 445. Ed il 16 marzo 1832 le seriveva « Se Giovanni : Podaliri è tornato, o quando tornerà, fagli avere i miei saluti: nè ‘egli mi trovò in casa, nè io lui, e non ci siamo visti». Cfr. Ep.?, II, 466. (3) Senza data, ma si può ritenere della fine del 18231 o de! prin- cipio del 1832, giacchè il 24 dicembre 1831 il Leoparlì scrisse al De Sinner che vedeva spesso il Ministro di Prussia, cavalier Bunsen ». Cfr. Ep.?, cit., II, 450. (4) Carlo Cristiano Bunsen. (1) Cfr. la nota 1a p. 171. (2) Certo del 28 febbraio 1832 perchè il 21 gennaio di quell’anno il Leopardi aveva scritto al Vieusseux di voler chiedere al suo corri- spondente di Torino, notizie del Gioberti ed informarsi se gli era giunta una sua lunga lettera dell'ottobre 1831. Cfr. £p.?, cit., II, p. 455. = 13) Giuseppe Grassi col quale anche il Leopardi era in relazioni epistolari sin dall'8 febbraio 1819. Anche altre volte il Leopardi sera servito di tale mezzo per avere notizie del Gioberti. Il 28 agosto 1828, quando si sparse la voce che il Gioberti era gravemente amma- lato a Milano il Leopardi scrisse al Viensseux « Avrei carissimo se per «mezzo de’ vostri corrispondenti di Torino poteste avere qualche ‘notizia del buon Gioberti, da] quale non ho risposta alle mie lettere, ‘e sapendo che sputò sangue ed ebbe altre gravi indisposizioni a Milano, temo purtroppo fortemente che sia 0 malato 0 morto ». Cir. Ep.?, II, p. 376. Nel carteggio inedito del Vieussenx nella Biblioteca nazionale di Firenze vi sono la lettera che il Vicussenx serisse al Grassi il 7 set- tembre 1829 per chiedergli le notizie che desiderava il Leopardi e la risposta del Grassi, che nii sono state comunicate e che qui riporto. Il Vieusseux scriveva «... Anche l'ottimo Conte Leopardi mi scrive «da Recanati esser peggiorato di condizioni. Egli mi chiede un'in- : formazione per ottenere la quale devo dirivermi a voi. Eeli viaggiò ‘l'anno passato da Siena a Recanati col prof. abate Gioberti di Torino: (Vedi nota La pag. seg.) 186 M. ZEZON abituale. Oltre suoi affettuosi abbracci, vuole pure che gradiate la sua viva gratitudine per la buona memoria che serbate di lui. Egli rispose al Leopardi nel principio della seconda quindicina di gennaio scorso, e diresse a Roma la lettera. Se il Conte partì da Roma, la lettera dovè seguirlo, e l'avrà egli avuta a Recanati o a Firenze. qualunque possa essere stata la sorte della lettera, ciò che preme ora a questi si è di conoscere ov’abbia il Conte fissata la sua dimora per scrivergli. [Segue nello stesso foglio]. Carissimo Leopardi. Ricevuta questa lettera, ho seritto subito al medesimo Gioberti per dargli le vostre nuove, ed assicurarlo che presto sarete sempre a Firenze. «quel Gioberti che noi abbiamo conosciuto qui a Firenze ci parve «a tutti un uomo di merito e molto conoscitore dell'andamento «attuale degli studi filosofici in Europa. Egli promise a Leopardi di « serivergli appena tornato a Milano; ma le lettere aspettate con «impazienza non sono mai arrivate. Ora s'è sparsa la voce ch'egli «s'ammalò a Milano; altri dicono esser egli morto. Potreste voi infor- «marvi cosa ne sia, e nel caso, come voglio ancora sperare, che il «(Gioberti sia ancora tra’ viventi, e tuttavia a Torino, aver la com. « piacenza di fargli sapere che io, ed il Conte Leopardi siamo ugual. «mente impazienti di aver delle sue nuove? ». Due giorni dopo, il 9 settembre ‘29 il Grassi gli rispondeva «... Spero di avere a me «nel giorno di domani il dottissimo ab. Gioberti, che più d'ogni « altro fra noi è addentro negli studi filosofici di questa età; egli mi «aveva portato l'anno scorso i saluti del Conte Leopardi, e sì era «assunto l'incarico di serivergli alcun che per parte mia; forse la «lettera sì sarà smarrita: noi ci vediamo di rado, ma so che sta hene. «e non mancherò di stimolarlo a scrivere a quell'’anima bennata, calla quale vi prego di ricordarmi e dirle, che ove le occorra alcuna «cosa in Torino, faccia a fidanza con un suo vecchio amico, qual io «fui e mi pregio sempre di essere ». (4) Sul Gioberti efr. la nota bibliografica in G. Mazzoxi, L'Otte. cento, cit., pp. 1435-36 e 1451. Per le relazioni col Leopardi cfr. Mas. SARTI, Ricordi biografici e cartegnio di V. Gioberti, Torino, Botta, 1860. I. p. 123; DAvIELLA KLITSHE DE LA GRANGE, Lettere di Gioberti c Leopardi, in Corriere d'Italia, 15 febbraio 1907; G. BaLsaMmo-CRI. VELLI, Gioberti e Massari. Carteggio, Torino, Bocca, 1920, pp. 365 sg. - don. i ir n LETTERE A G. LEOPARDI : 187 Di Francesca Bunsen. rd i marzo 1832. Mio marito dovendosi oggi trattenere in casa per ragione di un rattreddore un poco forte, non può passare da Lei in persona per pregarla di volerci far la grazia di venire da noi questa sera: spero che non ci dirà di no. Se mi volesse permettere di mandare il legno, sa- rebbe agli ordini suoi. Saremo in piccola comitiva, e speriamo di vederla alle ore sette e mezza, ossia un’ora e mezza di notte. La Signora Contessa Mosti ci favorisce questa sera. Di Giampietro Vieusseux /1). 17 marzo 1832. La Busdraghi non puole accomodarsi come vorreste (2), ed il Capei (3) non ha nulla disponibile nella casa da lui abitata, convien dunque che scendiate per pochi mesi alla locanda, piuttosto che fittare per un mese, come dovrebbe farsi, un quartiere che forse non farebbe per voi. Ve n’è uno di tre stanze vicino alla Busdraghi, è casa della suocera del Comei, il quale forse vi converrà; ma non posso impegnarvi, ecc. —- TT —_—_—_—___—__6& (1) Cfr. la nota 1a p. 171. (2) Il Leopardi sin dal febbraio 1832 aveva espresso al Vieusseux il desiderio di voler ritornare a Firenze poco dopo il carnevale inca- ricandolo di chiedere alla Bus'draghi se avesse disponibili un paio di stanze. Alla risposta negativa, cfr. Seritti vari, ecc., cit., pp. 4588-89. non volendo andare in locanda, gli serisse di nuovo il 10 marzo pre- gandolo d'informarsi se il Capri avesse potuto dargli due stanze nella sua casa. Ma neppure ciò fu possibile e quando il 22 marzo di quel. l’anno, insieme col Ranieri ciunse a Firenze fu costretto a fittare un quartierino nuovo di cui fu ben presto scontento. Cfr. 2p.7, IT, 472. (3) Pietro Capei di Lucignano (1796-1868) si occupò di storia del Diritto e di Areheologia,. Collaborò all'Anfologia del Vieusseux e fu accademico georgofilo. Cfr. M. Tanarrini, Vite e ricordi d'italiani illustri, Firenze, 1884. pp. 139-145 e P. Pruxas, L'Antologia di Giam- pietro Vieusseur, Roma-Milano, 1906. passim. 188 M. ZEZUN edi Di Annesio Nobili (1). Pesaro, 2 aprile 1832. Le avevo diretto in Roma le due copie dei Dialoghetti (2) di quarta edizione, ma Lei n’era già partito, ed io ho pensato a ritirarle. Qui unito le ne rimetto altre due copie, con un vol. I della Storia Fran- gelica (3) che già Lei ne sa l’uso che ne deve fare. Tali articoli li rice- verà a mezzo di cotesto Sig. G. P. Vieusseux mio buon amico. Di tanto le sono in dovere, ecc. Di Carlo Emmanuele Muzzarelli (4). Roma, 5 aprile 1832. Ricevo in questo punto la pregiatissima sua in data 2 corrente e la ringrazio della conoscenza che mi procura del Sig. Brighenti, che io già conosceva di riputazione per le Opere da lui pubblicate del (1) Annesio Nobili, tipografo dapprima a Bologna, poi a Pesaro. Per le sue relazioni con Monaldo Leopardi di cui pubblicò I Dialo- ghetti sulle materie correnti nell'anno 1831 e L’Istoria evanaelica, efr. A. AvoLI, Autobiografia di Monaldo Leopardi, Roma. Befani, 1883, pp. 358 sg. Nel 1832 per incitamento del Nobili Monaldo Leopardi, che sino allora aveva mandato alcuni suoi articoli al giornale cleri- cale di Modena, La roce della verità, fondò un nuovo giornale La voce della ragione che si stampò a Pesaro pei tipi del Nobili fino al 1835, anno della morte del Nobili, in cui fu soppresso dal Governo ponti- ficio. Nul Nobili vedi: Elogio funebre di Annesio Nobili, Pesaro, dalla tip. Nobili, 1835. (2) I Dialoqhetti sulle materie correnti nell’anno 1831, stampati a Pesaro con la data 17 dicembre 1831. In tre mesi ne furono fatte sci edizioni in Italia e varie traduzioni in lingue straniere (cfr. nel volume delle Lettere scritte a G. Leopardi dai suoi parenti, Firenze, Le Monnier, 1878, Veleneo degli seritti di Monaldo Leopardi) e furono molto ricercati a Roma; efr. ciò che serisse in proposito il Leopardi alla sorella ed al padre il 2 febbraio e I°8 marzo 1832 in Ep.?, II, pp. 456, 463. ” (3) ZL'Istoria evangelica scritta in latino con le sole parole dei Sacri Eranqelisti, spiegata in italiano e dilucidata con annotazioni dal conte MoxaLpo LEOPARDI, Pesaro, 1832. (4) Carlo Emmanuele Muzzarelli di Ferrara (1797-1856) uomo poli- tico e letterato, ministro di Pio IX e della Repubblica romana ed LETTERE A G. LEUPARDI i 189 Monti (1), e pel giornale che si stampava in Bologna, se non erro, col titolo del Caffè di Petronio (2). Trascrivo in dorso alla presente un brano di lettera del Nunzio di Napoli, riguardante il comune amico Ranieri, cui vorrà comunicarlo, e dirgli, che sono dolentissimo, che le mie poche premure non abbiano fin qui ottenuto l’effetto deside- derato. Sono in attenzione della risposta del Ricci: Dica ancora a questo comune amico, che riceverò con piacere quando che sia la nota degli autografi posseduti dalla Signora Fanny Targioni (3). Ritorni i miei saluti alla Lenzoni (4) ed al Nicolini, ecc. [Segue nello stesso foglio]. A Mons. Folicaldi - Roma. Facendo seguito ad altra mia, le par. tecipo i risultati degli eccitamenti fatti praticare al Sig. Ranieri, im- . piegato in questa direzione generale delle Poste, perchè volesse annuire ad una più lunga dimora del suo figlio costà (5). Egli pertanto mi ha esule dopo il 1849. Vedi: O. MarcoALDI, Biografia del Conte Carlo Emanuele Muzzarelli, Genova, 1856. Nel 1825 il Muzzarelli scrisse dei versi intitolati Al conte Giacomo Leopardi che per desiderio del Leopardi stesso furono pubblicati nel giornale il Caffè di Petronio, nel penultimo numero, 17 dicembre 1825. (1) Il Brighenti intraprese l’edizione delle Opere del Monti nel 1825 per cui ebbe anche qualche aiuto e consiglio dal Leopardi che appunto in quel tempo era a Bologna e frequentava la sua casa. (2) Il Caffè di Petronio ossia Notizie teatrali, bibliografiche ed urbane, era un giornale settimanale di Bologna il cui fondatore e compila- tore principale era Pietro Brighenti. Ebbe un anno solo di vita. nel 1825, in cui si stampò pei tipi di Annesio Nobili. Il 1° numero fu pubblicato il 1° gennaio 1825 e l'ultimo il 24 dicembre di quel- l’anno. Il Leopardi fu informato dal Brighenti di questa sua nuova impresa nel marzo, e gliela lodò permettendo anche che vi inserisse suoi scritti. Cfr.: ©. Lozzi, N Caffè di Petronio e G. Leopardi, in N Bibliofilo, anno III, 1882 e €. BexEDpETTUCCI, Leopardi. scritti editi sconosciuti, Recanati, Simboli, 1885, pp. 175 seg. (3) Cfr. la nota 2 a p. 167. (4) Cfr. la nota 3 a p. 170. (5) 11 22 marzo 1832 il Ranieri era ritornato col Leopardi a Firenze, Sin dal gennaio del 1831, il Ranieri, dopo la concessione che era stata data agli esuli napoletani di ritornare in patria, era stato dal padre. Francesco Ranieri, ispettore generale delle Poste, richiamato in Napoli, ma dopo breve remtenza ottenne di rimanere fuori ancora per qualche tempo. Pochi mesi dopo, il padre, revocando il permesso 190 M. ZEZON fatto intendere, che se non saprebbe obbligarlo a tornare in Napoli non può usare una simile condiscendenza nel fornirgli dei mezzi per sussistere, avendo già sborzate delle somme per soddisfare diverse tratte da lui gravategli, e nella estinzione dei debiti dal medesimo contratti, tanto più che le sue risorse son ben limitate. Se questo ragguaglio non è consentaneo all'impegno addimostratole in propo- sito da Monsignor Muzzarelli, sarà Ella nella Sua ragionevglezza con- vinta, che io non poteva esaurire altri mezzi per corrispondere aj suoi graditi comandi. A Di Pietro Brighenti (1). Roma, 10 aprile 1832. Mille e mille cordiali ringraziamenti di tutti noi per le premure che vi siete date onde raccomandarci a Mons. Muzzarelli, il quale aveva avuto la bontà di cercare di noi innanzi che avessimo potuto ricapitargli la lettera che avevamo per esso. Se mai aveste occasione di serivergli. vi raccomando che vogliate dirgli quanto gli siamo grati delle urbanità usateci, che non potevano essere maggiori: frutto ben degno delle commendatizie di un Leopardi e di un Giordani. Noi siamo venuti ad abitare un discreto quartiere appresso il teatro Valle. So che a voi ed al Sig. Ranieri è notissimo, perchè è quel medesimo che fu abitato dalla amabilissima Pelzet (2). Siamo datogli lo richiamò di nuovo, è per obbligarlo al ritorno gli sospese gli assegni. Durante il soggiorno a Roma il Leopardi parlò di lui al Bunsen, ed il Ranieri aveva pensato di farsi raccomandare dal Bunsen al Rappresentante di Prussia in Napoli, perchè gli avesse fatto otte- nere il passaporto per riuscire da Napoli quando avesse voluto. Ma il Leopardi lo aveva dissuaso ritenendo indiscreto chiedere al Bunsen, per il posto che occupava, un favore per «una persona incorsa in «sospetto del governo ». Cfr. in Zp.7, Il, pp. 4167-68 la lettera al Bumsen del I6 marzo 1832. Dovettero invece rivolgersi al Muzzarelli. (D) Cfr. la nota 1a p. 155. 2) Maddalena Pelzet fiorentina (1802-1854), artista drammatica, che in Firenze, a Roma ed in altre città d'Italia, oltre che riportare successi aveva acquistata Unmmirazione di illustri letterati. È noto quanto lamasse il Ranieri. Cfr. a tale proposito: G. MESTICA, Studi Leopardiani. Firenze, Le Mounier, 199% pp. 127 e seg.; G. CHIARINI, Vila di G. Leopardi, Firenze, Barbera, 1921, pp. 392 syg.; e le lettere LETTERE A G. LEOPARDI 191 in ottima salute e si crede che Marianna debutterà colla Straniera del Bellini: ma non si andrà in iscena che il 30 del corrente. Di Roma abbiamo veduto alcune strade e chiese, che non mi sono sembrate maggiori di quelle di Milano o di Firenze, anzi tutto in complesso Roma moderna non mi ha fatto il minimo senso di sor- presa. Moltissima però me ne ha fatto il S. Pietro, tra queste, e vorrei tornarvi di spesso se non fossi così lontano: sdegno il presente Cam- pidoglio; meraviglia il Panteon, meraviglia e commozione grandissima il Campo Vaccino che rivedrò più volte e minutamente. Del resto non ho veduto. nulla o quasi nulla. Abbiamo di spesso il tempo cattivo. Ho da pregarvi di un favore sommo; e se mai per la vostra salute non poteste, ardisco impegnarvi a supplicare il Sig. Ranieri a non ricusarsi di farlo. Ho saputo che da Pisa mi furono inviate a Firenze stampe e lettere e là pervenute alla nostra direzione, mentre noi ne partimmo. Io avevo lasciato commissione di rivoltarle a Roma non a Firenze. Ora mi occorrerebbe che tali lettere e stampe mi venissero finalmente qui indirizzate. La spesa che occorrerà ve la rimborserò. Mi raccomando molto di tal favore: ed al Sig. Ranieri vorrete far wradire i nostri comuni doveri e saluti più distinti. I nostri nomi già li sapete: Pietro, Marianna, Anna e Maria (Galvani) Brighenti. Una causa assai strepitosa è stata qui giudicata in favore di un Fumorali contro la R. C. A. sopra una scrittura a stampa dov'è chia- mata la detta Camera piena di ladri assassini, con altre consimili gentilezze verso Mons. Tesoriere. Niuna censura ha sofferto il così libero dicitore: la qual libertà sebbene non dissimuli che senta assai d’inciviltà e di villania, e sia fuori affatto dai modi convenienti alle parole di una colta persona, pure non mi è rineresciuto affatto che vi sia poi nel governo tanta tolleranza la quale se fosse in cose di mi- gliore interesse e pubblica utilità mi darebbe anche una maggiore consolazione. Addio, amatissimo Giacomo. Accogli amorevolmente, come suoli, i complimenti e i saluti più affettuosi delle mie donne. Oh! perchè mai partisti di Roma quando noì ci venimmo! Sarebbe stato per noi un gran conforto la tua presenza! Amami ecc. del Leopardi al Ranieri dal dicembre 1832 all'aprile 1833 in A. RA- NIERI, Sette anni di sodalizio con G. Leopardi, Napoli, R. Ricciardi, 1921. pp. 126 sgg. ed in £p.?, IT, 612 «go. 192 M. ZEZON Di Antonietta Tommasini (1). [17 aprile 1832) (2). Io avrei conservato il silenzio finchè mi fosse giunta la nota degli associati che mi diceste di spedirmi (3), per non obbligarvi a rispon- dermi sapendo la vostra poca salute. Ma ora non debbo tacere cono- scendo quanto ci siete affezionato. Troppo sono certa che vì avrà fatto molta pena l'aver saputo, che in Parma s’ebbe una terribile scossa di terremoto, per cui tutta la città fu presa dal più forte «pa- vento. Ed è così vero che i pubblici passeggi furono ripieni di ogni stoffa di persone per diverse notti. Molte case in Parma. e nelle cam. pagne hanno sofferto grandemente, e molte famiglie sono obbligate a bivaccare allo scoperto, come noi nelle prime due notfi temendo maggiori disgrazie. Noi ritornammo però alle nostre abitazioni perche queste non presentano alcun pericolo. Jo ho per certo che queste no- tizie non vi saranno discare, perciocchè possono tranquillizzarvi in- torno voci esagerate che vi saran forse pervenute. Ditemi alcuna cosa della vostra salute, sulla quale il mio animo è sempre in molta agitazione. Vi prego anche dirmi se v'è stata con- segnata a Roma dal Sig. Dott. Menfi la seconda edizione del mio libretto alla quale ho aggiunti alcuni articoletti, di che mi farete sommo pia- cere dicendomi il vostro parere (4). Poco tempo fa ebbi lettera dalla ‘ara vostra sorella, e mi assicura di godere ottima salute. Credete che è un giorno di letizia quello nel quale ricevo i vostri, o caratteri di Lei, Mio marito vi riverisee, e vi esprime per mezzo mio, la sua riconoscenza per le cose amichevoli che gli dite. L’Adelaide. Emi lietto, Clelietta, Ferdinando, tutti vi baciano coll’animo, ecc. (1) Cfr. la nota 2 a p. 159. (2) Senza data ma il bollo postale è: Parma, 17 aprile 1832. (3) Per Vedizione dei Canti fatta dal Piatti nel 1831. (4) La seconda edizione dei Pensieri di argomento morale e lette rario, fatta nel 1831. H Leopardi rispose il 25 aprile, affermando di non aver ricevuto il libro e dolendosene. Cfr. Ep.7, II, p. 472. LETTERE A G. LEOPARDI | 193 Di Ruggiero Antici (1). Roma, 19 maggio 1832. Bellissima maniera di canzonare la povera gente! tenerla a bada con le parole, colle promesse, colle sincerazioni, ecc., in fatto poi con dei graziosissimi, e gentilissimi nulla! bella !, bella !!!... E come no? Quante promesse ho io ottenute dalla vostra preziosissima per- sona e che avrei avute quelle vostre Canzoni, e che già avevate scritto a Parigi, a Milano, a capo al Mondo per procurarmele; in verità poi non sono state che parole, con nostra buona pace. Imaginate poi che bella figura ho dovuto fare con chi m’era obbligato di trovarle... Eh! signorino mio, i Romani non sono gonzi, come dai forestieri sì crede, sicchè o compiacetevi di farmi avere una vostra sincera- zione, o di procurarvi il piacere di avere tandem aliquando quello, di che vi ho tanto richiesto. Ai 4 del mese venturo spero di andarmene a Recanati con tutta la famiglia per rappezzare la sdrucita mia salute; se avete comandi per quelle parti vi prego favorirmene che mi farete cosa gratissima. Non dubito, che la vostra salute sia almeno sufficiente in cotesto lentissimo cielo, tanto più adesso che con sommo contento ho letto il vostro nome tra i Sigg. Cruscanti (2): ma ditemi di buona grazia quelli tali della Crusca, si cibano sempre di sola erusca, oppure questa crusca sì converte per loro in pagniotte; 0 per esprimermi meglio, evvi per questi fumo e arrosto; oppure solo fumo ? Vi ricordo alla memoria quel Sig. R. Bertinelli (3) tanto vostro amico, ed a voi così caro!?! il quale per la stima ed affetto che vi Porta, mi sono accorto che si troverebbe pago a questo mondo se fosse certo di essere in qualcuna delle vostre. saccoccie!?! Deh! per carità appagatenelo, ece. (1) Ruggiero Antici Mattei era figlio di Carlo Antici e quindi cugino di Giacomo Leopardi; fu poi cardinale. (2) Il Leopardi fu nominato socio corrispondente dell'Accademia della Crusca il 27 dicembre 1831 e la notizia fu pubblicata nel I fasci- colo dell'Antologia del 1832. Cfr. ciò che scrisse a tal proposito al Vieusseux il 14 febbraio 1832, ed al Segretario dell'Accademia Giam- battista Zannoni il 27 marzo di quell’anno in /p.7, IL, pp. 457 e 470. (3) Cfr. la nota 3 a p. 174. 13 — Giornale storico — Suppl. n° 24. 194 M. ZEZON Di Giuseppe Melchiorri (1). Roma, 24 maggio 1832. Con qualche fatica mi è riuseito di far inserire nel foglio di ieri il vostro articoletto di giustificazione (2). Nulla però ho pagato mentre il direttore Sig. Cavalletti (3) a vostro, e mio riguardo ha voluto inse- rirlo gratis. Eccovi adunque contento su di ciò, e tranquillo, benchè chi conosceva voi, ed il vostro stile, non poteva dubitare che voi foste l'autore di quel libro; poichè voi non avete mai trattato di quelle materie, ed il vostro stile è lontano da quello le mille miglia. Circa le ricerche alla Vaticana, di cui vi serivono da Parigi, sarò da Monsi- gnore Mai (4). onde vedere di ottenere ciò che bramate. Per la colla- zione però dei codici di Plauto, voi sapete che quella Biblioteca ai chiude alla fine di giugno, perciò io non potrò far altro che procu- rarvi la notizia de’ Codici, voi ne seriverete a Parigi, e di là potranno dare l'ordinazione (5). Basta, di tutto ciò ci sentiremo per lettera prima della riapertura della Biblioteca a novembre. (1) Giuseppe Melehiorri fielio di Ferdinanda Leopardi, sorella di Monaldo, areheologo e numismatico, coetaneo ed ammiratore del suo grande cugino. Trasferitosi a Roma nel 1819 morì ivi nel 1856. (2) Con lettera del 15 maggio 1832 il Leopardi aveva scritto al cugino marchese Giuseppe Melehiorri dì voler fare inserire nel gior- nale IZ Diario di Romea la dichiarazione di non essere egli l’autore dei Dialoghetti sulle materie correnti nAlPanno 1831. Cfr. Ep.?, II pp. 473-74. (3) Direttore del giornale il Diario di Roma. (4) Angelo Mai di Schilpario nel Bergamasco (1782-1834), erudito, profondo conoscitore delle lingue classiche e moderne, paleografo ed archeologo. Bibliotecario prima nell'Ambrosiana di Milano, poi nella Vaticana, scoprì e fece conoscere codici antichi, come dei discorsi e frammenti di Cicerone, Plauto, Marco Aurelio, ece. Meritò l’ammi- razione dei più grandi letterati contemporanei, come il Giordani ed il Leopardi. Per le notizie biografiche vedi: G. Mazzoni, L'Ottocento, cit., pp. 535 seg. e la nota bibliografica a p. 1376. Per le relazioni col Leopardi vedi: Euia Zerbini, Angelo Mai e G. Leopardi, Ber- cano, tip. Gaffuri e Gatti, 1882; G. Taormina, Sul canto Leopar- diano ad A. Mai, Palermo. 1890 e le varie lettere del Leopardi al Mai in Zp.7, v. I. ì (5) Il 15 maggio 1832 il Leopardi aveva scritto al Melchiorri che da Parigi il signor Dubner, che preparava una nuova edizione di LETTERE A G. LEOPARDI 195 Voi non mi dite nulla della vostra salute, la quale pur sapete che mi è preziosissima. La mia è buona, ed è pur buona quella della mia famiglia, e se non fossero le angustie economiche, che come sapete mi tormentano senza fine, sarei pur meno infelice. Ma il mio progetto di traslocamento ancora non ha potuto aver luogo, poichè io ho la disgrazia di non saper fare il brigante, e questo è il paese degl’intrighi, senza de’ quali non si ottiene nulla. Datemi notizie dell’amabilissimo Ranieri. Io stimo moltissimo quel giovane, e vorrei che avesse motivo di esser men triste, salutatelo però cordialmente. Mia moglie, ed i miei ragazzi vi salutano, ed in particolare la mia Nina, alla quale non può ancora entrare in capo come siate partito senza venire a dirle addio, ecc. Di Pietro Brighenti (1). l. Roma, 26 maggio 1832. Tu hai ben ragione di riconvenirmi nella tua del 15 corrente (2), Mi sono accorto di essermi spiegato assai male. Lo farò a miglior tempo, cioè a miglior tempo cercherò di spiegarmi meglio: e allora Son certo che le nostre idee andranno all'unisono, come diceva Bo- naparte. To partirò di qui verso il 20 luglio. Le stupende meraviglie di Roma antiea e moderna, mi rimarranno scolpite nella fantasia, e con molto ‘ontrari affetti. Se avessi la tua penna sono sicuro che farei un libro da valere più che Macchiavello e Petrarca, e Guieciardini e il Cantore dei tre Regni. lo ti ringrazio, mio degno amico, della premura che avesti per quelle carte, le quali si erano stagnate nella posta di Firenze e che tua mercè Mi giunsero alle mani (3). Avrò per questo un debito teco, che pa- Plauto, gli aveva chiesto notizie sui più antichi codici di Plauto esistenti nella Vaticana ed in che modo poterne avere la collazione. Cfr. £p?, II, 475. (1) Cfr. la nota 1a p. 155. (2) Manca nell'Epistolario leopurdiano; vi è invece la risposta a Uesta lettera del 26 maggio 1832. Cfr. Zp.7, II, 453. 3) Cfr. la lettera del Brichenti al Leopardi del 10 aprile 1832 qui Pubblicata. 196 M. ZEZON gherò a piacer tuo. Spero che ti troverai bene: spero ancora che teco sarà sempre l’amabilissimo Sig. Ranieri. Or io v'interesso amendue per una grazia: la quale potrebbe darsi che vi recasse un qualche piacere unito all’incomodo che per amor mio vi darete. In Firenze canta una Signora Del Sere che mi dicono giovine, bella e brava: dunque nulla rimane a desiderare, conoscendola. Questa Del Sere deve venire a cantare al nostro teatro Valle nell'autunno venturo. I nostri padroni di casa bramerebbero che preferisse il nostro alloggio, ad ogni altro. Tu lo conosci: lo conosce il Sig. Ranieri. È un buon alloggio, che ha l’invidiabile qualità d’essere annesso al teatro dove si ha da agire. Il Sig. Leopoldo (padrone) e la Sig Nanna (pa- drona) mi hanno interessato a procurar loro, col mezzo vostro, 0 Signori, il vantaggio di albergare la Sig® Del Sere. Io sono e sarò per la vita il Don Desiderio di giovare, mentre tutto il dì maledico, di- sprezzo e bestemmio la razza umana. Procura dunque. amatissimo mio, che almeno il Sig. Leopoldo e la Sig® Nanna rimangano contenti di me. Non ti prometto altrettanto, neppure co tuoi uffici, del Saero Collegio e della immensa turba dei chierici violetti. Quale arroganza! quale ignoranza! quale... Io vedeva fuori del Celio tutto Roma! E Roma! mi sovveniva quel sonetto improvviso che dice in bocca di Cicerone | È questa la mia Roma, oppure è Tripoli ? Addio rispettabilissimo e carissimo amico. Io ho una grande volontà di mandare al diavolo la Sacra Italia, e il suo bel cielo, et omnibu pompis ejus, et omnibus operibus ejus. Se mai questo latino non andasse bene, non ne ho colpa. Io non sono Accademico Tiberino, sebbene tanto buon servitore di Monsi- gnore Muzzarelli (1), che mi onora in un modo singolarissimo. La mia famiglia ti riverisce, e ti prega di tanti rispetti (uniti ai mici) al Sig. Ranieri. Conservami l’amor tuo ecc. Dello stesso. Qi [Senza data]. Ti avverto che dimani non partiremo se non alle ore undici anti meridiane, onde dimattina avrò la consolazione di venirti a dare un (1) Cfr. la nota 4 a p. 188. : - m LETTERK A G. LEUPAKDI 197 altro abbraccio cosa che mi è proprio una consolazione la più desi- derata. Riveriscimi il Sig. Ranieri a cui farai le mie scuse, se nel. l'istante non lo avevo riconosciuto. Non ti far meraviglia se invece di starmi teco stasera, vado al teatro, perché l'oggetto della nostra permanenza è stato di far vedere a Marianna l’Anna Bolena, giacchè in gran segreto ho saputo che tale opera dovrà essa fare per un debutto a Roma. Addio, ecc. Di Cesare Galvani (1). Modena, 31 maggio 1832. A chi fra noi non ignora il nome di V. S. è troppo noto, aver Lei dedicato il suo bellissimo ingegno a tutt'altra causa che a quella sì po- tentemente ed imperterritamente sostenuta dall’incomparabile autore dei Dialoghetti: onde ne pare che tornerebbe affettata e superflua la pubblicazione della protesta da Lei spedita. Ci desideriamo quindi migliori occasioni per manifestarle in effetto la nostra disposizione a servirla (2). (1) Cesare Carlo Galvani guardia d'onore del Duca di Modena Francesco IV ed addetto alla Biblioteca Estense. Fu nominato dal Duca di Modena direttore ed editore responsabile del giornale poli- tico La roce della verità che vide la luce nel luglio del 1831 e che ebbe tra i principali collaboratori il Principe di Canosa Antonio Capece Minutolo, ed il direttore generale della polizia di Modena Francesco Garofalo, ed aveva Vintento di raddrizzare il senso comune del po- polo, rimettendo nella sua mente i principî di diritto pubblico e naturale, di metafisica, di logica e morale « dimenticati o ignorati « pel funesto imperversare di false dottrine » come serisse il Galvani nel Prospetto diffuso il 23 giugno 1831. Tra i corrispondenti del gior- nale era anche Monaldo Leopardi che eelava il suo nome sotto il numero 1150 e che divenne presto amico di tutti i redattori del foglio di Modena. È molto interessante per la storia del giornale La roce della verità, il carteggio del Galvani con Marcantonio Parenti pub- blicato da P. PRUNAS in Miscellanea di studi critici in onore di G. Maz- zenit a cura di A. DELLA TORRE e P. L. Ramparpi, Firenze, Seeher, 1907, vol. II, pp. 389-404. Vedi anche: E. Crerici, La voce della verità, Gazzetta dell’Italia centrale, in Nuova Antologia, 16 ottobre 1908, Pp. 646-655. (2) Il 28 maggio 1832 a proposito dell'attribuzione a lui fatta dei Dialoghetti sulle materie correnti, ecc. il Leopardi seriveva, tra l'altro, 198 M. ZEZON Di Giampietro Vieusseux (1). [Giugno 1832] (2). Vi mando coll'Antfologia, il primo fascicolo del Tesoro (3). Non potreste voi fare su questo nuovo tesoro un articolo per l’Antologia? pensateci. Frattanto rammentate il Biondi (4). Vi annunzio la morte di dura ela . «+++ (5) e vi abbraccio. — - e ——_ al padre « ...il duca di Modena, che probabilmente sa la verità della cosa, nondimeno dice pubblicamente che l’autore son io, ele ho cambiato opinioni, che mi sono convertito... », e, non tollerando ciò, aveva mandato anche al ciornale di Modena Za voce della rerità. la sua protesta che non fu accolta. « Jo non sono stato mai né irre- «lizi>so, nè rivoluzionario di fatto nè di massime » —- aggiungeva nella lettera al padre. — «Se i mi>j principii non sono precisa nente «quelli che si professano ne’ Dialoghetti, e ch'io rispetto in lei. ed «in chiunque li professa di buona fede, non sono stati però mai tali. «ch'io dovessi nè debba nè voglia disapprovarli. Il mio onore esigeva «ch'io dichiarassi di non aver punto mutato opinioni, e questo è « ciò ch'io ho inteso di fare ed ho fatto (per quanto oggi è possibile) «in alcuni giornali. In altri non mi è stato permesso ». Cfr. Fp.?, II, p. 481. E la lettera del Galvani ne lascia ben sottintendere le ragioni: Quel giornale che si proponeva di difendere la causa della religione e combattere i liberali, che, come affermava il Galvani, con opuscoli. dizionari, canzoni, romanzi, avevano traviate le menti, non poteva inserire tra le sue pagine, la protesta del Leopardi che era ritenuto tale, che era l'amico del Giordani e dei letterati del Gabinetto Vieussenx che miravano al liberalismo con l’Antologia contro cui esso sosteneva un'aspra polemica. Cfr.: P. PrUNAS, L'Antologia di G. P. Vieusseur, Albrighi e Segati, 1906, pp. 290 sgg. ed FE. CLERICI, Za vore della verità, cit., pp. 65 e sge. ) Cfr. la nota 1 a p. 171. ) Senza data, ma da una lettera al De Sinner del 21 giugno 1832 sì deduce che può essere del giugno 1832. Cfr. Ep.?, II, p. 485. (3) Il Thesaurus graecac linquue ab Henrico Stephano constructus, Firmin Didot, 1831, la cui pubblicazione nel 1832 era diretta da Teobaldo Fix e Luigi De Sinner ehe presto si ritirò lasciando al Fix di continuare da solo l'opera incominciata. Cfr. N. SERBAN, Lettrea inélites relatirves à G. Leopardi, cit., p. 17. (4) Cfr. la nota 1 a p. 202. (5) Parola illeggibile nel ms. {1 (2 LETTERE A 0. LEOPARDI 199 Di Giorgio Federico Nott (1). 23 giugno 1832. Appena posso dirvi quanto sono stato dispiacente di non esser passato da voi, per sì lungo tempo, a domandare della vostra salute, e a godere della vostra conversazione. Voi sapete che sono stato occupatissimo nel terminare i miei lavori, e nel fare i preparativi per la partenza. Però non avrete saputo forse, ch’io sono stato per più di due settimane gravemente ammalato, per molti giorni da non poter uscir di casa, neppure anche levarmi dal letto. Mi trovo ora grazie a Dio rimesso. Ma passiamo al principale motivo che ora mi fa scrivere. Siccome dalla mia dimora (2) si può godere perfettamente della vista della festa che si dà stasera sul Lung Arno (3), così vi prego di farmi la grazia a venire a parteciparne meco, Mi farete doppia grazia conducendo con Voi Pamabile amico, con cui convivete. Non vi tedio più nella persuasione che avrò il vero piacere di trat- tenermi con Voi personalmente stasera, ecc. Di Matteo Antici (4). Recanati, 26 giugno 1832. Quanto graditissima mi sia giunta la vostra dei 14 corrente, altret - tanto dispiacentissimo io sono per trovarmi nella circostanza che la (1) Cfr. la nota 1 a p. 181. (2) Il Nott abitava nella. Locanda Sehneiderff sul Lung’ Arno Guicciardini come si rileva dall'indirizzo segnato in fine della lettera. (3) Una delle feste principali che si facevano con grande pompa a Firenze era quella di S. Giovanni Battista che si faceva la vigilia con gran corsa di cocchi in Piazza S. Maria Novella e fuochi artifi- ciali che sfolgoravano in razzi e pioggie luminose dall'alto della Torre di Palazzo Vecchio. Cfr. G. Bragr, Politica e bel mondo in La rita italiana nel Risorgimento, Treves, vol. I (1815-1821). pp. 190 sgg. Anche in una lettera del Leopardi al padre del 23 giugno 1827 se ne ha una narrazione ed il rimpianto che il poeta provò per non avervi potuto assistere perchè molestato dalla flussione d’ocehi ehe non gli permetteva di uscire. Cfr. £p.7. IL, 218. (4) Matteo Antici era cugino del Leopardi. 200 M. ZEZON prima volta in cui veggo i vostri caratteri non posso adempiere al piacevole incarico che m’incompesate. Fino dagli 8 dello spirante mese mi trovo qui con tutti i miei, e sarei stato ben lieto d’un qualunque ritardo, perchè così mi sarei in Roma procurato il bene di conoscere i due giovani signori di cui mi parlate (1), e avrei servito un mio carissimo cugino, benchè in cosa ben piccola. Spiacemi questo inci- dente di cui ne accuso il destino. Se quei due signori si saranno diretti alla mia abitazione, avranno rilevato dal domestico la mia assenza da qualche giorno, e quindi avran detto fra loro, oh quanto male l'abbiamo indovinata! ma certo se mi trovava nella Capitale non avrei trascurato mezzi perchè fossero rimasti sodisfatti del debole pre- sentante nella Nocietà da me frequentata. Quantunque non abbia il piacere di conoscerli, potrete in riverendoli dare loro ad intendere questi miei sentimenti. Godo sentire vostre buone nuove, e spero che codesto soggiorno Vi sarà sempre proficuo. I nostri comuni congiunti, tutti in ottima salute, affettuosamente vi salutano, ecc. Di Raimondo Gozzani (2). Roma, 21 agosto 1832. Non sapendo se Tonino sia tornato in Firenze (3), non sapendo se debba scrivergli, sotto il suo nome, o sotto quello di Mario Signo- (1) Vedi la lettera del Leopardi a Matteo Antici del 14 giugno 1832. Ep.?, II, 483. (2) Raimondo Gozzani di Casal-Monferrato (1807-1880) di nobile famiglia. Si laureò in Giurisprudenza all'Università di Pisa, ma eser- citò per poco quella professione perchè per rovesci di fortuna fu costretto a cercare un impiego governativo. Nel 1849 ottenne la cattedra di Istituzioni canoniche nell'Università di Pisa, che più tardi cambiò con quella di Diritto canonico nell'Università di Siena. Cfr. la -necerologia in Annuario seolastico della Università di Pisa per lÈanno accademico 1879-80, Pisa, tin. Nistri, 1880, pp. 149-50. (3) Il Ranieri in quel tempo era a Bologna. Sin dalla seconda metà di luglio 1832 aveva deciso di tornare in Napoli dove lo richiamavano le continue insistenze dei suoi, ma la meta principale del suo viaggio era stata Bologna dove si trovava la Pelzet. e solo nell'ottobre sì diresse verso Napoli ove giunse nel novembre. LETTERE A G. LEOPARDI 201 rini (1) per non moltiplicare le lettere mi prendo la libertà di man- dare sotto la vostra coperta la qui acclusa. In grazia dell’amico co- mune perdonatemi questo secondo incomodo. Una lettera di Tonino mi fa sperare che riavrò il piacere di abbracciarvi. Possa questa cosa verificarsi! Intanto credetezi, ecc. Di Luigi Ciampolini (2). l. i 24 agosto 1832. L’Ajazzi (3) ed io ti preghiamo a osservare se il presente mano- scritto è difettoso o no, e a fare un piccolo indice delle opere in esso contenute. Addio a domani sera. Dello stesso. 2. [Senza data: 1832 ?]. Volevo venir da te: ma trovandomi forte afflussionato resto in casa. Bramo le tue nuove. Se non sai come passare un’ora e che la salute te lo permetta passa da me, stasera, ben’inteso che ciò non ti scomodi. Addio, (1) Il Ranieri per prudenza e per non irritare i suoi familiari soleva farsi inviare le lettere con sopraccarte recanti falsi nomi. Cfr. Sette anni di sodalizio con G. Leopardi, cit., pp. 123-145, ed. Ep.?, II, pp. 609 seg. | (2) Luigi Ciampolini di Firenze (1786-1846). Nel 1822 si recò a Corfù ove insegnò per quattro anni letteratura italiana, e tornato in Toscana scrisse il Commentario delle querre dei Sulliotti, e poi nel 1834 intraprese la Storia del Risorgimento della Grecia che terminò nel 1843, ed uscì postuma nel 1846. Lasciò anche altri seritti tra cui un dialogo Il Leopardi, frammento edito nel 1842 nella Strenna fiorentina « Ri- cordati di me », che fu ripubblicato anche da P. ConxtRUCCI, nei Cenni sulla vita e sugli scritti del cav. L. Ciampolini, premessi aila Sforia del Risorgimento della Grecia nel 1846. Per le notizie biografiche vedi anche: Una necrologia in Archivio storico Italiano, Firenze, 1846, III Aell’Appendice, pp. 772 spg.; G. ARcANGELI, Prose e Poesie, Ni- renze, 1857, II, pp. 543 e sgg.; A. BrorreERIO, £ mici tempi, Torino, 1905, VIII, p. 494; G. MazzoxI, L'Ottocento, cit., pp. 487-88. Nel Dialogo il Ciampolini afferma che egli in Firenze fu « familiarissimo » del Leopardi, e fu difatti tra i letterati del Gabinetto Vieusseux uno di quelli che meglio compresero ed ammirarono il Leopardi. (3) Cfr. la nota 1a p. 203. 202 M. ZEZON Di Luigi Biondi (1). Torino, 30 agosto 1832. Sarei poco sincero se non confessassi che le lodi dalla V. S. chia. rissima date al mio libro (2) mi hanno toccato l’anima: perocché quantunque la mia mente non voglia mai esaltarsi per lodi, pure non poteva non essere commossa da quelle che le vennero da tanta dot- trina, quanta, per una specie di miracolo, si trova riunita nella V. S. meritamente celebrata come sostegno de’ cadenti studi italiani, né io per altre ragioni posi il mio ingegno a quel volgarizzamento, sé non per mostrare, così come io scarsamente poteva, alla gioventù nostra (ormai resa in gran parte straniera alla materna lingua del Lazio) quali siano le vere bellezze; bellezze che sono in diritta oppo- sizione collo strano modo di comporre libri ne’ giorni nostri. Ma più che io non potrò fare con quella imperfetta copia, farà Flla cogli scritti suoi, aurcei tutti, e pieni dell’antica sapienza. Questa mia le verrà dal giovane abate Baruffi, che non è della turba dei traviati. Egli ha buon'ingegno, e si diletta nello studio dei classici. E perciò è giusto il desiderio che lo muove inverso Lei. ed io a lei inviandolo, ne lo appago. In autunno passerò per costà, e satisfarò pur io al desideno im- menso, che ho di vederla e di abbracciarla. ece. (1) Luigi Biondi, romano (1776-1839), archeologo, filologo, lineo e traduttore. Insieme col Perticari, col Betti ed altri fondò il Giornale Arcadico. Fu uno dei capi del classicismo romano, presidente del. TAccademia pontificia di Archeologia. La sua traduzione delle Geor- giche dì Virgilio fu molto lodata dal Leopardi. Cfr. Ep.?, 1I, p. 49. Sul Biondi vedi: S. BeTTI, Alcune notizie intorno alla vita del marchese L. Biondi, poste innanzi alle Egloghe di Virgilio, Carpurnio, ecc. rolgarizzate, Roma, 1841; P. E. VIscoNTI, Orazione delle lodi del defunto marchese L. Biondi, Roma, 1841; le sue lettere furono pubbli- cate a Roma nel 1846; G. Mazzoni, L'Ottocento, cit., pp. 378-719. (2) Il libro delle Georgiche rolgarizzate pubblicato in quell'anno è dedicato a Carlo Felice. Il Leopardi non conosceva personalmente il Biondi, ma ne ammirava l'ingegno, per cui quando per mezzo del- Abate Zanoni ebbe l'esemplare delle Geargiche glielo lodò con lettera del 10 luglio 1832. Cfr. Z2p.7, Il. pp. 492-93. LETTERE A G. LEOPARDI 203 Di Giuseppe Aiazzi (1). 2 ottobre 1832. L'amico Ciampolini (2) mi disse che Ella si sarebbe disfatto d'una copia delle Georgiche di Virgilio tradotte dal Biondi (3); perciò avendo trovato da eritargliela, ed anzi essendo corso in impegno di darla, la pregherei di consegnarla al latore del presente, dicendomi per questo mezzo il prezzo che ne vuole, che domani glielo rimetterò. Mi creda, ecc. Di Luigi Ciampolini (4). 7 13 ottobre 1832. Avrai saputo dalla tua donna che sono stato incomodato, e che solo sono uscito ieri mattina. Volevo visitarti ma l'ora era incongrua. Lo stesso m’avviene quest'oggi, lo farò volentieri, ma non son certo se avrò questo piacere, partendo dopo pranzo. Io vado da Puccini (4). Se eredi che io possa giovarti, scrivimi. Intanto mi congratulo teco di saperti meglio de’ tuoi incomodi, i quali presto svaniranno con la convalescenza. Addio. (1) Giuseppe Aiazzi, libraio fiorentino. Amico del Ciampolini cbbe l'incarico di curare la stampa delia Storia del Risorgimento della Grecia che per opera sua vide la luce nel 1846. (2) Cfr. la nota 2 a p. 201. (3) Cfr. la nota 1a p. 202. (4) Cfr. la nota 2 a p. 201. (5) Niccolò Puccini di Pistoia (1799-1852) munifico signore ed amico dei letterati. Dopo un viaggio all’estero, intrapreso nel 1824, si recò spesso a. Firenze dove strinse amicizia con gli uomini più illustri chie vi dimoravano e partecipò alle riunioni del Gabinetto Vieusseux. Fu largo di ospitalità a connazionali e stranieri e nella sua villa accolse il Sismondi, il Gioberti, il Giordani, il Niccolini. il Guerrazzi, il La- Farina. i Poerio, ed Alessandro Poerio compose delle Canzoni per una Raccolta che il Puccini volle fare per illustrare i monumenti posti nella sua villa ai grandi italiani; il marchese Ridolfi, il Ciampo- lini e motti altri. Cfr. in £p.?, Il p. 238 una lettera del Leopardi a lui del 26 settembre 1827. Per più estese notizie biografiche vedi: P. ConTRUCCI, Biografia di Niccolò Puccini, Pistoia, tip. Cino, 1852; A. Citti, Il Risorgimento italiano nel carteggio di P. Contrueci, Pa- ravia, 1904, passim. 204 M. ZEZON Ss Di Luigi Giambene (1). Roma, 23 ottobre 1832. Il suo Sig. Padre mi rimise da Recanati francesconi 55,35 dei quali avendone pagati 25,20 in estinzione di una sua cambiale (2) mi rima- sero francesconi 15, e li rimanenti 15,15 mi disse che gli avessi fatti pervenire a Lei come eseguisco, mentre li riceverà dal Sig. Cav. Man- nucci segretario generale del Dipartimento delle Poste. Quando tutto questo lo trovi in regola mi farà somma grazia se si compiacerà di due righe di approvazione per mia quiete trovandomi fuori la rice- vuta di francesconi 55,35. | Perdoni il disturbo, se vaglio a servirla, non mi privi dei suoi co- mandi, ecc. Di Giampietro Vieusseux (3). 5 novembre 1832. [Invito a stampa]. Gian Pietro Vieusseux, Direttore dell’ Antologia, prega il Nignor Conte Giacomo Leopardi di fargli l'onore d’intervenire alle riunioni che avranno luogo in casa sua, giovedì p. v. 8 del corrente; ed ogni giovedì successivo sino al 14 marzo inclusive, alle ore 7 di sera. (1) Luigi Giambene, segretario generale delle poste pontificie in Roma. (2) Il 14 agosto 1832 il Leopardi scriveva al padre d’aver tratto una «cambialina di 24 francesconi a 20 giorni data sopra il sig. Luigi « Giamibene segretario generale delle poste pontificie » valendosi del permesso da lui avuto, e diceva di aver data a questi una lettenna per lui. HI Piergili Tha pubblicata in nota alla lettera del 14 agosto. Cfr. £p.7, 11, 497. Il 13 settembre riscrisse al padre perchè avesse voluto soddisfare il pagamento della cambiale, ed avendo ricevuto. dopo terminata la lettera, un avviso dal Giambene che sino al giorno 11 di quel mese non gli era nulla pervenuto aggiunse « Ora appunto «ricevo avviso dal Giamtene che nulla gli è pervenuto da Recanati « fino al dì 11 in cui egli scrive. Io sudo freddo, e gli scrivo subito « di rivalersi sopra di me, con cambiale, ch'io accetterò immediata «mente, e non avrò poi come pagare, Se le è caro il mio onore, la «supplico a far giungere senza rerun indugio al Giamibene i 24 fran «cesconi ch'io trassi per avermi Ella detto che sarebtero subito pagati ». Cir. Zp.?, II, pp. 501.2. (3) Cfr. la nota n° 1, p. 171. 2 LETTERE A G. LEUPARDI 205 Di Carlo Pepoli (1). Ginevra, 30 novembre 1832. Il Sig. De Magnoncourt che viene in Italia, per conoscere tutte le cose e le persone più pregevoli, ti recherà questa mia letterina. Tu fra i dottissimi del nostro paese, aecoglierai con festa un lettera- tissimo francese che cerca, e tiene in gran pregio ogni nostra fama. Io spero che lo vorrai condurlo alla casa del Niccolini (2), acciò vegga il tragico illustre che dettò il Procida (3), ed a questo poeta, tu mi ricorderai servitore... Sono poi bramoso di udire le tue nuove e sapere quali opere tu stai scrivendo, essendo così tra loro svariate le voci che me ne furono raccontate, da confondermi grandemente. Non ti raccomando il signor De Magnoncourt perchè non ha bisogno di raccomandazioni, ma ti saprò grazia di tutti gli uffici di cortesia che adopererai verso questo signore che accompagna il molto sapere alla molta cortesia. Sta sano, ece. Di Giampietro Vieusseux (4). l. [Fine del 1832 o primi mesi del 1833]? Mannucci (5) si reca giovedì prossimo ore dieci in campagna per tutto quel mese. Non potrà quindi essere per detto tempo altrimenti intermediario con l'amico di Napoli, che ha egualmente prevenuto, e col quale converrà corrispondere direttamente, ecc. (1) Cfr. la nota 3 a p. 161. (2) Su G. BR. Niccolini vedi: A. VaxxmuccI, Ricordi della rita e delle opere di G. B. Niccolini, Firenze, Le Monnier, 1866; M. OSTERMANN, Il pensiero politico di G. B. Niccolini nelle tragedie e nelle opere minori, con l'aggiunta di sonetti e lettere inedite, Milano, 1900; M. BALDINI, Il teatro di G. B. Niccolini. Firenze. 1907; G. Mazzoni, L'Ottocento, cit., pp. 1889 seg. e la bibliografia in fine del volume, a p. 1340. (3) La tragedia Giovanni da Procida, scritta nel 1817 e rappresen- tata nel 1830 che fu bene accolta come protesta contro la tragedia antitaliana. (4) Cfr. la nota 1a p. 171. (5) Pietro Leopoldo Mannneci segretario generale delle poste toscane in Firenze. Il Leopardi accenna a lui nella Lettera alla sorella del 24 maggio 1831 quando le disse di spedireli il suo protocollo 206 M. ZEZON Dello stesso... 9 [Invito a stampa]. 20 marzo 1833. Ho l’onore di avvisarvi che, tranne il caso di qualche gita che mi tenesse assente da Tirenze per più d’una settimana, il mio Salone resterà aperto tutto l'anno a' miei Amici, nel giorno di giovedì alle ore 7 della sera; e che Ja presenza vostra mi farà sommo onore e piacere. Dello stesso. 3. [Senza data]. Questa sera alle ore 8 avrò in casa mia un'altra persona, il Cav. Mele di Ravenna (1), ora tornato da Parigi come membro della commissione del Cholera. di lettere letterarie. Cfr. £Zp.7, IT. 420. Ho creduto poter essere della fine del 1832 o principio del 1833 perchè allora il Mannucci faceva da intermediario nella corrispondenza tra il Leopardi da Firenze ed il Ranieri da Napoli. Se ne ha un accenno nella lettera del Leopardi al Ranieri del 25 novembre 1832. Cfr. £p.?, IT, 609. Una lettera del Mannueci al Ranieri in data da Firenze, 2 febbraîo 1833 la rin- venni tra le carte del Ranieri. possednte dalla Duchessa Carafa D'Andria. e la riporto qui « Ho ricevuto le grate vostre del 10 e 26 «scaduto. ed ho fatto tenere le raccomandazioni all’Amico [eviden- «temente il Leopardi]. Se mi giungerà per Voi qualche altra lettera «da Parigi, state tranquillo che senza ricorrere ad alcun altro indi- « viduo nè posta in distribuzione, io ve ne farò esatto diretto invio «costà. Io vi detti quell'avviso nel dubbio che tali lettere potessero «essere, per così dire, giornaliere; non lo essendo, posso avere il « piacere di servirvi. Abbiamo il nuovo Superiore, che come nuovo è «un poco rigoroso, ma si abbonerà, mai abusandosi da me e dagli « altri di nostri posti, ma delicatamente usandone a riguardo di qualche « particolare amico. Finché ciò segua anderà bene che non mandiate “a me abitualmente le vostre per l'Amico, ma solo tratto tratto «quelle che possono più interessarvi, o fossero pesanti. Venite presto “fra noi, ecc. ». (1) Domenico Meli di Ravenna, dottore in filosofia. medicina e chirurgia. Fu socio dell'Accademia di scienze, lettere ed arti di Pa- dova, membro della Società R. di medicina di Bordeaux e di altre LETTERR A G. LEOPARDI 207 Di Francesco Palermo (1). | [Senza data]. Ricordatevi che l’altra sera vi dissi queste parole, consegnandovi que’ cinque ducati, che dopo molte sere che sono andato alla consueta assistenza per il pagamento, sabato sera mi pigliai i cinque ducati, non già per acconto, nè con dichiarazione che il residuo sarà dato Accademie. Nel 1832 fu mandato col Cappello e col Lupi a studiare il colera a Parigi e come risultato delle sue osservazioni serisse un’opera intitolata: Kisultamento degli studi fatti a Parigi sul cholera morbuas, ristampata a Firenze nel 1835. Scrisse varie opere mediche, disserta- zioni, discorsi apologetici e lettere d’argomento medico di cui si trovano notizie e recensioni nei tomi XVIII, XXII, XXV, XXVIII, XXX. XXXII, XXXIV, XXXVI, XLVIII, LI, LXXVIII del Giornale Arcadico di scienze, lettere cd arti di Roma. (1) Francesco Palermo, napoletano (1800-1874). studioso di storia e poeta. In Toscana, dove si recò da giovane a studiare, conobbe il Capponi ed il Vieusseux dei quali divenne amico. Fu bibliotecario del Ministro della Guerra a Napoli, poi nel 1850 andò a Firenze come bibliotecario della Palatina per la quale, consigliato dal Vicusseux, acquistò a spese del Granduca Leopoldo II i manoseritti ed i libri a stampa posseduti dal De Sinner, tra i quali erano anche quelli del Leopardi che ora sono alla Nazionale di lirenze. Cfr.: G, PIERGILI, Nuovi documenti intorno agli scritti ed alla vita di G. Leopardi, Fi- renze, Le Monnier, 1892, pp. 24 sgg. Fu socio dell’Archivio storico italiano nel quale pubblicò nel 1856, III, 1 e IV, 2, uno studio su Pietro ('olletta uomo di stato e scrittore, su cui efr.: NINO CORTESE, Saggio di Bibliografia C'ollettiana, cit., p. 68. Pubblicò vari articoli sul giornale di parte moderata Il Lucifero che diresse per quattro mesi dal 2 febbraio al 16 giugno 1848. Conosciuto il Leopardi, senza dubbio nel Gabinetto Vieusseux, ne concepì grande stima e due anni dopo la morte del Leopardi scrisse un canto intitolato Giacomo Leopardi, vedi Canti di Francesco PALERMO, Firenze, tip. Gali- leiana, 1839, pp. 78 seg. Una interessante notizia sul Palermo la dà G. FoRrTUNATO nel suo articolo, L'ultimo autografo politico di re Gioacchino Murat, in Rassegna Nazionale, 10 maggio 1917. Vedi anche: V. IMBRIANI, Alessandro Poerio a Venezia, lettere e documenti del 1848, Napoli, Morano, 1884, p. 451, nota; G. Mazzoni, L’Otto- cento, cìt., p. 1191; F. De SanctTIS, Nuovi saggi critici, p. 77. Vari giudizi su di lui si trovano nell'£pistolario del Capponi edito dal CAR- RAREST, Firenze, Le Monnier, 1890, v. II, pp. 6, 11: IV, p. 360; VI, p. 422. 208 M. ZEZON prima o dopo, niente di questo, me li pigliai come vi dissi, perche non potendo avere tutti e dieci, stimai meglio avere questi che nulla. Che poi non vogliate firmare il 5° foglio prima di avere il residuo dei cinque ducati. avete ragione, ma io son certo che non l’avrete prima della firma. Con dichiarazione, ecc. Di Fruttuoso Becchi (1). 1° gennaio 1834. Secondo l’onorevole incarico che mi ha dato l’Accademia Le tras- metto il Diario per l’anno, che ha principio da questo giorno; e La prego a un tempo che, se mai occorresse che Ella si trovasse in Firenze in uno dei giorni, ne’ quali cadono le nostre adunanze, voglia degnarsi d'intervenirvi, e apportare così all'Accademia medesima un onore che ha ragione di tenere in grandissimo pregio. In tale occasione sono lieto di poterle far palesi i sensi della mia altissima stima, ecc. [Segue il Diario accademico per l’anno 1834]. Di Giorgio Federico Bunsen (2). [18359] (3). Non posso consolarmi di non rivedervi con un poco di tranquillità prima di partire. Fatemi la grazia di pranzare ancora una volta con noi oggi alle ore due. Non sentendo altro spererò di vedervi. (1) Fruttuoso Becchi fiorentino (1804-1839). Fin dal 1828 fu addetto alla Biblioteca Riecardiana, ed il 26 agosto 1831 fu ascritto all'Accademia della Crusca ove tenne dapprima le veci del segretario Zannoni, e poi nel 1839 fu eletto a tale ufficio. Abbiamo di lui Prose edite ed inedite, Virenze, Campolini, 1845, tra le quali è anche un Elogio del Conte Giacomo Leopardi, che il Becchi lesse nell'adunanza tenuta dall'Accademia della Crusca il 10 settembre 1839. Cfr. Op. cit, pp. 276-288. Sul Becchi vedi: Cenni neerologici del sac. dott. Fruttuoso Becchi, in Nuoro Giornale de’ letterati, 1839, pp. 143 seg.; D. VALE- rIANO, Necrologia di Fruttuoso Becchi, Firenze, 1840, la notizia bio- gratica in Lettere edite ed inedite del car. Dionigi Strocchi ed altre ine- dite a lui seritte da uomini iMustri a cura di G. CIHINASSI, Faenza, 1868. tip. Conti, vol. TI, p. 264 nota. (2) Cfr. la nota 1a p. 179. (3) Credo che questo biglietto del Bunsen sia del 1835 perchè fuori reca il seguente indirizzo: A S. E. Il Signor Conte G. Leopardi. Vico del Pero n° 2, 2° piano, N. Teresa degli Scalzi. LETTERE A G. LEOPARDI 209 Di Francesco Puccinotti (1). 7 febbraio 1835. Il Marchese Pompeo Azzolino (2), uno de’ tuoi più caldi e sinceri ammiratori, ha dato in luce questo libretto su Dante (3), che per mia parte vuole a te inviato e raccomandato. Se la salute, come spero, te lo permetterà me ne favorirai, dopo letto, un tuo autorevole giudizio che io a lui comunicherò; essendo egli, come giovine nella letteraria palestra, in massimo desiderio e bisogno. Mi valgo di questo incontro per dimandarti novella del viver tuo, e ripeterti che la mia devozione per te, o sapientissimo, e l’amor mio sono inalterabili. Vivi glorioso, ecc. (1) Francesco Puccinotti di Urbino (1794-1879), medico. Insegnò medicina e storia della medicina a Macerata, Bologna, Pisa, Firenze. Collaborò al Giornale Arcadico di Roma e tra i nomi di altri illustri collaboratori come il Mai, il Borghezi, conobbe anche quello del Leopardi. Ottenuto l’incarico di miedico in Recanati ebbe occasione di conoscere personalmente il Leopardi e sorse tra loro affettuosa e sincera amicizia. Nell’Epistolario leopardiano e nelle lettere del Pucci- notti raccolte dal CHEccUCccI se ne hanno le prove. Per le notizie biografiche sul Puccinotti vedi: (3. PiTkÉ, Profili biografici di con- lemporanci italiani, Palermo, 1864; G. RoBUSTELLI, Francesco Puce- rinotti, Roma, 1880; M. TABARRINI, Vite e ricordi d’'italiani illustri, Barbera, Firenze, 1884, pp. 277-288. Per le sue relazioni col Leopardi vedi: le Letlere scientifiche e fumiliari di F. Puccinotti, raccolte da A. CieccuccI, Firenze, Le Monnier, 1877; Lettere inedite del Leopardi e del Puccinotti per cura di A. AvoLi, Roma, Befani, 1885; Lettere inedite di F. Puccinotti al Ricci, per cura di E. BerTTUCcCI, Macerata, 1898; G. BACCINI, Spigolalure leopardiane in La Stella Polare, Salerno, anno I, 1901, nn. 6° e 79; e dello stesso F. Puccinotti ed alcuni suoi pensieri inediti, in Rassegna Nazionale, 16 aprile 1903; e Scritti inediti di FP. Puccinotti con notizia biografica e critica di G. ZACCAGNINI € €. LAGOMAGGIORE, Urbino, 1904. ed infine £pistolario Ieopardiano, ed. cit., vol. II. (2) Pompeo Azzolini, fiorentino, fu dedito alla musica ed alle lettere; cfr. G. NATALI, Un poeta maceratese, Macerata, 1898. (3) L’Azzolini s'occupava particolarmente di studi danteschi. Ho potuto, però, vedere solo i seenenti seritti: Sul veltro di Dante, lettera a (rino Capponi, Firenze, Pezzati, 1537; Sul libro « De Monarchia » di Dante Alighieri, lettera al marchese Giorgio Teodoro Trivulzio, Bastia, 1839. 14 - Giornale storico — Suppl. n° 24. 210 M. ZEZON Di Pietro Manni (1). - l. ) 11 febbraio 1833. Anche io sono malato, e vi rispondo dal letto; non per questo man- cherò di servirvi. Per la fine della presente settimana parte un mio amico, a cui può affidarsi qualunque siasi cosa, poichè alla diligenza accoppia molta onestà. Favoritemi dunque il plico, ed io mi darò cura del resto. Questa è la città delle distrazioni, ma sempre ho avuto in animo di visitarvi, e rinnovarvi quella stima, in che non io solo, ma tutta Italia vi tiene. Quando mi sarà dato potere uscire di casa, la prima visita sarà da voi, ora che mi è nota la vostra abitazione. Io mi sto occupando della quarta edizione della mia operetta sulla cura delle morti apparenti (2), che S. M. vuol diffusa per tutti i Co- muni, Ospedali civili e militari del Regno. Ditemìi se l'avete mai veduta, e se vi fosse possibile dargli un’oechiata, e dirmene il vostro apprezzabilissimo parere intorno alla prosa. Amatemi quanto vi amo, ecc. Dello stesso. 2. 13 febbraio 1835. Vi mando il mio libretto sulle Asfissie (3), mi obbligherete moltis- simo, se vorrete darmene il vostro parere, che apprezzo moltissimo. In Toscana dopo l'edizione prima fattane in Roma è stato ristampato. e molto accresciuto da me, ma non ne tengo verun esemplare, per cui vi mando questo di Napoli che riterrete in proprietà come testi. inonio di mia molta stima per voi. Tutto che mi avete mandato sarà in Roma fra tre giorni, e relì. giosamente consegnato. Comandatemi, ecc. (1) Pietro Manni di Terni (1778-1839), scienziato. Studiò dapprima lettere, poi si dedicò alla medicina che insegnò dal 1822 nell'Univer- sità di Roma. Viaggiò molto in Italia ed all'Estero. Scrisse diverse opere mediche, e le Lettere intorno alla Sicilia pubblicate nel Giornale Arculico, LXVI. Fu socio di varie accademie. Cfr. G. GxoLI. Breve commemorazione della vita e delle opere del cav. prof. P. Manni, Bo- logena, 1839. (2) Manuale pratico per la cura degli apparentemente morti e asfittici, di cui la prima edizione apparve in Roma nel 1833. (3) Cfr. la nota n° 1a p. 210. LETTERE A G. LEOPARDI 211 Dello stesso. =# 18 febbraio 1835. Io sono ancora nella impossibilità di far uso della mia gamba destra, altrimenti mi sarei procacciato il piacere di venirvi a trovare e passare un qualche tempo in vostra compagnia: spero però di esser in grado di poter almeno in vettura uscire di casa. Il figlio del sig. Marchese Gargallo (1) che mi onora di sua amicizia è smaniosissimo di avere le vostre bellissime poesie. Il sig. Cala- mandrei (2) ha girato per tutto Napoli e non gli è stato possibile rinvenirle: vorrei dunque farvi un progetto: se poteste averne subito un esemplare per render paghe le brame dell'amico Gargallo, dimani io scriverei direttamente a Piatti attinchè per il più sollecito mezzo me le mandasse, e di siffatto modo si paregerebbe la partita. Io farei eccellente figura con Gargallo, resterei a voi obbligato della grazia compartitami e l’amico vostro niente scapiterebbe del favore fattovi. Vediamo, egregio mio sig. Conte e amatissimo amico, se si possa concludere questo negozio. lo lo spero. A quest'ora la lettera ed il fascicolo (3) dovrebbero essere nelle mani del Principe di Musignano (4). Fatemi lieto di qualehe vostro comando, ecc. (1) Sul Gargallo vedi nota 1 a p. 212. 2) Sul Calamandrei vedi nota 1 a p. 215. (3) Credo si riferisca a qualche fascicolo della Storia del Regno di Napoli di cui s'oecupava allora il Ranieri, e di cui fu pubblicato nel 1835, pei tipi di Lorenzo Bianchi, in Napoli, solo il primo volume, e deve essere lo stesso plico di cui parla il Manni, nella lettera qui pubblicata, dell'11 febbraio di quell’anno. 11 Leopardi aceenna a tali fascicoli spediti a Recanati in una lettera al padre del 4 dicembre 1835. Cfr. Ep.7, vol. IT. ». 537, e si trova un riferimento ad essi anche nella lettera del Capponi al Leopardi del 21 novembre di quello stesso anno. Cfr. Scritti rari inediti, ece., cit., p. 504. (4) Carlo Luciano Giulio Lorenzo Bonaparte (1803-1857), natu- ralista. Durante il suo soggiorno in Italia partecipà alla maggior parte dei congressi scientitici dal 1830 al 1842. Pubblicò opere di ornitologia, in America, di iconografia della fauna italica, in Roma, ed un Catalogo metodico dei mammiferi europei, a Milano; ed uno sui pesci, a Napoli. 14* — Giornale storico — Suppl. n° 24 212 M. ZEZUN Di Tommaso Gargallo (1). [Marzo o aprile l835) (2). Gargallo manda il saputo libro al Signor Conte Leopardi pregan- dolo di sollecitarne la lettura fra oggi e domani. Attende intanto le prose, l’appuntamentino per Ferrari e la costui lettera a cui dovrà rispondere (3). Avendo prevenuto il Locandiere, sarebbe necessario che il compagno di viaggio del Signor Conte si desse la pena di recarsi a vedere il locale e conferire con lo scrivente. (1) Tommaso Gargallo, marchese di Castellentini, di Siracusa (1760-1842). È noto per le sue versioni poetiche di Orazio e Giove- nale. Tradusse anche il De Officiis di Cicerone e le Flegie di soggetto siciliano del Re di Bariera. Serisse versi sdruccioli, epigrammi e prose. Fu socio dell'Accademia della Crusca e della Ercolanese di Napoli. Vedi: D. VaccoLINI, Cenni biografici di Tommaso Gargallo, Faenza, Montanari, 1845; G. TAORMINA, Saggi e note, Girgenti, For- mica, 1890, pp. 171 sgg. e Tommaso Gargallo ed un suo amico. con lettere inedite di V. Monti, in Rassegna Siciliana. 1894. pp. 345 e sgg.; A. D'AxcoNA, Carteggio di Michele Amari, cit., vol. I, p. 2 sgg.; G. Curcio Burarpeci, Su le poesie giovanili di E. Gargallo, con appendice di lettere inedite, Modica, 1910. Per le sue relazioni col Leopardi, oltre le lettere a Michele Amari in Carteggio, cit., vedi anche G. Taormina, 7 Leopardi e la Sicilia, Palermo, tip. Giannone e Lamantia, 1885. (2) Ho ereduto poter segnare questa data perchè proprio allora il Gargallo s'era recato da Firenze a Napoli ed era stato presentato al Leopardi da Carlotta Lenzoni con lettera del 19 marzo 1835, cfr. Scritti rari inediti, cit., p. 469; e perchè la lettera del Ferrari. scritta certamente dopo questa, è del 16 aprile 1835. (3) Giambattista Ferrari, editore e libraio in Palermo. Il Leopardi aveva preparata una nuova edizione dei suoi Canti e delle sue Prose ed il Gargallo gli propose di farla stampare a Palermo, dove già nel 1834 s'erano ripubblicati, sulla edizione fiorentina, i Canti, pei tipi di Fr. Spampinato, e mise il Leopardi in relazioni epistolari col Ferrari. Vedi la lettera del Ferrari del 16 aprile 1835 qui pubblicata. Se non che questa edizione non si fece perchè il Leopardi poco dopo pattui la stampa di tutte le sue Opere coll'editore napoletano Saverio Starita. Ed il Gargallo a tale proposito il 2 dicembre di quell'anno scriveva a Michele Amari « ...11 povero Leopardi... ha fatto un con- tratto con un Pedone di Napoli per una seconda edizione delle sue cose, che omai da due volumetti monteranno a sei. Quindi molte LETTERE A G. LEOPARDI 213 Di Giambattista Ferrari (1). Palermo, 16 aprile 1835. Sono tenuto alle distinte gentilezze dell’ottimo Sig. Marchese Gargallo di aver ricevuta una carta da lei direttami per di lui mezzo, dalla quale vengo a rilevare ciò che ella si compiace indicarmi circa al distinto merito delle sue opere troppo ben conosciute ed encomiate dalla Repubblica letteraria (2). Tostochè avrò ricevuto un nuovo carattere che per mio conto si sta operando, mi darò tutta la premura di farle conoscere i campioni per sua intelligenza, con farle quelle onorate proposizioni equivalenti al suo distinto merito. Godo poi di sentire che ella non sia l'autore di quella insulsissima Confutazione di Botta, tanto contraria al merito dell’insigne autore della Storia della .Guerra per Vindipendenza dell'America (3), e sie- come mi vien detto che quest’opuscolo merita la pubblica indigna- zione, così per sola e mera curiosità, ardisco di pregarla a procurarmene una copia, assicurandola che mi farebbe cosa oltremodo grata, se ciò fosse nel possibile. Mi onori de’ suoi grati comandi, ecc. poesie inedite. Le inedite sfortunatamente divorano le loro primo- genite venute in luce, non solamente dalla parte della poesia, ma si ancora della morale. Egli è un essere infelicissimo, che merita tutta la compassione; irritato perciò con la natura e con gli uomini. Vi hanno sin notato un non so che d'ateismo e peggio ancora, quando, Nel supporre una divinità, la suppone malefica e che gode di tor- Mmentar gli uomini. Le canzonette rimate poi sono infelici; e nel tutto è stato sinora pessimamente accolto, avendo immensamente detratto egli stesso alla fama che l'aveva preceduto, ed a’ quattro o cinque ‘omponimenti belli in se stessi e più ancora per la opportunità del- l'argomento... ». Cfr. Carteggio di Michele Amari, cit., vol. 1, p. 1}, Lett. V, (1) Vedi nota precedente. (2) Il Leopardi gli aveva inviato un elenco degli seritti che voleva Stampare indicandone la rispettiva importanza. (3) Il conte Monaldo Leopardi, nel 1834, aveva pubblicato nel suo periodico La voce della ragione, una critica molto aspra alla Storia d'Italia di Carlo Botta in continuazione di quella del Guiectar- dini sino al 1789, contro i sentimenti patriottici e liberali che essa 214 M. ZEZON - Di Vincenzo Balietti (1). Dalla Nunziatura, 17 maggio 1835. D. Vincenzo Balietti ha ricevuto la Promemoria (2), già combinata con Monsignor Nunzio, a cui si sarebbe fatto un dovere di rasse- gnarla per parte dell’amabilissimo Signor Conte Giacomo Leopardi, ma lE. S. R.ma è partita questa mane verso le 5, e non ritornerà che fra martedì, o mercoledì in Napoli. Al ritorno che farà, la sullo- data Promemoria non solo si presenterà a Monsignore, ma sarà rac- comandata dallo scrivente, onde maggiormente sollecitare il riscontro per passarlo al Signor Conte. ispirava in opposizione alle idee politiche reazionarie sue e del suo giornale. Quella confutazione fu da alcuni ritenuta di Giacomo ed egli che era di sentimento ben diverso se ne dolse e serisse una dichia- razione, che dovette inviare anche al Ferrari, come si rileva dal con- tenuto della lettera di questo, e che fece premettere al primo volume dell'edizione napoletana delle sue Opere fatta nel 1835 dallo Starita. Vedi: G. Mistica, Scritti letterari di G. Leopardi, cit., p. 390 e Studi Lleopardiani, Firenze, Le Monnier, 1901, p. 395. (1) Vincenzo Ralietti era segretario della Nunziatura in Napoli. Una sua lettera alla Contessa Ippolita Mazzagalli dell’8 luglio 1837, intorno alla morte del Leopardi fu pubblicata dal CUGNONI nel vo- lume Opere inedite di G. Leopardi, dagli autografi recanatesi, cit., vol. I. pp. cxxiv-cxxv, dove tra Valtro è detto che il giorno prima della morte del Leopardi, it Ranieri aveva ritirato dal Balietti un atto rilasciato da Monsignor Nunzio, in favore del Leopardi. che lo dichiarava suddito Pontificio e affermava che trovavasi in Napoli per curare la salute. per liberarlo da una tassa mensile che dove- vano pagare i giovani che formavano parte della Guardia di sicu. rezza interna della città. (2) Pal Diario inedito di Pier Francesco Leopardi si sa che quando il Leopardi si recò a Napoli, il Governo non voleva permettergli di soggiornarvi, per cui egli si rivolse al cardinale Ferretti, allora Nunzio Pontificio alla Corte, per ottenere il permesso, ma questi si ricusò, essendo contrario al Leopardi pel suo modo di pensare del tutto opposto. Allora il Leopardi si rivolse al Balietti, che era recanatese. il quale con molte insistenze indusse il Ferretti ad accontentarlo. Cfr. C. Axtoxa-TRAVERSI, Notizie ed aneddoti sconosciuti intorno a (r. Leopardi ed alla sua famiglia, Roma, Botta. 1885, p. 40. LETTERE A G. LEOPARDI 215 Del Calamandrei (1). Napoli, 21 maggio 1835. Essendomi stato impossibile il ritrovare la sua abitazione poichè da lei all'insaputa cambiata profitto di questa posta di Napoli onde farle sapere che tutto è preparato per la stampa delle sue Poesie © Prose siccome Ella convenne: che anzi, il Cerretani si è già premunito, mediante la pubblica Istruzione del revisore che Ella stessa aveva desiderato. La prego a farmi cognita per mezzo dell'indirizzo Manni (2) il luogo di sua abitazione, onde trattare seco lei per la disposizione della edizione, e per la scelta dei caratteri, poichè il mio desiderio è che tutto sia conforme alla sua volontà, onde contraccambiarla, in parte, della gentilezza che mi fa. Di Gianvincenzo Mattei (3). Napoli, 27 luglio 1835. Per lo spazio di un mese sono stato in Castellamare per profittare di queste acque minerali, che ho sperimentato salutevoli. Ora mi con- viene ritornare in Patria o sia in Vico di Puglia. Avrei tutti i torti, se non mi concedassi da Lei, che per molta bontà mi onora della sua grazia, ed amicizia. Nella domenica passata fui in sua casa per rive- rirla, ma dopo aver più volte bussata la porta, non fui udito. Ora non posso ritornarvi perchè mi trovo con catarro non senza qualche mossa di polso. Adempirò intanto con questa mia al mio dovere per ricordarle il mio nome, e il mio rispetto. Il Sig. Arciprete Giovene di Molfetta (4) di cui più volte abbiamo (1) Ritengo che il Calamandrei ed il Cerretani facessero parte della casa editrice napoletana di S. Starita, che proprio in questo periodo aveva stipulato col Leopardi un regolare contratto per la Stampa delle sue Opere di prosa e poesia, che rimase sospesa per volere della Censura nel 1836. Ctr. il contratto ed il manifesto in G. LEOPARDI, Canti a cura di A. Doxati, Bari, Laterza, 1917, pp. 232-35. (2) Cfr. la nota 1a p. 210. (3) Gianvincenzo Antici Mattei di Vico di Puglia, cugino del Leopardi. (4) Giuseppe Maria Giovene di Molfetta (1753-1837) si oceupò di letteratura sacra, di geologia, botanica e zoologia e fece anche ricerche 216 M. ZEZON tenuto discorso, mi scrisse giorni sono, e m’impose di ossequiarla Lo stesso mi dice, che il di Lei sig. Padre abbia scritto un’opera contro l'abate Magnifici sulle usure, e che un tal Missionario di S. Vincenzo abbia dato fuori un’opera sull’istesso oggetto, profittando delle idee di esso di lei genitore. Se ella abbia notizia di quest'opera, la prego dirmene qualche cosa. Le bario infine la mano, ecc. Di Lorenzo Bianchi (1). Napoli, 10 agosto 1835. Lorenzo Bianchi dopo di aver ossequiato distintamente il Sig. Conte Leopardi, lo prega aver la bontà d’indicargli un'ora in un giorno che gli fa comodo; onde lo serivente possa avere col Sig. Conte un abbo- amento de solo a solo per un affare che lo riguarda. Sicuro della conuvsciuta bontà del Sig. Conte, ne attende risposta, ecc. Di Gennaro Bellelli (2). [Senza data, forse del 1836]. Le mando la Crusca dell'edizione di Bologna che Ella può libe- ramente ritenere tutto quel tempo che le piacerà, poichè a me è quasi in tutto inutile, e per qualche riscontro mi è sufficientissimo il sull'elettricità. Nel 1820 fu deputato al Parlamento napoletano. Serisse memorie d’'argomento scientifico, e negli ultimi suoi anni iniziò la pubblicazione degli antichi calendari e libri corali delle chiese pugliesi. che rimase incompleta. Appartenne a varie Acca- demie, ma più di tutto gli fu caro essere socio a quella dei XL in cui nel 1822 sostituì lo Spallanzani. Cfr. A. JATTA, Giuseppe Maria Giorene, in Rassegna Pugliese di scienze, lettere ed arti, vol. IV, Trani, 31 maggio ISS7, pp. 147-149. | (1) Lorenzo Bianchi, tipografo ed editore napoletano. (2) Gennaro Bellelli di Napoli (1812-1864), uomo politico. Arre- stato in una delle cospirazioni che seguirono l'elevazione al trono di Ferdinando TL, fu riniesso in libertà dopo due anni. Deputato nel 1848 fu condannato a morte in contumacia dopo la controrivoluzione del 15 maggio. Si rifugiò dapprima in Francia, poi si ritirò in Pie- monte. Senatore del Reeno d'Italia, si occupò attivamente delle riforme amministrative, principalmente nel servizio delle poste, di cui ehbe la direzione generale. Cfr.: V. IMBRIANI, Alessandro Poerio a Venezia: letter» e documenti del 1548, Napoli, Morano, 1884. pa- LETTERER A G. LEOPARDI 217 Vocabolario Italiano che si stampa in Napoli (1), e che è già quasi compiuto. La prego di dire a Ranieri che ho avuto una copia del suo romanzo (2) e gliene sono gratissimo. Mi comandi in tutto quello che crede che io possa servirla, ecc. Di Filippo de Iorio (3). 6 gennaio 1836. Le sue virtù, la sua classica rinomanza, e più di tutto il santo amor di Patria che la distingue mi rendono ardito a presentarle i miei Opuscoli (4), i quali mi recheranno onore se il Conte Leopardi si compiacerà accoglierli benignamente. Avrei desiderio di far ciò per- sonalmente, ma dura malattia mi obbliga a rimanere in casa e quindi mt gine 370-71, nota; M. MazzioTttI, La reazione borbonica nel regno di Napoli, ed. Albrighi e Sesati, 1912, passim; G. PaLapIno, Il quin- dici maggio 1848 în Napoli, ed. Albrighi e Segati, 1921, passim. (1) Forse il Vocabelario della lingua italiana che si pubblicava a Napoli a cura del TRAMATER e che uscì completo in sette volumi dal 1829 al 1840. (2) Ginevra 0 l’Orfana della Nunziata, di cui la prima parte fu pubblicata a Napoli nel 1836, ma fu sequestrata dalla censura. Il romanzo riapparve completo nel 1839 nell'edizione di Capolago. L’accenno a questo romanzo mi ha fatto ritenere essere del 1836 la lettera del Pellelli. (3) Filippo de Iorio, di Paterno (Principato Ulteriore) (1800-1859). Fu sotto-intendente nel Consiglio provinciale di Principato Ulteriore, ispettore degli scavi del distretto di NS. Angelo Lombardo, profes- sore di agricoltura e matematica ed ispettore della pubblica istru- zione. Nel 1848 fu deputato della sua provincia col Mancini e lIm- briani. Lasciò ninlti scritti di argomento letterario e scientifico; e scrisse anche poesie. Cfr.: G. Giucci, Degli Scienziati Italiani for- manti parte del VII (Congresso tenuto in Napoli nell'autunno del 1845, notizie biografiche, Napoli, tip. A. Lebon, 1845, pp. 289-92; ed E. Rocco, Paqine monumentali pel cav. Filippo de Iorio. Necrologia, Napoli, 1860; B. FABBRICATORE, Necrologia di Filippo de Iorio, in Antologia con- temporanea, anno V, n° IV, aprile 1860, pp. 26 sg. (4) Nel 1835 il de forio aveva pubblicati i seguenti opuscoli: una Memoria fisico-cconomica sul circondario di Paterno, Napoli, tipo- grafia F. Masi, 1835; ed una tragedia Meleagro, con un Saggio di poesie liriche, Napoli, tip. Ferrari, 1835. 218 M. ZEZON profitto invece de’ favori del mio colto amico Sig. Beatrice (1). che avrà la bontà di presentarli al chiarissimo Sig. Conte. Accolga intanto i sentimenti del più alto rispetto, ecc. Di Domenico Murena (2). Alle sventure, che Ella nelle sue egregie prose insegna esser desti. nati a patire gl’ingegni sublimi, credo potersi aggiungere la noia che (I) Angelo Peatrice di Fontavrarosa prev. di Principato Ultra (1809-1876). Studiò dapprima lettere, poi si dedicò alla”me:dicina. Pubblicò nel Filiatre Sebezio tredici articoli di arsomenti di medicina. Fu socio del'Accademia Pontaniana e della società economica di Principato Ulteriore. Dopo il 1860 fu nominato bibliotecario della Biblioteca Brancacciana e vi rimase fino alla morte. Fu amico del Ranieri dal quale ebbe Tepigramuma del Leopardi contro il Tommaseo. che fu poi pubblicato dal Cuexoxt nel volume delle Opere inedite di G. Leopardi dagli autografi recanatesi, eit., vol. TT, p. xxv. Aleuni documenti inediti appartenenti ad Angelo Beatrice sono nella Bi- blioteca Nazionale Vittorio Emanuele HI di Napoli, Per alcune notizie biografiche efr.: G. Grucci, Degli scienziati italiani formanti parte del VII Congresso di Napoli, cit., pp. 418-19. (2) Domenico Murena di Solofra (1808-1844). Compì gli studi di giurisprudenza in Napoli, stabilitosi poi in Avellino, dove domi- nava linflusso del Puoti e della sua scuola, e dove si poetava alla maniera arcadica, egli si distinse dalla schiera degli Arcadi e dei puristi meritando l'ammirazione dei contemporanei sia come poeta che come legista, economista eil oratore. Pubblicò dodici sonetti intitolati Poche vimembranze di gloria italiana. Avellino, tip. san- dulli e Guerriero, 1838, di eni il NIT era indirizzato al Leopardi: In morte di (Gr. Leopardi. Pubblicò altri componimenti in versi. e collaborò al giornale d'arte e letteratura Ze Ore solitarie di Napoli. Sul Murena vedi: N. V. Testa in Palestra Irpina, rivista quindicinale avellinese, anno TI, n 1. giugno 1892 e nella Sentinella irpina, anno XIV. n° 16, luglio 1892; dello stesso, Tre secoli, tre uomini, conferenza letta il 21 maggio 1893 alla Camera di Commercio ed Arti di Avellino: Le poeste civili di Domenico Murena: contributo alla storia della coltura napoletano della prima meta del NIX secolo, in Rivista Abruzzese di scienze, lettere ed asti, Teramo, 1904, anno NIEX, fase. TE. pp. 76-84. e fase. TTT. pp. 154-159; Dott. N. V. Testa, La famiglia De Luca da Montefusco negli Irpini (Contributo alla Storia del Risorgimento Nazionale), Napoli, tip S. Graziano, 1922, cap. IT. pp. 53-54. LKTTERE A G. LEOPARDI 219 vien loro dai mediocri e dagli infimi, i quali di ammaestramenti e consigli talvolta li richieggono. Quindi io, comecchè non altro conosca di Lei se non quel nome onde tutta Italia si onora, e quelle opere contro cui non varrà forza di tempo, ardisco pregarla di leggere questi poveri versi che Le invio (1), e degnarmi del suo giudizio. Sonosco esser troppo audace, osando di levarmi fino a Lei, ma la bontà di che sono ricche le anime ringentilite dalle buone lettere, e che in Lei deve esser somma, m’incoraggia ed aftida. Ausurandomi dunque voglia Ella accogliere benignamente le mie umili preghiere, mi raccomando alla sua grazia. ecc. Di Pietro Manni (2). i I. Napoli, dal Palazzo Sirignano, 30 aprile 1836. Eccole i dieci ducati (3). To mi abboccherò col Signor Ciotli intorno al manoscritto, e le ne dirò quello che mi risponderà (4). In ogui modo tenga al calcolo le proteste fattele, che sono la più sincera espressione (1) Nel 1837 il Murena pubblicò un componimento poetico inti- tolato Il Romito, presso Nandulli e Guerrieri, dedicato a Pietro Calà Ulloa. Credo che il Murena nella sua lettera debba riferirsi a tale componimento in versi, giacchè non ho trovato notizia di altri pub- blicati prima di allora. (2) Sul Manni cfr. la nota n° 1 a p. 210. (3) Dal contratto stipulato dallo Starita col Leopardi nel 1835 per l'edizione delle sue Opere si rileva che Lleditore napoletano s'era obbligato a pagare anticipatamente ogni mese due fogli di stampa, cioè dieci ducati in contanti. Cfr. G. LEorarpI, Canti a cura di A. Doxatt, cit., p. 232. Probabilmente il Manni faceva da inter- mediario. (4) Il Cioffi era un libraio napoletano. 11 manoseritto al quale ar- cenna il Manni in questa lettera ed in quella successiva del 5 maggio, molto probabilmente doveva essere quello dei centoundici pensieri o Sparsi frammenti che il Leopardi stesso aveva. preparati per la stampa, e composti durante la sna dimora a Napoli. Che il Leopardi pensasse di pubblicarli a soli si rileva anche da ciò che più tardi. il 2 marzo 1837, serisse al De Sinner per l'edizione che voleva far pub- blicare in Francia delle sue Opere: «Te veux publier un volume inedit «de Pensées sur les caraetere: des hommes et sur leur conduite dans «la société; mais je ne veux pas m@'obliger de le donner au mene 220 M. ZEZON del cuore. Mi farà sommo piacere, se vorrà dare un'occhiata alla mia opericciuola, e giungerebbe al colmo, se volesse spingere la sua com- piacenza, a redigerne un articolo per qualehe giornale. Le rimetto la egloga del Lampredi (1). cd una nuova produzione del nostro Missi- rini (2). Mi ami, ecc. « libraire qui publiera le reste, si auparavant je n’ai pas vu du moins «le premier volume imprimé, afin de pouvoir juger de l’exécution ». Cfr. Ep.?, II, 559. È probabile che non essendogli riuscito di trovare un editore napoletano, nella lettera del 5 maggio, qui pubblicata, il Manni gli scrivesse che aveva fatto vedere il manoseritto anche al Trani che gli aveva però dichiarato di non voler pubblicare per conto d'altri; il Leopardi aveva pensato di fare pubblicare in Francia anche quei Pensieri, che, infine. videro la luce la prima volta a Firenze nel 1845 a cura del Ranieri. (1) Urbano Lampredi di Firenze (1761-1838). Filologo e polemista. Nel 1798-99 diresse in Roma Il Monitore romano, ma per i suoi pun- genti attacchi contro i Commissari francesi, fu costretto a esulare in Francia. Tornato in Italia ottenne una cattedra a Milano. Nel 1812 venne in Napoli e vi rimase fino al 1821 quando per ragioni politiche fu dinuovo esiliato. Vi ritornò nel 1825 e vi rimase sino alla morte ottenendo anche la cittadinanza napoletana. Scrisse in prosa e poesia e tradusse in versi alcuni saggi dell'Iliade e dell’Odissea e dei frani- menti di autori greci. Cfr. G. Mazzoni, L'Ottocento, cit., pp. 391-92, e la nota bibliografica in fine al volume IT. (2) Melchiorre Missirini di Forlì (1773-1849) visse a Roma fino al 1828 poi passò a Firenze ove morì. Tradusse da Cicerone, sì occupò di Dante, del Thorwalden, del Canova. Scrisse quaranta Sermoni di cui uno Le rime recenti è diretto al Leopardi, che lo conobbe in Roma nel 1822-23, Nel 1835 ne eurò una quarta edizione con ritocchi ed aggiunte alla prima fatta nel 1829. È interessante rilevare il con- cetto che il Missirini espresse sulla poesia leopardiana nel sermone Le rime recenti nel quale in sostanza diceva: « Troppo grande è stata «da rima. troppe chiaechiere vane si sono fatte con essa, ma tu, inclito «spirito antico di mente e di cuore, nutrito alle fonti dei greci, non «le fai: il tuo profondo carme non è ciancia, è sommo sapere, franco «e nobile dexiderio, ira magnaninia. Tu esprimi con note magnifiche, «dolei e gravi un possente amor di patria, e combatti la colpa che «vedi trionfare impune. Il tno dire è forte, e nasconde forti pen- «sieri... Tu solo sei pari a te stesso e perciò converrà che la madre «terra chiuda il tuo senno in un pionibo con questo scritto: ‘ Nessun «mi toechi: età matura aspetto” ». Cfr. Sermoni, 48 edizione, 1835, p. 45. Una lettera del Leopardi al Missirini del 15 gennaio 1825 è in LETTERE A _G. LEOPARDI 22] Di Pietro Manni (1). 9) Napoli, dal Palazzo Sirignano, 5 maggio 1836. Venne a me il Sig. Cioffi, pregato a favorirmi: parlammo lunga- inente intorno al noto manoscritto. Mi pregò a volergli permettere di portarlo seco per ventiquattro ore, e me lo ha rimesso colle sue osservazioni (2). Ho parlato anche intorno a questo argomento col Sig. Trani (3). ma non vuole stampare per conto altrui. Le dico tutto ciò per mostrarle che il suo affare m’ha interessato molto. Ma poichè vuole onorarmi di una sua visita di buon grado l’aceetto, e se non le sia di fastidio grandissimo io mi troverò in casa alle ore tre pome- ridiane, ed allora terremo ragionamento di ciò, e sono con i sentimenti di vera stima, ecc. Di Vincenzo Mortillaro (4). | Palermo, 18 giugno 1836. Non orgoglio, non vanità, non ardimento; rispetto solo e venera- zione profondissima verso l’uomo che fa la gloria moderna dell’Italia mi spinge a presentarmile col dono di un meschino volume di mie Ep.?, I, p. 527, ed una del Missirini al Leopardi, in Scritti cari inediti, cit., p. 470. Per le notizie biografiche e bibliografiche, vedi G. Maz- ZON1, Op. cit. (1) Sul Manni vedi nota 1 a p. 210. (2) Vedi nota n° 4 a p. 219. (3) Il Trani era un editore napoletano, (4) Vincenzo Mortillaro, marchese di Villarena (1806-1888). S'oc- cupò di atoria, geografia, matematiche, paleografia, archeologia, statistica, economia politica, letteratura e poesia. Fu socio di varie Accademie, ebbe vari impieghi politici: fu senatore municipale in Palermo nel 1837, deputato al Parlamento della Camera dei Pari nel 1848, e nell’ultimo scorcio di sua vita, consielicre comunale. Pub- blicò articoli nei giornali: Passatempo per le dame; 11 Vapore, da lui fondato, e nelle Effemeridi scientifiche c letterarie, che-iniziò e diresse nel 1832; poi disgustatosi «li aleuni redattori passò a dirigere il più importante periodico del tempo: IL Giornale di scienze, lettere ed arti fondato nel 1823 dall'abate Bertini, e che ebbe vita fino al 1842. Dopo il 1860 diresse siornali politici, come il Presente e VInaspettato. Pubblicò varie opere letterarie che nel 1844-46 furono riunite in due 222 M. ZEZON cosucce (1). Non guardi il libro che è ben piccolo lavoro, ma gradisca l’atto sincero e spontaneo che lo porge e non isdegni di annoverare fra i servi ed ammiratori suoi più fervidi chi si onora segnarsi, ecc. Di Raimondo Gozzani (2). Roma, 12 dicembre 1836. Io vivo nella più grande agitazione sul conto di Ranieri. Reduce dal Piemonte, quindici giorni sono, trovai in Roma una sua lettera nella quale mi dava notizie del morbo, ora la Dio mercè vicino a spa- rire da Napoli. Io mi affrettai a riscontrar questa sua lettera, ed un'altra poco dopo gliene serissi raccomandandomi in entrambe con tutto il calore della amicizia che per lui sento. affinchè mi desse pun- tualmente sue notizie. Tutto è stato vano; nulla io ho più potuto sapere, e voi dovete ben comprendere quanto questo silenzio mi tenga in apprensione. Or dunque, voi che convivete con il medesimo, mi fate lo squisito favore di farmene a posta corrente conoscere qualche cosa. Io ve ne sarò grandemente obbligato, ece. Di Gregorio De Filippis Delfico (3). Teramo, 3 febbraio 1837. Le trasmetto una lettera per comando ricevuto dal Sig. Conte Cassi (4) ed unitamente l'avviso di aver affidato sotto fascio alla grossi volumi a Palermo, oltre un Dizionario geografico e stutistico della Sicilia ed altri scritti. Cfr: G. OrLANDO, Flogio del marchese Vincenzo Mortillaro, in Atti della R. Accudemia di scienze, lettere e belle arti di Palermo, terza serie, 1892, vol. II. (1) Nel 1826 il Mortillaro riunì in un volume gli opuscoli di vari arvomenti riguardanti lettere, archeologia, iscrizioni, ecc. Cfr. Opu- scoli di rario genere del barone Vincenzo Mortillaro, Palermo, tip. del Giornale Letterario, 1836. Il Leopardi gli rispose con lettera del 26 luglio c... TI suo libro a me pare piacevolissimo per la varietà delle materie. «utile per liniportanza delle medesime, pieno di erudizione, pieno «di dottrina. e da proporsi come esempio in tanta frivolezza di puh- « blicazioni di ogni genere... ». Cfr. £p.7, vol. 1I, p. 550. (2) Su Raimondo (rozzani efr. la nota 2 a p. 200. 13) Gregorio De Filippis Delfico di Napoli (1801-1847). Nel 1817 pubblicò due opuscoli: Nunro saggio speculativo sulla origine e deqe- - (Vedi nota 4 a pag. seg.) LETTERE A G. LEOPARDI 223 posta di questa data un libretto fattomi avere dal medesimo anche per lei. E profittando d’una sì bella occasione ho voluto darle, egregio Sig. Conte, una testimonianza della moltissima stima in che tengo gli splendidi di lor talenti, e del rispetto che fo del suo nome, presentandola di alcune mie deboli produzioni, ch’ella troverà annesse al fascicolo del Cassi. Accolga ella gentilmente, se non altro, l’espres- sione sincera, ecc. Di Antonietta Tommasini (1). [Marzo 1837] (2). Col pensiero che non può star fermo; colla vista che vacilla; colla mano che trema, che cosa potrò scrivervi non so. So per altro che Voi, buono come siete, non baderete a questo nulla, se può dirsi, che mi cade dalla penna, nè a questi mal formati caratteri; ma unica- mente vorrete accogliere nell'ottimo vostro animo il mio vivo desi- derio di scrivervi. V olgono ormai quattro mesi ch'io mi trovo obbli- gata al letto. Mi sono stati fatti quindici salassi... Ma non posso con- tinuare. Il mio Ferdinando vi parlerà della gravissima mia malattia, e della cagione. Vi parlerà ancora della lettera ch'io v’indirizzai, nerazione della terra e Ragionamenti sulle religioni esistite «d esistenti, che gli procurarono la stima dei dotti. Fu amico del Mezzofanti, del Micali, del Niccolini, della Franc ‘eschi-Ferrucci. Nel 1832 pubblicò un poema sul Giudizio universale e nel 1839 difese il romanticismo im tre epistole dirette al Monti. Scrisse altre prose e poesie che raccolse sotto il titolo di Strenne: raccolte di prose e poesie. Cfr.: G. CHERUBINI, Sulla vita e le opere di Gregorio De Filippo Delfico, m Poliorama Pitto- resco, vol. XV, pp. 398, 406 e vol. XVI, pp. 13, 26 (4) Francesco Cassi di Pesaro (1768-1846) conseguì fama con la Farsaglia intorno a cui lavorò molti anni. Fu magistrato e nel 1831 presiedette il comitato degli insorti. Fu amico del Monti, del Perti- cari, del Manzoni e del Leopardi col quale aveva una lontana paren- tela. Per le relazioni epistolari efr.: Ep.?, I, pp. 51, 66. 102, 182, 305; II, p. 23. Tradusse in versi sciolti le Notti dell’ Young, di cui diede un nuovo saggio nel 1836. Per la biografia. e bibliografia efr. G. Mazzoni, L'Ottocento, cit., p. 379 e note. (1) Su Antonietta Tommasini efr. la nota 2 a p. 159. (2) Senza data. ma il bollo postale è: Parma. 3 aprile 1837 e la lettera di Ferdinando Maestri che segue nello stesso foglio ha la data 24 marzo 1837. 224 M. ZFZON nella quale io vi raccomandava a mettere il mio nome tra quello degli associati aile vostre Opere. Non ebbi mai alcuna risposta. Seri vetemi. Le vostre lettere saranno una medicina utilissima pel mio animo. Assicuratemi se lo potete, che non vi siete dimenticato di me, e datemi prova coll’inviarmi spesse volte i vostri cari caratteri. Tutta la mia famiglia sta bene, come pure Giordani col quale parlo spesso di voi. Addio di tutto cuore! P. S. Questa lettera ad un Leopardi? La vostra Adelaide, chi potrebbe crederlo? Chi conosce tutta la forza della vera amicizia, chi può immaginare che la prima linea ch’io poteva trovarmi in grado di scrivere doveva diriggerla a Voi. [Segue nello stesso foglio la seguente lettera di laff Ferdinando Maestri (1). Parma, 24 marzo 1837. Vi avrei scritto due mesi prima, se non fossi stato tratto nell'errore di credervi a Parigi; poi nel dubbio che ci foste; finalmente nella certezza che non ci eravate. Hanno scambiato con Voi un Pietro Leopardi che colà a Parigi diede alla luce un centinaio di sciolti pel monumento che si rizza in Milano alla Malibran (2). M'accorsi leg- (1) Ferdinando Maestri (1786-1860), avvocato e senatore del regno. Si dedicò alle lettere, alla filosofia ed alla giurisprudenza e fu molto stimato dai letterati suoi contemporanei, soprattutto dal Giordani, dal Pellegrini e dal Leopardi che ne lodarono molto gli seritti. A ventotto anni fu nominato professore di economia politica all’Uni- versità di Parma, e nel 1821 ottenne la cattedra anche di storia e statistica, ma aceusato di idee liberali ne fu privato fino al 1825. quando riottenne dal governo di Parma la nomina di professore di diritto civile in quella Università. Sostenitore della indipendenza della patria fu condannato alla prigionia prima, poi all’esilio. Nel 1848 fu membro del governo provvisorio della reggenza in Parma, e pro- mosse la fusione del ducato col regno Sardo, portandone il plebiscito a Carlo Alberto. Nel 1849 fu nominato senatore e l’anno dopo, con- sigliere di Stato. Cfr.: F. RomaANI, Il comm. Ferdinando Maestri, in Gazzetta ufficiale del Regno. 1860, n° 296; I. BERNARDI, Discorso nei solenni funerali di FP. Maestri, Pinerolo, 1860. (2) A tale proposito il Leopardi rispose; « Alle innumerabili mie «sventure s'è aggiunta in questi ultimi anni una mano di Leopardi «eh'è venuta fuori con le più bestiali scritture del mondo, l’ignominia LETTERR A G. LEOPARDI 225 gendo che i versi non erano vostri. Cercai com°era la cosa; e Giordani seoperse che voi eravate sbattezzato e di Giacomo divenuto Pietro. Per sottrarre la mia Clelietta al cholera, l’Adelaide ed io andammo a° bagni di Lucca. Ma l’Adelaide ne era dolentissima, poichè lasciava a Parma il padre, la madre ed il fratello. Le cose sono andate bene per tutti; se non che, tornati a Parma, in ottobre, l’Adelaide ammalò su' finire di novembre: e guarda tuttora il letto; benchè sia da molto tempo in convalescenza, impedita di levarsi dalla malvagia stagione che forse la minaccerebbe di nuovo. Ho veduto a Firenze il buon Nicolini, abbiamo parlato di voi e dell’egregio vostro Ranieri. Nico- lini ha veduto di questo una bell’opera storica (1); e ne ha parlato con lode. La vedrei pur volentieri ma Napoli e Parma sono così prive di comunieazioni fra loro, come se le tenesse disgiunte il grande Oceano. Vedrò pur volentieri la vostra opera, della cui pubblica- zione si discorre con desiderio. Vi prego di avermi tra gli associati (2). Ho conosciuto a Pescia, e riveduto a Firenze il celebre Nismondi (3), della cui conoscenza sono lietissimo. È amabile quanto è grande. Questo mi ricorda un mio opuscolo sul debito pubblico, che penso di trarre dalla polvere, sittosto le cure della professione me lo per- metteranno. Ne ho parlato con Nismondi, col quale non sono del tutto d'accordo; e io lo sapevo, perchè mi era noto quello che ha pub- blicato su questo cotale argomento. Tommasini, la moglie, Clelietta, Emilietto vi salutano carissimamente. Quando avrò il piacere di vedervi? Che cosa pensate del vostro avvenire? Ritornerete lunga- mente costì? Se vi giova restate: chi sta bene non sì muove. Il pia- «delle quali ritorna sopra l’infelice nuio nome, perchè il pubblico “non è capace nè curante di distinguere le omonimie... ». Cfr. Ep.”, II, 565. (1) La Storia d'Italia dal V al IX secolo, di cui allora furono pub- blicati nove fascicoli, che però furono subito sequestrati dal partito clericale per il modo come erano trattati gli eventi del papato di quel periodo. Vide poi la luce a Bruxelles nel 1841. Cfr. Z£p.7, IL, p. 963. (2) La stampa delle Wpere iniziata dallo Starita. (3) G. C. Sismondi di (Ginevra (1773-1842) storico e scrittore di scienze economiche. Il Leopardi il 15 maggio 1837 scrisse al Maestri: “ Mi dispiace di non essermi trovato in Firenze in vostra compagnia «a fare la conoscenza del bravo Sismondi ». Cfr. £p.?7, II, 565. 226 M. ZEZON cere di sapervi in discreto stato di salute è maggiore del piacere di vedervi in condizione di malaticcio, e forzatamente e erudelmente ozioso; in quell’ozio impotente, in quella noia che è la cosa più insop- portabile di questa nostra misera vita. Ditemi di voi, e delle cose vostre, e de’ vostri propositi, e qualche cosa di Napoli e del mondo, se così vi piace, e ditemi più che potete. Continuate ad amarmi, come fate, e come faccio in verso di voi, ece. Di M. Aporta (1). [Nenza data, giovedì 10). Ecco un passaggio di una lettera di De Sinner, che ricevo all'istante, e che riguarda al Sig. Conte Leopardi: « Le 25 j'ai éerit à mon excellent «ami Leopardi. Veuillez de grace lui demander s'il a regu nia lettre; «et s'il ne peut m'éerir, a cause de santé qu'il vous dise au moins « quelque chose pour moi». Nel momento sono occupato a rispon- dere a Sinner e sono pronto a servire il Sig. Leopardi s'egli vuol comandare qualche cosa al suo, ece. (1) Era forse un corrispondente del De Sinner. Questa lettera senza data probabilmente è dei primi mesi del 1837. Nell'epistolario Lopardiano vi è una lettera al De Sinner del 2 marzo 1837, nella quale il poeta dice d'aver ricevuto quella del 27 gennaio del De Sinner e di non aver risposto prima perchè ammalato. Cfr. Fp.7, II, p. 554. INDICE SALVATORE FRASCINO. — Suono e pensiero nella porsia dantesca <.<... peg gica e ia Ra. I MARIA ZEZON. — Lettere a Giacomo Leoparli (Dalle carte | leopardiane della Biblioteca Nazionale di Napoli « Vittorio Einantiéle FIT): ag a a E n n E 199 PUBBLICAZIONI ARIOSTEE DI GIUSEPPE FATINI — Le Opere minori di L. A., scelte e commentate da G. F., Firenze, Sansoni, MCMXV, pp. xx11-370 (esaurito). — Ludovico Ariosto. Lirica, a cura di G. F. (vol. 95° della Collezione Scrittori d’Italia), Bari, Laterza, 1924, pp. 380, L. 25 [premiato dalla R. Accademia dei Lincei]. | — Su la fortuna e l'autenticità delle liriche di L. A. in Supple- mento, 22-28, del Giornale storico della letteratura italiana, Torino, 1923, pp. 165 [premiato dalla R. Accad. dei Lincei). — L. A., Canti scelti dell’Orlando Furioso, col commento di G. F., Firenze, Vallecchi, (1925), pp. 434. -—— Satire Ai L. A., scelte e commentate, ad uso delle scuole medie, a cura di G. F., Firenze, Sansoni, 1933, pp. 77. — Curtosità ariostesche. Intorno a un’elegia dell'A. e a un passo del Furioso, in Giorn. storico della lett. ital., LV, 1910, pp. 22. — L’Erbolato di L. A., in Rassegna bibliografica della letter. ttal., XVIII, 1910, pp. 23. . — Per un'edizione critica delle « Rime » di L. A., in Rassegna critica della letter. ital., XV, 1910, pp. 38. . — L. A. prosatore, in Giorn. storico della lett. ital., LXV, 1915, pp. 44. . — Italianità e Patria in L. A., in Attie Memorie della R. Acca- demia Petrarca di Scienze, Lettere ed Arti in Arezzo, N. S., I, 1920, pp. 68. 11. — Spigolatura ariostesco-volterrana in Rassegna Volterrana, I, 1924, pp. 12. 12. — L’Ora dell’A., in Civiltà moderna, II, 1930, pp. 26. 13. — Umanità e Poesia dell’A. nelle « Satire », in Archivum Roma- nicum, 1933, pp. 70. 14. — Bilancio del centenario ariosteo, in Leonardo, febbraio 1934. 15. — Recensioni in Giorn. storico della lett. ital., LXVII, 1916, pp. 417-31; LXXIV, 1919, pp. 292-302; LXXVIII, 1921, pp. 151-57; LXXXV, 1925, pp. 330-35; XCIII, 1929, pp. 342-48; CII, 1933, pp. 126-29; in Nuora Antologia del 1° sett. 1921; in Leonardo febbr.-marzo 1929, pp. 44-47; in La Rassegna (già bibliografica), XXXIII, 1925, pp. 26-31; in Civiltà moderna, II, 5, 6, III, 1, 4; in Pegaso II, 12 (1930), pp. 751-56; in Italia letteraria del 21 sett. 1930, 1° febbr. 1931 e del 21 giugno 1931. Digitized by Google TTI S 007 126 Sy i; 633150